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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#74 / Editoriale

La settimana scorsa K. ha pubblicato un testo di Julia Christ dedicato a Naza, il film. Al centro, una frase che Adorno scrisse a Benjamin nel 1940: «Che un essere umano possa fare esperienza dipende, in ultima analisi, dal modo in cui dimentica». Il testo distingue due forme di oblio: la prima rimuove la realtà per proteggere la coscienza, impedendo al vissuto di diventare passato. La seconda lo inserisce in una narrazione: solo allora ciò che è accaduto può diventare passato, e dunque essere dimenticato. Una settimana dopo le commemorazioni per il 7 ottobre, la questione forse non è se il lavoro della memoria possa dirsi concluso. È quale oblio renda possibile, e se da quell’oblio possa nascere una nuova esperienza politica..

I testi di questo numero affrontano la domanda da prospettive diverse: per K., la storica Annette Wieviorka è tornata sui verbali del processo di Norimberga per contare le occorrenze della parola «genocidio». Il risultato contraddice ciò che la memoria collettiva ha trattenuto del processo. Il termine allora era ancora nuovo: in dieci mesi di udienze fu pronunciato ventuno volte. Indicava il destino delle élite cecoslovacche, dei polacchi, dei norvegesi e, quasi in ultima istanza, quello degli ebrei. L’ultima occorrenza è sulla bocca di Alfred Rosenberg, teorico dell’antisemitismo nazista e imputato a Norimberga. Rosenberg dichiara di «accogliere con favore l’idea che il crimine di genocidio sia bandito da una convenzione internazionale», a condizione, naturalmente, che «un simile genocidio non sia in alcun modo autorizzato in futuro contro il popolo tedesco»..

Abba Kovner, eroe della rivolta del ghetto di Vilna, aveva pensato alla vendetta prima di testimoniare al processo Eichmann. Il sociologo Danny Trom gli aveva già dedicato un ritratto su K. Questa volta ha incontrato il figlio Michael, pittore di paesaggi. Tra il percorso del padre e lo sguardo del figlio si apre una frattura silenziosa. «La Shoah è fuori dalla mia pittura», dice Michael Kovner. Che cosa passa, da una generazione all’altra, e che cosa si interrompe? Anche attraverso questa distanza si può leggere il destino dello Stato di Israele: ciò che eredita, ciò che trasforma, ciò che lascia alle spalle. Il testo è accompagnato dai dipinti di Michael Kovner ed è stato letto lo scorso dicembre al Théâtre de la Concorde, nell’ambito dello spettacolo “K. in scena”.

Albert Memmi, sionista incrollabile, riconosce ciononostante la piena legittimità nazionale palestinese. Le sue critiche più dure verso Israele le riserva alle tribune ebraiche e sioniste. Dire all’interno ciò che costa, assumersi all’esterno ciò che si è: è quello che Alexandre Journo chiama il «doppio discorso utile». La sua biografia dello scrittore e saggista ebreo tunisino esce oggi per Calmann-Lévy, ne pubblichiamo alcuni estratti.