Un crimine senza nome
La parola “genocidio” al processo di Norimberga
A ottant’anni dalla sentenza di Norimberga, Annette Wieviorka rilegge i verbali del processo seguendo i percorsi di una parola: “genocidio”. Il termine, che compare ventuno volte in dieci mesi di udienze, vi resta raro e fluttuante, applicato a situazioni diverse quanto quelle dei cechi, dei polacchi, dei norvegesi e quasi mai per designare gli ebrei. Eppure la distruzione degli ebrei d’Europa è presente in ogni fase del processo e nei suoi archivi. Perché la distruzione degli ebrei d’Europa, documentata lungo tutto il processo, non è stata percepita nella sua singolarità?
Roger Errera, per quanto mi risulta, fu il primo a interrogarsi sul ruolo attribuito alla distruzione degli ebrei d’Europa nel processo di Norimberga. Era il 1982. Le circostanze del suo studio pionieristico meritano di essere ricordate. Non sono legate specificamente al processo in sé, ma al contesto di quella svolta tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Ricorderò solo due episodi: la pubblicazione, il 29 dicembre 1978 su Le Monde, di un testo di Robert Faurisson, intitolato «Il problema delle camere a gas o la “diceria di Auschwitz”»; testo che dava al negazionismo l’avallo del «quotidiano di riferimento». E la trasmissione della serie televisiva Holocauste sulla televisione francese, dal 13 febbraio al 6 marzo 1979, seguita da oltre quindici milioni di telespettatori. Simone Veil partecipò al dibattito Les Dossiers de l’écran, organizzato dopo la messa in onda dell’ultima puntata. Era allora ministra della Sanità e godeva di grandissima popolarità per aver difeso a testa alta la legge che legalizzava l’aborto. Diventava così la principale figura di riferimento in Francia per la memoria di Auschwitz.
Questo clima contribuì alla nascita di due iniziative destinate a segnare l’ingresso della questione tra gli universitari e gli insegnanti: la prima fu il convegno organizzato sotto il patrocinio di François Furet e Raymond Aron, “La Germania nazista e il genocidio ebraico”; si noti questo «genocidio ebraico» anziché «genocidio degli ebrei». La seconda fu la tavola rotonda promossa dall’Associazione dei professori di storia e geografia (APHG), in collaborazione con il Centro di documentazione ebraica contemporanea, e intitolata “L’enseignement de la choah”, «L’insegnamento della Choa»1. L’iniziativa accompagnava l’introduzione del tema nei programmi scolastici e, di conseguenza, nei manuali. Genocidio versus «Choa». A differenza di quanto prevaleva nel mondo anglosassone, e nonostante la serie televisiva, la denominazione «Olocausto» era ricusata a causa della connotazione religiosa di un termine che significava «sacrificio col fuoco».
Prima la tavola rotonda2
La scelta di “Choa” è il risultato di un dibattito. L’APHG scarta il termine “genocidio” proprio a causa dei molteplici usi e significati che dilagavano in quegli anni: si parla di “genocidio” in riferimento sia alla carestia in Biafra che agli interventi americani in Vietnam. Per non parlare di Brigitte Bardot, che nel 1977 si recò sulla banchisa di Terranova, in Canada: nei filmati dell’epoca la si vede, in lacrime, con in braccio un adorabile cucciolo di foca. È l’avvio di una campagna internazionale, peraltro coronata da un certo successo, contro il “genocidio” dei cuccioli di foca.
Sono anche gli anni in cui nascono i Genocide Studies che, negli Stati Uniti, si sostituiranno spesso agli Holocaust Studies. Così i professori di storia prendono coscienza, davanti a tutti gli usi possibili del termine «genocidio», della necessità di affermare la specificità della distruzione degli ebrei d’Europa adottando «Choa», qualche anno prima dell’omonimo film di Claude Lanzmann – benché, di fatto, la parola «genocidio» sarà usata correntemente negli interventi della tavola rotonda. Il processo di Norimberga sarà citato negli scambi soltanto da Georges Wellers, che interviene sulle risorse del Centro di documentazione ebraica contemporanea, menzionandone gli archivi cartacei, le registrazioni audio, le fotografie e i film che vi furono presentati3.
Ora il convegno del luglio 1982. All’origine vi è lo smarrimento di fronte all’eco ottenuta da Robert Faurisson. È quindi necessario che gli storici riprendano il controllo della situazione, non per confutare le tesi negazioniste (con i negazionisti non si discute e non si dibatte, come affermava costantemente Pierre Vidal-Naquet), ma per esporre i propri lavori sulla distruzione degli ebrei d’Europa. Scorrendo l’elenco dei ventiquattro relatori, la povertà della ricerca francese su questo aspetto balza allora agli occhi. Certo, Rita Thalmann è un’eccellente storica della Germania, Claude Lefort un pensatore di primo piano del totalitarismo, e René Rémond il grande specialista della storia politica francese; l’ellenista Pierre Vidal-Naquet, i cui genitori furono assassinati ad Auschwitz, ha pubblicato sulla rivista Esprit il suo testo fondamentale, «Un Eichmann di carta». Ma gli unici specialisti francesi della storia del genocidio sono Léon Poliakov, autore dell’opera pionieristica Bréviaire de la haine (Il nazismo e lo sterminio degli ebrei), pubblicata per la prima volta nel 1951, e da allora costantemente ristampata, e Jean-Claude Pressac. Faurissoniano pentito, si è dedicato allo studio della tecnica delle camere a gas e dei forni crematori di Auschwitz per dimostrare in modo inoppugnabile la materialità degli assassinii di Auschwitz. La ricerca storica è americana, tedesca, israeliana.
Le condizioni della ricerca sul processo di Norimberga sono cambiate. L’Università di Caen-Normandia ha digitalizzato tutti i verbali e li ha messi online. Ora è quindi facile consultarli, così ho potuto individuare rapidamente le occorrenze del termine “genocidio”. Ne ho contate ventuno, il che è davvero poco considerando che sono migliaia di pagine.
Ma è il testo di Roger Errera, Norimberga, il diritto e la storia (1945-1985)», che qui ci interessa. Un testo fondamentale. Il suo intervento al convegno è stato ampliato per la pubblicazione4. Roger Errera era allora consigliere di Stato. Conosco soprattutto la sua opera di editore. L’insieme dei volumi che ha pubblicato nella collana da lui ideata, «Diaspora», presso Calmann-Lévy5, sono nella mia biblioteca e li consulto spesso. Nel suo testo esamina la comparsa della nozione di «crimini contro l’umanità» e, molto presto, al posto di «crimine contro l’umanità», ricorre al termine «genocidio». «Questo genocidio – scrive – era il risultato di una politica concepita e decisa al più alto livello, applicata poi senza smagliature, meticolosamente, da ogni grado delle organizzazioni civili e militari, senza eccezioni»)6. Errera indica che l’analisi della politica di genocidio contro gli ebrei «è inevitabilmente condotto in modo frammentario», ma è presente a ogni fase del processo. Le elenca in modo sintetico. Nella mia opera Le procès de Nuremberg (Il processo di Norimberga)7 cito ovviamente il testo di Errera. E procedo allo stesso modo. Intitolo il capitolo 5, dedicato al crimine contro l’umanità, «Il genocidio». Vi riservo in particolare un lunghissimo passaggio alla requisitoria di Edgar Faure sulla persecuzione degli ebrei di Francia, basata sui documenti che gli ha trasmesso Léon Poliakov, notevole per acutezza e intelligenza. Faure cita integralmente il telex inviato da Klaus Barbie che annunciava l’arresto e il trasferimento a Drancy dei 41 bambini della casa di Izieu e del suo personale. Edgar Faure omette la firma: paragonato a Göring o a Hans Frank, Barbie è un personaggio secondario. Ma scrivo questo libro dopo il suo processo, di cui questo telegramma, ritrovato da Serge Klarsfeld nelle cantine del Centro di documentazione ebraica contemporanea, è stato elemento centrale. Si vede così come il presente (in questo caso il processo Barbie) punti i riflettori su un elemento della storia che prima non era stato percepito.
Così, quasi naturalmente, abbiamo usato il termine «genocidio». Scrivevo sul processo di Norimberga una decina d’anni dopo Errera, in un contesto nuovo: quello del suo ritorno nell’attualità dopo la caduta del Muro e l’istituzione dei due tribunali internazionali, quello dell’Aia e quello di Arusha, mentre il genocidio diventava per la prima volta un capo d’accusa. Il che spiega perché mi sia interrogata sullo scarso uso del termine durante il processo. Sottolineavo che non si era ambientato; citavo un giornalista britannico, R. W. Cooper, il quale notava che i puristi avevano accolto questo termine meno come un crimine contro l’umanità che come un crimine contro la lingua inglese. Il che, per lui, testimoniava che «molte persone non hanno ancora compreso il terribile significato di questi metodi»8.
Le condizioni della ricerca sul processo di Norimberga sono cambiate. L’Università di Caen-Normandie ne ha digitalizzato e pubblicato online la totalità dei verbali. È dunque ormai facile consultarli da casa. Ho così potuto individuare rapidamente le occorrenze del termine «genocidio». Ne ho contate ventuno, il che è ben poco considerando le migliaia di pagine9. Queste occorrenze sono disseminate fra l’udienza del pomeriggio del 20 novembre 1945, cioè proprio l’inizio del processo, e quella del 31 agosto 1946, verso la sua fine.
Il primo ad aver usato il termine «genocidio» (a credere alle traduzioni in inglese e in francese, ma bisognerebbe verificare la parola in russo) è il tenente colonnello Ozol, procuratore aggiunto dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Evoca i crimini di guerra degli imputati. «Si diedero, dice, al “genocidio”», che definisce come «lo sterminio premeditato e sistematico di gruppi razziali e nazionali tra la popolazione di alcuni territori occupati, al fine di distruggere razze o classi determinate di popolazione e gruppi nazionali o religiosi, in particolare gli ebrei, i polacchi, gli zingari o altri. Evoca Majdanek e Auschwitz. Le cifre sono gonfiate: 1.500.000 morti per il primo, 4.000.000 per il secondo. «Tra queste vittime ci sono cittadini della Polonia, dell’URSS, degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Cecoslovacchia, della Francia e di altri paesi».
Gli ebrei non sono menzionati in questo elenco. Lo sono talvolta per “piccoli” massacri , come quello di Kamenec-Podol’skij: «31 mila ebrei, di cui 15 mila persone portate dall’Ungheria». I sovietici non useranno più il termine. È dunque la loro unica occorrenza.
Bisogna attendere la 173ª giornata del processo, martedì 26 giugno 1946, perché il termine venga pronunciato di nuovo, questa volta dal britannico Sir David Maxwell-Fyfe, il vice del procuratore Sir Hartley Shawcross. Sostiene l’accusa contro von Neurath, ex ministro degli Esteri e protettore del Reich di Boemia e Moravia (sarà condannato a quindici anni di carcere). «Imputato, dichiara Sir David Maxwell-Fyfe, voi sapete che l’atto d’accusa imputa a voi e ai vostri coimputati, tra gli altri crimini, quello di genocidio, cioè lo sterminio di gruppi razziali e nazionali, o, come dice il noto libro del prof. Lemkin, ‘un piano coordinato di diverse azioni volte alla distruzione delle basi essenziali della vita di gruppi nazionali, con lo scopo di sterminare i suddetti gruppi’». E commenta, rivolgendosi all’imputato: «Ciò che volevate fare era sbarazzarvi dei professori, scrittori e artisti cecoslovacchi, che voi chiamavate la classe intellettuale, di persone che avrebbero potuto trasmettere la storia e le tradizioni della Cecoslovacchia alle generazioni future».
Come si vede, è la prima volta che si fa riferimento all’opera di Lemkin. Non per evocare gli ebrei, ma le élite cecoslovacche.
Il 27 luglio 1946, Sir Hartley Shawcross riprende la parola. Una delle frasi del suo discorso d’apertura era stata ripresa dalla stampa ed è spesso citata: «Arriva un momento in cui l’uomo deve rifiutarsi di obbedire al proprio capo se vuole obbedire alla propria coscienza». In questa 198ª giornata si tratta di passare in rassegna le responsabilità di ciascun imputato. Per farlo, a cinque riprese usa il termine «genocidio» e precisa: «Il genocidio non comprendeva soltanto lo sterminio del popolo ebraico o degli zingari. Fu applicato, in forme diverse, in Jugoslavia, agli abitanti non tedeschi dell’Alsazia-Lorena, alle popolazioni dei Paesi Bassi e della Norvegia. La tecnica variava da una nazione all’altra, da un popolo all’altro. L’obiettivo a lungo termine era lo stesso».
«Perché, mentre la distruzione degli ebrei d’Europa è presente e documentata nella sua ampiezza e nelle sue diverse modalità, non si afferma [al processo di Norimberga] in quanto tale nello spazio pubblico?»
Anche l’accusa francese ricorre al termine «genocidio» negli ultimi giorni del processo. Per bocca del procuratore Auguste Champetier de Ribes, il 29 luglio, 199ª giornata, che evoca «lo sterminio metodico, scientifico, di milioni di esseri umani e in particolare di alcuni gruppi nazionali o religiosi, la cui esistenza intralciava l’egemonia della razza germanica. Crimine così mostruoso, così ignoto alla Storia dall’era cristiana (…) che è stato necessario coniare il neologismo di genocidio». Charles Dubost, procuratore aggiunto, gli succede per pronunciare la requisitoria contro Kaltenbrunner. Egli ritiene che questi sia stato «una delle figure più importanti nella realizzazione della politica di sterminio e nel compimento del genocidio». Precisa poi, nel formulare l’accusa contro Hans Frank, che questi ha contribuito allo «sterminio di numerosi polacchi».
L’ultimo a servirsi del termine «genocidio» è… Alfred Rosenberg, il teorico dell’antisemitismo, il responsabile del saccheggio degli appartamenti e delle opere d’arte in Francia, in Belgio e nei Paesi Bassi, il ministro dei Territori occupati dell’Est. Fu difeso dal dottor Thoma. Occorre rileggere la sua lunga arringa della 171ª giornata del processo, mercoledì 10 luglio 1946. Thoma è il secondo, e l’ultimo, a citare Lemkin: «In Rosenberg non c’è dunque genocidio, come afferma Raphael Lemkin in Axis Rule in Occupied Europe, che circoscrive questa stessa nozione a ‘razze e razze, popoli e popoli’ ma di una lotta tra valore spirituale e valore spirituale, dunque di un confronto di ordine spirituale. Più avanti Thoma si produce in una vera e propria apologia dell’antisemitismo: l’antigiudaismo non è un’invenzione del nazionalsocialismo, Rosenberg era un antisemita convinto. «Ho già messo in evidenza che personalità tanto diverse tra loro come von Papen, von Neurath e Raeder si erano allineate all’opinione secondo cui tutta la vita pubblica era talmente saturata dall’elemento ebraico da rendere necessario un cambiamento. Questa situazione, così come si presentava nella realtà, e il fatto che gli ebrei di Germania sapessero rispondere agli attacchi secondo la legge del taglione, aveva esacerbato la lotta antisemita già prima della presa del potere». Rosenberg, prosegue, si basava «su fatti concreti che provavano l’attività di disgregazione degli ebrei». E li elenca.
Così, davanti alla corte internazionale, senza essere interrotti e senza che si levino grida, è possibile elogiare la volontà nazista di allontanare gli ebrei dalla Germania. Norimberga è davvero un «fair trial», un processo equo, e la difesa degli imputati gode di ogni libertà.
Lasciamo a Rosenberg l’ultima parola, dato che è l’ultimo a pronunciare il termine «genocidio». È sabato 31 agosto 1946, ed è la 216ª giornata del processo. È il sesto a prendere la parola per una breve dichiarazione finale, dopo Göring, Hess, Ribbentrop, Keitel e Kaltenbrunner. «Accolgo con favore l’idea che il crimine di genocidio sia bandito da una convenzione internazionale, dichiara, a condizione, naturalmente, che tale genocidio non sia in alcun modo autorizzato in futuro contro il popolo tedesco». Rosenberg sarà condannato a morte e impiccato il 16 ottobre.
È dunque solo nelle ultime settimane del processo che si fece riferimento a Lemkin e che l’accusa, britannica e francese, ricorse al termine «genocidio», la cui definizione, come abbiamo visto, sembrava molto ampia. Non designava specificamente la distruzione degli ebrei d’Europa né quella di rom e sinti.
Questa distruzione fu tuttavia – Roger Errera lo notava per primo già nel 1982 – molto presente nel corso del processo e nei documenti, 19 volumi, anch’essi pubblicati. È a partire da questo processo, e grazie a esso, che i pionieri Léon Poliakov e Raul Hilberg scrissero le prime storie. Bréviaire de la haine uscì nel 1951. Raul Hilberg discusse la propria tesi nel 1955, ma ebbe difficoltà a pubblicarla; è sull’onda del processo Eichmann che nel 1961 vide la luce la prima versione de La distruzione degli ebrei d’Europa.
Perché, mentre è presente e documentata nella sua ampiezza e nelle sue diverse modalità, non si afferma allora in quanto tale nello spazio pubblico? Viene evocata come uno degli aspetti della criminalità nazista (talvolta inclusa nel genocidio), che è massiccia e multiforme, in un dopoguerra in cui coloro che ne sono stati vittime sono così numerosi. Ci vorranno una quindicina d’anni e il processo a Eichmann, quella «Norimberga del popolo ebraico» (David Ben Gurion), per, in un certo senso, ritagliarla e produrre, per un pubblico mondiale, una narrazione separata da ciò che gli israeliani chiamano già Shoah.
Traduzione di Alice Lumia e Carlotta Pino
- La parola ebraica shoah («catastrofe», «distruzione») indica in Israele, fin dagli anni Quaranta, la distruzione degli ebrei d’Europa. All’inizio degli anni Ottanta la sua trascrizione francese non è fissata: si trovano «Choa», «Shoa» e «Shoah». La grafia «Choa», adottata dall’APHG e dal CDJC, è quella dell’epoca. È il film di Claude Lanzmann, Shoah (1985), a imporre la sua forma ortografica definitiva, oggi l’unica in uso. «Choa» viene conservata quando si tratta di restituire i titoli e l’uso di quegli anni, e «Shoah» ovunque altrove [N.d.R.]. ↩︎
- Fu pubblicata nel novembre 1982 sotto forma di opuscolo dal CDJC, con il sottotitolo: «Come presentano i manuali di storia lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale?». Rileggere questi testi oggi ha qualcosa di sconvolgente, innanzitutto perché, fatta eccezione per il professor André Kaspi, nessuno degli autori è ancora in vita, ma soprattutto perché i contributi dimostrano come i dibattiti di oggi fossero già quelli di ieri. Sulla quarta di copertina si legge: «Man mano che il tempo passa, i sopravvissuti scompaiono e la responsabilità degli insegnanti cresce».
↩︎ - Sulla storia del CDJC e sul suo ruolo nel processo di Norimberga, si veda il capitolo «17, rue Geoffroy l’Asnier» che apre il mio libro, Itinérances, pubblicato da Albin Michel nel 2025, pp. 13-97.
↩︎ - L’Allemagne nazie et le génocide juif : actes du colloque de l’Ecole des Hautes études en sciences sociales (La Germania nazista e il genocidio ebraico: atti del convegno dell’École des Hautes Études en sciences sociales), Gallimard-Le Seuil, novembre 1985.
↩︎ - Dopo una lunga sparizione, la collana è stata ripresa nel 2025.
↩︎ - Op. cit., p. 448.
↩︎ - Era un lavoro su commissione delle edizioni Ouest-France, in vista del primo convegno di storici organizzato al Mémorial de Caen per il cinquantesimo anniversario dell’apertura del processo. Cfr. Annette Wieviorka (a cura di), Les procès de Nuremberg et de Tokyo («I processi di Norimberga e di Tokyo»), Complexe, Bruxelles, 1996.
↩︎ - R. W. Cooper, The Nuremberg Trial (Penguin, 1947).
↩︎ - L’IA che ho consultato ne conta 49, ma questo conteggio include i volumi di documenti. Resta che questa cifra rimane bassa.
↩︎