#70 / Editoriale
Fania Oz-Salzberger, storica delle idee e figlia di Amos Oz, rifiuta lo scontro tra sostenitori di Israele e della Palestina e contesta la dicotomia tra essere pro-Israele ed essere pro-Palestina. L’idea che Israele e Palestina siano coinvolti in un conflitto a somma zero – secondo cui il guadagno di un popolo debba necessariamente corrispondere alla distruzione dell’altro – è sia intellettualmente fallace che pericolosa da un punto di vista politico, e rischia di intrappolarci in una logica nella quale sono concepibili solo vittoria o sconfitta. Contro le concezioni assolute della giustizia afferma la pari legittimità nazionale dei due popoli, distingue l’antisionismo storico da quello che oggi contesta l’esistenza di Israele e sostiene una pace imperfetta basata sul compromesso in un testo politico e insieme personale, che torna al sionismo umanista di Isaiah Berlin e Amos Oz per interrogarne l’attualità, tra nazionalismi e “falsi amici” di entrambi gli schieramenti.
La reputazione di Theodor Herzl e il suo status di fondatore leggendario hanno certamente subito qualche distorsione. O forse, come accade all’eredità dei rivoluzionari, sono stati diluiti e ricondotti a una rappresentazione consensuale. Lo scorso 5 agosto, in piena campagna elettorale, si è tenuta a Gerusalemme una cerimonia discreta: le spoglie dei nonni di Herzl, Shimon e Rivka, sono trasferite da Belgrado al Monte Herzl. Danny Trom si chiede cosa ci fosse dietro questo gesto di rimpatrio degli antenati, con cui è stata affermata la restaurazione di una «continuità», senza che apparentemente nessuno in Israele abbia avuto nulla da ridire. Uno strano omaggio al padre fondatore, facendone l’erede diretto di una tradizione religiosa che non conosceva e fingendo di dimenticare che il sionismo di questo ebreo moderno era proprio soluzione di continuità. Con l’avvicinarsi delle elezioni israeliane, Trom ricorda che è proprio questa origine, europea e dall’identità incerta, che la narrativa dell’autoctonia ormai avviata a diventare dominante si propone oggi di cancellare.
La leggenda di Charlie Chaplin ha sempre avuto a che fare anche con l’incertezza delle sue origini. Adolphe Nysenholc, da sempre affascinato da Charlot, si imbatte un giorno, in Polonia, in un cartello stradale con la scritta «Czaplin» proprio di fronte alla casa natale dei suoi genitori. Che cosa ci fa qui? La ricerca procede a tentoni tra le rovine di uno shtetl e il ricordo sfocato di una madre tornata da Auschwitz. Il suo nome in questo caso non è stato distorto dal suo utilizzo: semplicemente diventa il punto di partenza per raccontare una storia.