Difendere il sionismo liberale: pro-Israele, pro-Palestina, pro-pace
Fania Oz-Salzberger, storica delle idee e figlia di Amos Oz, rifiuta lo scontro mortale tra sostenitori di Israele e della Palestina. Contro le narrazioni a somma zero e le concezioni assolute di giustizia, afferma la pari legittimità nazionale dei due popoli, distingue l’antisionismo storico da quello che oggi contesta l’esistenza di Israele e sostiene una pace imperfetta basata sul compromesso. Un testo politico e personale che vuole riabilitare il sionismo umanista di Isaiah Berlin e Amos Oz di fronte ai nazionalismi e ai «falsi amici» di entrambi gli schieramenti.
Vorrei iniziare con una considerazione personale. Questa non è una conferenza come le altre, e non potrebbe nemmeno esserlo, dato che anche il momento storico che stiamo vivendo è tutt’altro che ordinario. Sono israeliana, nata e cresciuta in quello che un tempo veniva definito il campo pacifista israeliano, e due recenti catastrofi hanno devastato la posizione del mio Paese nel mondo, la storia della mia vita personale e una parte della mia anima.
Il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre nel sud di Israele e la guerra che ne è seguita a Gaza non sono soltanto gli eventi che più hanno segnato la mia vita pubblica, in quanto cittadina e come voce impegnata nel dibattito pubblico e accademico, ma sono anche tragedie che hanno avuto un impatto profondo sulla mia vita privata.
Parlo con un senso di dolore, non solo per le persone assassinate che conoscevo, non solo per i numerosi innocenti in Israele e per il gran numero di innocenti uccisi a Gaza che non conoscevo. Mi rendo conto che il mio Paese, anche se dovesse sopravvivere e prosperare, porterà con sé un fardello storico, una sorta di marchio di colpa. Ma non posso nemmeno essere certa che sopravviverà e prospererà. Non sono quindi qui soltanto come osservatrice e analista: nutro una grande paura per la mia patria, per il mio senso di appartenenza e per il futuro della mia identità.
Questo non è il momento migliore per essere vivi e israeliani. E essere giovani, come lo sono i miei figli e i loro amici, è ancora più difficile; eppure sono proprio i giovani a ispirare la nostra lotta continua per la guarigione di Israele e Palestina.
Nelle condizioni attuali, alla vigilia delle elezioni israeliane, abbiamo ancora una serie di strumenti a nostra disposizione e un orizzonte pieno di speranza. Continuo a credere che la società israeliana possa ancora rialzarsi e risanare i propri strumenti di governo e i propri strumenti mediatici. Questo processo potrebbe, a sua volta, riaprire la strada alla negoziazione di un compromesso e, infine, alla pace, accanto a una Palestina pacifica. Diversi partiti politici in lizza per la Knesset, compresi i partiti arabi e il Partito Democratico, a maggioranza ebraica, parlano apertamente di pace e di una soluzione a due Stati; questa posizione è condivisa anche dalla maggior parte delle organizzazioni della società civile. Continuo dunque a sperare che la mia famiglia possa continuare a vivere in Israele e a parlare ebraico per le generazioni a venire. Ritengo che far sentire la propria voce sia un dovere civico, finché c’è una speranza politica concreta.
È irrilevante chiedersi quanti israeliani io “rappresenti”, anche se chiaramente non sono una voce isolata. Non si tratta di sondaggi d’opinione: secondo la maggior parte dei sondaggi, entrambe le nazioni vogliono distruggersi a vicenda. E sì, le opinioni contano moltissimo, come disse una volta David Hume: “È soltanto su opinioni che si fonda il governo; e questa massima vale tanto per i governi più dispotici e militari, quanto per quelli più liberi e popolari”. John Stuart Mill aggiunse che l’impatto dell’opinione è una questione di opinione.
Questo non è ottimismo superficiale. L’opinione degli israeliani sulla pace con l’Egitto cambiò letteralmente dall’oggi al domani quando il defunto Anwar Sadat fece la sua visita a sorpresa al primo ministro Menachem Begin.
Vorrei fare una premessa sui fallimenti del dialogo globale, nonostante – o forse proprio a causa di – internet e del mondo che ha creato. Ancora oggi, la maggior parte degli israeliani non è consapevole della portata della calamità che ci ha colpiti. Sono talmente intrappolati in una visione unidimensionale della realtà, creata in parte dal governo israeliano e dai media, da affermare con forza che Israele sia una vittima innocente, senza colpe. Si chiudono in una posizione quasi fetale di vittimismo assoluto sorprendentemente simile, per certi aspetti, alla posizione palestinese.
Questa dissonanza mi addolora e mi fa infuriare più di quanto io riesca a esprimere, ma la mia rabbia non è rivolta ai cittadini traumatizzati, né tantomeno ai miei amici e colleghi che il 7 ottobre hanno perso barbaramente i propri cari per mano dei terroristi di Hamas. La mia rabbia è diretta contro chi manipola dall’alto e contro gli influencer digitali che oscurano l’umanità dei civili del nemico; contro gli stessi leader e demagoghi che gridano “al lupo” o accusano di antisemitismo chi è un vero amico di Israele non appena muove una critica feroce alle sue politiche.
Non ho certo bisogno di ricordare al pubblico qui presente che l’antisemitismo è reale, in parte antico, in parte di recente risveglio, e che la violenza concreta che ne deriva sta crescendo sull’onda della sua diffusione verbale. Eppure, invece di mostrare una solida solidarietà alle comunità ebraiche di tutto il mondo, il mio governo sta dilapidando l’opposizione liberale all’antisemitismo, diffamando veri amici e autentici alleati e qualificando come antisemite critiche legittime. Allo stesso tempo, paradossalmente, antisemiti dichiarati vengono talvolta celebrati come filoisraeliani, benché siano ultranazionalisti, l’incarnazione stessa di amici falsi.
Invece di mostrare una solida solidarietà alle comunità ebraiche di tutto il mondo, il mio governo sta dilapidando l’opposizione liberale all’antisemitismo, diffamando veri amici e autentici alleati e qualificando come antisemite critiche legittime.
La buona notizia è che numerosi cittadini israeliani, appartenenti a quell’ampio spettro di maggioranza che va dalla sinistra alla destra moderata, vedono nelle prossime elezioni un’opportunità per ricomporre ciò che si è spezzato, risanare ciò che è gravemente malato e creare un clima più favorevole alla ri-democratizzazione di Israele. Una parte di questo spettro politico, non tutta, è favorevole alla ripresa dei negoziati con i palestinesi. Tuttavia, l’intero spettro si oppone alla corruzione dell’attuale governo, alla violenza illegale esercitata dai soldati e dai coloni in Cisgiordania e alla presa di controllo della polizia, della Guardia di Frontiera e del servizio penitenziario da parte di un ministro condannato per reati di matrice razzista, cresciuto politicamente sotto l’ala di Netanyahu per sostenere la sua coalizione fuorilegge [Itamar Ben-Gvir – redazione].
Oggi esporrò tre argomentazioni: in primo luogo, che l’idea di un conflitto a somma zero tra Israele e Palestina è falsa; poi, che dobbiamo distinguere tra le forme storiche e quelle attuali dell’antisionismo; e infine, che la pace – per quanto imperfetta – deve avere la precedenza sulle nozioni assolute di giustizia. Sosterrò inoltre il ritorno al pragmatismo, un valore che un tempo era sionista e che oggi è stato gettato al vento.
I FANTASMI DI OXFORD
Questo intervento è dedicato alla memoria, per me carissima, di due uomini che si incontrarono per la prima volta qui a Oxford nel 1969, un incontro al quale io ebbi la fortuna di assistere, nonostante avessi solo otto anni: Sir Isaiah Berlin e mio padre, Amos Oz. Sono grata che non siano più in vita oggi per assistere alla calamità che stiamo vivendo. Da persona laica quale sono, mi piace pensare che i loro fantasmi possano aleggiare in questa stanza e che non possano ancora riposare in pace. Ricordo la loro insistenza, durata tutta la vita, nel cercare un filo umanista nel deserto e nella bruttezza della storia, controcorrente rispetto al “legno storto dell’umanità”.
Fu proprio durante una delle loro conversazioni, qui a Oxford negli anni Ottanta, quando ero una dottoranda, che sentii mio padre dire che il conflitto israelo-palestinese è uno scontro tra giustizia e giustizia.
Per questo, disse, è la tragedia greca per eccellenza, nel senso preciso che Sofocle ed Euripide attribuivano al termine.
L’idea di rivendicazioni di giustizia contrapposte è oggi soffocata dal rumore di una cosiddetta teologia politica filopalestinese fatta di demoni e angeli, conquistatori e conquistati, emisfero settentrionale ed emisfero meridionale, colonialisti malvagi e vittime innocenti, cattivi e giusti. Questo dipinge i miei nonni come coloni europei che invasero la terra palestinese e l’hanno rubata, convinti di avere il diritto di farlo.
Nella sua manifestazione più estrema, piuttosto comune, questa teologia politica abbraccia anche Hamas e Hezbollah, sostenendo che l’omicidio sia una punizione giusta per un furto.
La storia della vita dei miei nonni, mi viene detto, è stata cancellata. Da accademici, intellettuali, politici, giornalisti e influencer dei media.
Il sionismo, una posizione che il mio prozio Joseph Klausner considerava una fusione moderna tra ebraismo e umanesimo, è stato cancellato. Sui social media mi viene spesso detto che non esiste un sionismo liberale, tanto meno uno umanista, perché sarebbe una contraddizione in termini. Una chimera logica.
Sono qui oggi perché penso di esistere davvero. Ma spetta a voi decidere.
E dunque sì, pronuncerò le parole, quasi ostracizzate, “sionismo liberale”, ciò che Berlin e Oz furono fino alla fine dei loro giorni. Si basa sulla classica distinzione di Berlin tra movimenti nazionali benigni e maligni. Fino alla fine della sua vita, egli considerava il sionismo fondamentale un credo nazionale moderato e, nell’ultimo decennio, mise in guardia contro l’ascesa del nazionalismo israeliano maligno: un’ideologia fondata sulla superiorità razziale e sulla negazione dell’eguale diritto dei palestinesi a uno Stato-nazione.
Per essere assolutamente chiari, Berlin e Oz, così come numerosi pensatori sionisti moderati prima di loro, riconobbero, ancora prima di Theodor Herzl, che la rivendicazione ebraica di indipendenza nazionale aveva lo stesso valore di quella di qualsiasi altro popolo.
Herzl non era a conoscenza della rivendicazione palestinese, ma Berlin e Oz la accettarono come altrettanto giusta.
Il sionismo mirava alla normalità per gli ebrei tra tutti gli altri popoli. La superiorità ebraica non è affatto normale.
Fino alla fine della sua vita Berlin ha considerato il sionismo un credo nazionale moderato e, nell’ultimo decennio, mise in guardia contro l’ascesa del nazionalismo israeliano maligno: un’ideologia fondata sulla superiorità razziale e sulla negazione dell’eguale diritto dei palestinesi a uno Stato-nazione.
A chi nega l’esistenza di un sionismo liberale o umanista rispondo che quasi ogni negoziato di pace intrapreso durante questo conflitto si è svolto tra palestinesi moderati e sionisti liberali.
A questo punto vorrei salutare i miei interlocutori Ahmed Fouad Alkhatib, Samer Sinijlawi, Aziz Abu Sarah, due cari amici in Germania che forse non desiderano ancora essere nominati, e molti altri che sono stati oggetto di un odio estremo per aver pubblicamente sostenuto un futuro per palestinesi e israeliani.
Vorrei inoltre menzionare il vasto gruppo di palestinesi della Cisgiordania che partecipa a una serie di incontri in Europa con esponenti dell’opposizione israeliana, e che per ora rimane lontano dai riflettori. Siamo l’uno la roccia dell’altro mentre affrontiamo l’astio riversato contro di noi. Se questi partner per la pace mi accettano, non rinuncerò alla mia autodefinizione, alla mia identità ideologica: prima di tutto una democratica liberale, poi una sionista umanista.
Partendo da questa eredità personale e intellettuale, passo ora alla mia prima argomentazione.
UN CERCHIO CHE NON ESISTE
Sono qui per contestare la falsa dicotomia tra essere pro-Israele ed essere pro-Palestina. Non cercherò di quadrare questo cerchio, perché è il cerchio stesso a essere falso.
L’idea che Israele e Palestina siano coinvolti in un conflitto a somma zero – secondo cui il guadagno di un popolo debba necessariamente corrispondere alla distruzione dell’altro – è sia intellettualmente fallace sia pericolosa da un punto di vista politico. Ci intrappola in una logica nella quale sembrano concepibili soltanto una vittoria totale o una sconfitta totale.
La realtà umana è meno ordinata. Il “legno storto dell’umanità”, espressione di Immanuel Kant così magnificamente elaborata da Isaiah Berlin, non produce una simmetria perfetta. Non possiamo cancellare le catastrofi del passato, ma possiamo plasmare ciò che ne consegue. Le società, come le persone, possono resistere, adattarsi e persino guarire, anche se mai senza cicatrici. Proprio come gli esseri umani e le società, anche gli alberi secolari portano con sé le loro cicatrici, pur continuando a guarire e crescere.
Vorrei rendere chiaro da dove provengo. Sono figlia e nipote di ebrei di origine europea e in parte sefardita giunti al porto di Jaffa con un certificato di immigrazione rilasciato dal governo del Mandato britannico di Palestina negli anni Trenta. Sebbene non tutti e quattro fossero sionisti convinti, per tutti e quattro quella era l’unica via d’uscita dall’Europa orientale in quella fase ormai avanzata, prima del settembre 1939. Tutti i nostri parenti rimasti lì, compresi coloro che avevano disperatamente cercato di ottenere un visto per altri Paesi, furono catturati e fucilati o uccisi con il gas dalla Wehrmacht e dalle SS. Nel 1942 non avevamo più un solo parente in vita in Europa.
Sono anche una storica delle idee. La mia tesi di dottorato, scritta proprio in questa università, verte sull’Illuminismo. Mi sono serviti anni per comprendere quanto stretto fosse il legame tra il tema che avevo scelto e la storia della mia stessa famiglia. L’Illuminismo, e in particolare quello tedesco, ispirò i pionieri della Haskalah ebraica, che a sua volta alimentò l’idea sionista. Alimentò inoltre ideologie non sioniste e antisioniste tra la numerosa popolazione ebraica dell’Europa orientale, allora in pieno risveglio culturale. La Haskalah iniziò tuttavia sempre più a sostenere l’idea sionista perché il suo umanesimo paneuropeo veniva continuamente schiaffeggiato e deriso da un antisemitismo modernizzato. Mio nonno Arieh era solito raccontare: “Quando ero bambino in Europa, i graffiti sui muri ci gridavano ‘Ebrei, andate in Palestina’; invece, ora che viaggio in Europa, le scritte mi dicono ‘Ebrei, andate via dalla Palestina’”. I tempi sono davvero cambiati.
Permettetemi di esporre un semplice fatto. L’idea sionista della mia famiglia non comportava lo sfollamento di un solo palestinese e ha salvato la vita a tutti e quattro i miei nonni. Ha fornito l’unico luogo nel quale io avrei potuto nascere. La loro migrazione negli anni Trenta e, non dimentico anche, la campagna dell’esercito britannico in Nord Africa, furono le sole circostanze che impedirono alla Wehrmacht e alle SS di uccidere i miei genitori quando erano ancora neonati.
Certo, anche quei nonni credevano in uno Stato per gli ebrei e per tutti i suoi cittadini, nell’antica rivendicazione della terra e nella costruzione di una comunità giusta, di un Paese o di un kibbutz. Ma la ragione principale che li spinse a emigrare non era l’ideologia, bensì la vita.
Nella mia stessa famiglia, la sopravvivenza è stata possibile grazie all’emigrazione. Da questa esperienza nacque quella che poi mio padre definì “giustificazione della zattera di salvataggio”: il sionismo non come destino o ideologia, ma come rifugio.
Il semplice fatto che moltissime persone siano sopravvissute soltanto grazie al sionismo non mi obbliga a essere io stessa sionista. Non mi impone alcuna narrazione storica specifica né alcuna storia nazionale. Ma mi obbliga a cercare di essere onesta.
Alcuni storici nati come me in Israele sono giunti alla conclusione morale che il sionismo non avrebbe mai dovuto esistere e che, di conseguenza, l’esistenza stessa di Israele sarebbe ingiustificata. Forse le loro biografie sono diverse. Forse le loro famiglie avevano più alternative. Forse sono storici migliori, o persone migliori, più distaccati di quanto lo sia io, capaci di considerare la propria stessa esistenza come moralmente irrilevante.
Rispetto la loro serietà intellettuale. Ma non posso e non riesco a seguirli. Non posso considerare la sopravvivenza dei miei nonni, e la mia stessa nascita, come una nota a piè di pagina irrilevante di un ragionamento teorico.
Il sionismo ha salvato loro la vita. Ha offerto l’unico luogo nel quale io potessi nascere. E mi rifiuto di banalizzare questo fatto.
Il senso di appartenenza dei palestinesi alla loro terra ancestrale merita un rispetto analogo, indipendentemente da quanto si continui a discutere sui dettagli storici. Nessuno se ne andrà via, né gli ebrei israeliani né i palestinesi. Vorrei che i leader mondiali, per non parlare del mio stesso governo, avessero fatto di più per proclamare questo semplice punto di partenza. Invece, le mostruosità del gioco a somma zero sono in marcia: “dal fiume al mare”, “con ogni mezzo”, “uccidere Israele”, “cancellare Gaza”. È un mondo di falsi amici che predicano sempre più spargimenti di sangue.
L’EREDITÀ DELLA SOLUZIONE A DUE STATI
Nell’ultimo decennio della sua vita, mio padre era solito dire al suo pubblico, con tono scherzoso: “Non sono pro-Israele, non sono pro-Palestina, sono pro-pace”. E il titolo del mio intervento di oggi lo parafrasa deliberatamente perché, come ci ha insegnato Isaiah Berlin, ci è consentito parafrasare i pensatori del passato per il loro bene.
Amos Oz era senza dubbio pro-Israele e pro-Palestina, a modo suo. Era profondamente legato allo Stato di Israele e da sempre innamorato della lingua e della cultura ebraica moderna. Fu anche tra i primi israeliani della sua generazione a sostenere la creazione di uno Stato palestinese confinante con Israele, tra il fiume e il mare. Questa era la sua idea di compromesso, che nel suo vocabolario ha un’accezione positiva. Questa era la sua idea di pace, che nel suo vocabolario significa che entrambe le nazioni ed entrambi i popoli possono sopravvivere e prosperare, non unendosi ma separandosi e condividendo.
l movimento crescente dei nazionalisti ebrei che si insediano in Cisgiordania e a Gaza non è un sionismo iper-sionista, bensì antisionista: mina le fondamenta stesse della legittimità di uno Stato per gli ebrei nella terra d’Israele.
Perché non un unico Stato? Perché ebrei e arabi non possono vivere come un’unica famiglia felice? Perché – e questa sarà la mia ultima citazione di mio padre questa sera – noi non siamo un unico popolo, non siamo felici e non siamo una famiglia. “Se volete la pace in Medio Oriente, aiutateci a divorziare”, diceva, “e dividete in due la nostra piccola patria”.
Avevo sette anni quando scoppiò la Guerra dei Sei Giorni e diciassette quando, seduta sul tappeto nell’appartamento dei miei genitori nel kibbutz, assistetti alla nascita del movimento Peace Now.Ero presente quando mio padre dialogava con intellettuali palestinesi, in particolare con Sari Nusseibeh, e quando entrò a far parte del gruppo negoziale di Oslo, aiutando a dare forma a parole all’idea preziosa di un compromesso territoriale. Sono dunque, letteralmente, una figlia della soluzione a due Stati.
Ciò che un numero crescente di israeliani comprende oggi, e che Berlin e Oz avevano capito già più di cinquant’anni fa, è che il movimento crescente dei nazionalisti ebrei che si insediano in Cisgiordania e a Gaza non è un sionismo iper-sionista, bensì antisionista: mina le fondamenta stesse della legittimità di uno Stato per gli ebrei nella terra d’Israele.
LA PERSISTENZA DELLE PAROLE
Questo mi porta a un altro tipo di problema: non la realtà politica, ma il linguaggio che usiamo per descriverla.
Parliamo ora della morte delle parole e dei concetti. Oggigiorno ci sono molti necrologi semantici, e forse abbiamo bisogno di nuove filosofie del linguaggio per affrontarli. Il fatto è che concetti, idee e terminologie non muoiono soltanto perché lo desideriamo, o perché pensiamo che siano finiti, storicamente kaputt, teoricamente insopportabili. Dal 7 ottobre 2023 si sostiene che la soluzione a due Stati sia morta. C’è chi lo dice con tristezza, e chi con gioia. Io sono qui per contestare questa affermazione.
Altre persone, tra cui intellettuali ebrei liberali che stimo, mi dicono che la parola “sionismo” è morta e che dovrebbe essere seppellita il più presto possibile, perché – per dirla in breve – gli influencer sono riusciti a convincere la maggior parte dell’umanità digitale che sionista equivale a nazista.miei amici hanno ragione a preoccuparsi del fatto che io stia portando sulle spalle il peso morto di una parola chiave screditata.
È una dissonanza insopportabile, vivere tra gli ebrei israeliani e, al tempo stesso, restare in sintonia con il resto del mondo. È una dissonanza incredibile, che scredita tutto ciò che un tempo pensavamo di Internet, uno strumento in grado di trasformare il dibattito globale in una conversazione da piazza di paese. Non è così. Internet è ancora una Torre di Babele, e per di più pericolosa.
In quanto storica delle idee, formatasi tra Tel Aviv e Oxford, vorrei suggerire che concetti e vocabolari non muoiono così velocemente. A volte li dichiariamo morti perché desideriamo così tanto che lo siano. Vorrei richiamare l’attenzione del pubblico sul fatto che la stragrande maggioranza dei sette milioni di cittadini ebrei israeliani si definisce sionista, compreso un numero sorprendente e in crescita di ultraortodossi. Molti di loro nutrono una fede fervente nella verità e nella giustizia della propria narrazione storica. Questo senso di identità si scontra oggi con quello di milioni di palestinesi, dei loro amici e sostenitori e di coloro che si autoproclamano tali, tra cui una potente schiera di studiosi e intellettuali pubblici. Due convinzioni grandiloquenti e unilaterali, capaci soltanto di alimentare un gioco a somma zero intriso di sangue.
Non si può parlare di manifestanti pro-Palestina senza prima chiedersi quale tipo di Palestina sostengano. E non si può parlare di manifestanti pro-Israele senza chiedersi a quale tipo di Israele siano favorevoli.
Come si potrebbe, esattamente, “de-sionizzare” queste persone? Un tempo si diceva che lo yiddish è un dialetto e l’ebraico una lingua perché l’ebraico ha un esercito e lo yiddish no. Ebbene, nel senso più brutale del termine, al di là di ogni giustificazione morale o storica, il sionismo è un’ideologia dotata di bomba atomica. Il suo popolo non darà ascolto alla teoria critica e resisterà alla forza bruta, anche se questa resistenza dovesse renderlo ancora più brutale. Nemmeno il movimento nazionale palestinese può essere smantellato con la forza bruta, come abbiamo imparato, a nostre spese.
Il sionismo, nella sua essenza, nel credo di Herzl, ha un nucleo molto compatto. Tutto ciò che lo circonda è o grasso superfluo o una distorsione aberrante, una sorta di cancro che a volte si può osservare nella storia delle idee, avvinghiandosi a un concetto fondamentale fino a comprometterlo definitivamente. Non mi stancherò mai di ripetere la formula di Herzl, perché sono ancora disposta a difenderla con la mia stessa vita. Il popolo ebraico ha diritto a uno Stato-nazione nella propria patria ancestrale.
Questo è il nocciolo, e per Herzl anche un altro elemento ne faceva parte: lo Stato nazionale degli ebrei è una democrazia liberale, ovvero un Paese che garantisce uguali diritti civili ai suoi cittadini, ebrei e non ebrei. La Dichiarazione d’Indipendenza di Israele lo esprime in modo conciso: “[Lo Stato di Israele] sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace, come previsto dai profeti d’Israele; assicurerà la piena uguaglianza dei diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, indipendentemente da religione, razza o sesso; garantirà la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura”.
Si tratta di una componente fondamentale del DNA originario del movimento sionista, ed è per questo che ogni politica antidemocratica e contraria all’uguaglianza civile, adottata da alcuni dei precedenti governi e dall’attuale governo di Israele, è, in sostanza, antisionista. Basti pensare, in particolare, alla Legge Fondamentale promulgata nel 2018 e nota come “Legge sullo Stato-nazione”.
Permettetemi quindi di darvi qualche notizia dalla Terra Santa: il dibattito interno a Israele, ieri come oggi, non verte sulla demolizione del sionismo, bensì sul baratro che separa il sionismo di Herzl e quello della Dichiarazione d’Indipendenza dal cosiddetto sionismo di Netanyahu e Ben-Gvir. Quest’ultimo potrebbe benissimo essere sconfitto nelle prossime elezioni, ma il primo non scomparirà tanto facilmente, per quanto numerosi professori universitari postcolonialisti e i loro studenti zelanti stiano cercando di eliminarlo sul piano concettuale.
Mettiamola in un altro modo: lo Stato di Israele esiste, e se la sua esistenza non fosse messa in discussione, non esisterebbe il sionismo. Nessun altro Stato-nazione ha un’ideologia simile, tuttora attiva e necessaria per difenderne l’esistenza, semplicemente perché la sua esistenza non è messa in dubbio.
Finché sette milioni di ebrei israeliani vivranno in uno stato di paura esistenziale per il proprio Paese, continueranno a usare il termine “sionismo”. Questo scomparirà soltanto – e sia benedetto quel momento – quando sia gli israeliani sia i palestinesi avranno una patria sicura all’interno della propria terra ancestrale. Due Stati o una confederazione creativa.
I DUE ANTISIONISMI
Esistono due diversi cluster di antisionismo, e la differenza principale è di natura temporale.
La prima è l’antisionismo storico, che è sempre stato tanto legittimo quanto diffuso. Nell’Europa orientale dei primi anni del XX secolo, molti ebrei rifiutavano il sionismo per ragioni di principio: alcuni per convinzioni religiose, altri per ideali socialisti o cosmopoliti. Per loro, la questione era se gli ebrei dovessero o meno aspirare alla sovranità nazionale.
La storia non ha trattato queste alternative allo stesso modo. Molti di coloro che avevano rifiutato il sionismo furono travolti dalla catastrofe che ne seguì, mentre coloro che emigrarono sopravvissero. Nella mia stessa famiglia, la sopravvivenza è stata possibile grazie all’emigrazione. Da questa esperienza nacque quella che poi mio padre definì “giustificazione della zattera di salvataggio”: il sionismo non come destino o ideologia, ma come rifugio.
Lo Stato di Israele esiste, e se la sua esistenza non fosse messa in discussione, non esisterebbe il sionismo. Nessun altro Stato-nazione ha un’ideologia simile, tuttora attiva e necessaria per difenderne l’esistenza, semplicemente perché la sua esistenza non è messa in dubbio.
La seconda forma è invece l’antisionismo odierno, che affronta una questione del tutto diversa: non se il sionismo avrebbe dovuto nascere, ma se Israele debba continuare a esistere.
Questa distinzione è importante. Discutere del sionismo prima del 1945 significa discutere di una possibilità. Rifiutare oggi Israele significa confrontarsi con una realtà esistente: milioni di persone, con uno Stato, una società e nessun altro posto in cui andare.
Confondere questi due antisionismi per pigrizia intellettuale o talvolta per malafede manipolatoria non è soltanto un approccio debole sul piano analitico. Significa oscurare ciò che è moralmente in gioco nel presente: la possibilità di una soluzione senza spargimento di sangue sia per i palestinesi sia per gli ebrei.
FALSI AMICI E L’ATTRITO TRA GIUSTIZIA E PACE
Ogni volta che un quotidiano autorevole come il New York Times o il Guardian racconta lo scontro tra filopalestinesi e filoisraeliani, sento che mi viene fatto un torto. Si tratta quasi sempre di una semplificazione eccessiva, fuorviante e talvolta manipolatoria. Non si può parlare di manifestanti pro-Palestina senza prima chiedersi quale tipo di Palestina sostengano. E non si può parlare di manifestanti pro-Israele senza chiedersi a quale tipo di Israele siano favorevoli.
Se, come ho suggerito, Israele e Palestina non sono coinvolti in un conflitto a somma zero, allora che cosa accidenti ci sarebbe di filopalestinese nel desiderio esplicito di distruggere Israele? Nessun desiderio di genocidio nei confronti degli ebrei può dirsi filopalestinese.
Altrettanto aberrante è sostenere che sia filoisraeliano voler cancellare i palestinesi dalla faccia della terra. Volerli sottomettere o sottoporre a una pulizia etnica. Nessun desiderio di genocidio nei confronti dei palestinesi può dirsi filoisraeliano.
Ogni politica antidemocratica e contraria all’uguaglianza civile, adottata da alcuni dei precedenti governi e dall’attuale governo di Israele, è, in sostanza, antisionista.
Il mondo di oggi è pieno di falsi amici. Molti cercano di risolvere questa situazione tentando la quadratura del cerchio attraverso una soluzione a uno Stato unico. La soluzione della “famiglia felice”. Ed ecco che tocca a me ricorrere a quella triste frase: “non dopo il 7 ottobre”. Non nella mia vita. E probabilmente neppure in quella dei miei figli.
Non ci sarà alcuna co-cittadinanza tra i miliziani della Nukhba e le nonne dei kibbutz. Dal punto di vista di chi vive a Gaza, capirei perfettamente se qualcuno mi dicesse che non ci sarà mai una co-cittadinanza tra i civili bombardati, che hanno perso i loro cari e che sono stati costretti a fuggire, e i soldati dell’IDF che, in alcuni casi, hanno commesso crimini di guerra proprio contro di loro. Non è questo il momento per un matrimonio. Un lieto fine? Forse più avanti.
Non voglio che le persone benintenzionate rinuncino al sogno di uno Stato unico; dico soltanto che non potrà realizzarsi né in questa generazione né nella prossima. La soluzione a due Stati può realizzarsi. Non è la mia grande chimera, né la mia utopia messianica, né tantomeno giustizia. Ma rappresenta un orizzonte concreto di coesistenza e un’ancora di salvezza per entrambe le nazioni.
E questo mi porta alla questione della giustizia e della pace. Siamo abituati a vedere questi due termini accostati nella tradizione giudaico-cristiana: “giustizia e pace si baceranno”; ma nel mondo di oggi, la pace è scomparsa da quasi tutti i vocabolari politici, fatta eccezione per la sinistra irriducibile. Devo aggiungere che esiste anche un uso ultranazionalista e razzista del termine shalom, diffuso tra coloro che vorrebbero insediarsi a Gaza e i sostenitori della pulizia etnica in Cisgiordania. La loro è la pace del cimitero, della superiorità ebraica e del folle sogno della scomparsa dei palestinesi. Ma la maggior parte di queste voci non parla affatto di pace. Come del resto accade nella maggior parte delle dichiarazioni pubbliche della cosiddetta voce filopalestinese.
L’eccezione più significativa, e preziosa, è rappresentata dai cittadini arabi di Israele, ovvero i palestinesi israeliani. I leader politici, tra cui Mansour Abbas e Ayman Odeh, parlano apertamente di pace nel contesto della soluzione a due Stati e, più in generale, offrono una prospettiva di coesione tra ebrei e arabi israeliani decisamente migliore. Altri gruppi avanzano idee più originali, come quella di un’unica cornice statuale per due nazioni libere e indipendenti. Tutte le idee originali sono benvenute.
Il termine giustizia, d’altra parte, si è spostato decisamente verso la sponda palestinese di quello che ho definito il gioco a somma zero. Spesso è un eufemismo garbato per indicare esiti che possono essere raggiunti soltanto con la forza (con la parola “resistenza” usata a sua volta come eufemismo garbato per indicare la violenza). Si tratta della pulizia etnica degli ebrei, espressa in frasi come “Tornate in Polonia”, o nel suo gemello ancora più stupido, “Tornate in Germania”. Un simile concetto di giustizia è o anti-pace, oppure conduce verso la pace del cimitero, perché presuppone che gli ebrei che fondarono Israele non avessero alcuna giustizia dalla loro parte. E questa revoca o annullamento della rivendicazione di giustizia da parte dei sionisti ebrei trova piena conferma nella teoria postcoloniale.
Ecco perché penso che la teoria postcoloniale non possa essere l’unico paradigma. Per quanto apprezzata possa essere la sua capacità esplicativa, non coglie appieno quella verità che io, e alcuni di voi, conosciamo. Perciò continuo a difendere, su questo punto, l’eredità di mio padre: la teoria di giustizie tragicamente in conflitto che devono essere riconciliate attraverso il compromesso.
Diceva che esistono due tipi di tragedia: quella shakespeariana e quella cechoviana. Nella prima, alla fine dell’opera il palcoscenico è disseminato di cadaveri e nell’aria rancida aleggia un vago sentore di giustizia assoluta. Nella seconda, nella scena finale tutti sono feriti, delusi, disillusi, infelici. Ma vivi.
CONCLUSIONE: IL PRAGMATISMO DEL FUTURO
Vorrei aprire la mia conclusione con le parole dello splendido poeta israeliano Yehuda Amichai: “Dal luogo in cui abbiamo ragione”, diceva Amichai, “i fiori non spunteranno mai”. E per quanto mi riguarda, preferisco una pace ingiusta a una giustizia senza pace.
Vorrei dunque ricordarvi di un aspetto del sionismo che è stato da tempo dimenticato. La visione di Herzl era profondamente futuristica e utopica, intrisa di amore e fiducia nella modernità, nella tecnologia e nel razionalismo. Altri sionisti erano più realistici, ma fu proprio il loro realismo a dar vita a un’altra virtù perduta del movimento delle origini, incarnata da Chaim Weizmann e David Ben Gurion: il pragmatismo. Attribuivano un’enorme importanza alla diplomazia e consideravano la legalità un principio fondamentale. La risoluzione 181 delle Nazioni Unite del 1947 era il loro Santo Graal, il tanto agognato lasciapassare degli ebrei per entrare a far parte della comunità internazionale.
I governi israeliani degli ultimi anni stanno annullando e sperperando i valori sionisti originari: realismo, pragmatismo e moderazione. Non hanno soltanto respinto l’impegno di herzliano a favore della democrazia liberale, ma, proprio come i fanatici difensori del Secondo Tempio nel I secolo d.C., hanno gettato dalla finestra la ragion di Stato. Peggio ancora, hanno estirpato ogni traccia di umanesimo che animava il primo sionismo: il sogno di Herzl di rendere il mondo un luogo migliore per gli ebrei, per gli arabi e per l’umanità moderna nel suo insieme.
Le prossime elezioni in Israele sono storicamente decisive. Il motivo per cui migliaia di noi sono impegnati nell’attivismo civico e politico è proprio perché siamo ancora all’interno della finestra di opportunità per ri-democratizzare Israele e tornare, tristi, sobri e disillusi, al processo di pacificazione all’interno di confini sicuri e legalmente riconosciuti.
E a mio nipote dico che lo Stato-nazione non è sacro. Non è un’eredità antica che ci proviene dalla notte dei tempi. È un meccanismo politico moderno e profondamente imperfetto, che un giorno sarà sostituito da forme di governo migliori, regionali o globali. A quel punto, il sionismo e tutti gli altri movimenti per la creazione di Stati nazionali saranno relegati nelle ceneri della storia, tragici, sanguinosi e ormai lontani. La giustizia e la pace torneranno a baciarsi, e i fiori cresceranno.
Fino ad allora, il nostro compito è più semplice, ma anche più difficile: scegliere la sfumatura invece dell’assolutismo, la vita invece della purezza e il compromesso invece della disperazione.
Questo testo è stato presentato per la prima volta come discorso in occasione della conferenza annuale Massada tenutasi al Worcester College dell’Università di Oxford a inizio estate 2026, organizzata dalla dottoressa Naomi Rokotnitz. È stato pubblicato, in inglese, su fathom