Vai al contenuto
K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
Creare un account

#71 / Editoriale

Che cosa resta di un nome, quando lo si separa da ciò che lo ha reso autorevole? Omer Bartov ha costruito in decenni una reputazione solida: storico dell’esercito tedesco sul fronte orientale, studioso del destino degli ebrei della Galizia, autore di lavori fondati su un rigoroso uso delle fonti. Con Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele, ha portato quella reputazione dentro il dibattito sulla guerra a Gaza e sull’uso della categoria di genocidio. Jeffrey Herf, in un testo che pubblichiamo in francese, contesta proprio questo passaggio: il trasferimento di prestigio dallo storico al polemista. E si chiede che cosa resti, in questa trasformazione, del metodo che aveva reso Bartov un interlocutore autorevole.

Dall’inizio del 2023 Israele attraversa una crisi istituzionale aperta dalla riforma giudiziaria promossa dal governo. La guerra non l’ha cancellata. Lo scorso 5 luglio, dopo che la Corte Suprema aveva bloccato alcune nomine nell’emittente pubblica, il governo ha votato all’unanimità di non riconoscere le decisioni del consiglio tutelato dalla Corte, sostenendo che fossero fondate su un’interpretazione errata della legge. Julia Christ ha parlato per K. con la giurista israeliana Netta Barak-Corren, che già nel 2023 aveva analizzato la crisi costituzionale. Dalla mancata Costituzione alla nascita delle Basic Laws, fino all’affermazione del ruolo della Corte Suprema, Barak-Corren ricostruisce le origini di una domanda tutt’altro che astratta: chi fa la legge in Israele, e quali limiti può incontrare il potere?

A Belmonte, in Portogallo, alcune famiglie hanno conservato per secoli un’identità ebraica che non potevano dichiarare. Discendenti dei convertiti a forza del XV secolo, hanno mantenuto un ebraismo clandestino fatto di preghiere sussurrate e mezuzot nascoste o portate addosso. «Sono ebrei, questo ti deve bastare», si dice ancora. Il reportage fotografico di Eric Beracassat e il testo di Evelyne Dreyfus ne seguono le tracce fino alla sinagoga inaugurata nel 1996. Una storia di clandestinità e continuità, in cui l’identità non è stata una dichiarazione pubblica ma una pratica ostinata, tramandata per generazioni.