#72 / Editoriale
Molto si è parlato degli estremismi che sembrano riscuotere consenso anche in Germania, almeno nella parte orientale. E il voto massiccio a favore di Alternative für Deutschland (AfD) in due Länder dell’ex Germania Est non va preso alla leggera: è un partito di estrema destra così radicale che persino il francese Rassemblement national (RN) rifiuta un’alleanza al Parlamento europeo. In Sassonia-Anhalt, dove ha appena ottenuto oltre il 44 per cento dei voti, Hans-Thomas Tillschneider (uno dei principali esponenti dell’AfD in quel Land) accusa Israele di punire collettivamente i palestinesi per i crimini di Hamas, per concludere subito dopo che non si può certo ritenere «il popolo tedesco» responsabile della Shoah. Dall’altra parte dello scacchiere politico anche la vittoria a Berlino di Die Linke (La Sinistra), partito che fa pienamente parte del panorama politico democratico tedesco, è motivo di preoccupazione. Al suo interno si levano voci radicalmente antisioniste, se non apertamente antisemite, che non sembrano trovare un contrappeso nel programma di radicale riforma sociale che il partito propone per Berlino. Alle elezioni del 20 settembre, Die Linke è risultata per la prima volta la prima forza politica della città con il 25,7 per cento dei voti. Al di là del clamore esiste sempre, in Germania come in Francia, quella che si potrebbe chiamare “politica quotidiana”. In Germania passa dal cancelliere, dal Bundestag e dal Bundesrat e da quella che viene definita “ragion di Stato”, che sin dal discorso pronunciato dalla cancelliera Merkel alla Knesset nel 2008 comprende ufficialmente «la sicurezza di Israele». Eppure anche qui qualcosa sembra essere cambiato. Gisela Dachs analizza l’evoluzione della ragion di Stato tedesca e il modo in cui l’obbligo storico verso Israele entra oggi in tensione con quello di difendere il diritto internazionale.
Sempre dall’Europa, ma su un terreno diverso, David Lemler recensisce l’opera di Daniel Boyarin, Ebraismo. La genealogia di un concetto moderno. Boyarin parla di una categoria moderna, ereditata dalla tradizione cristiana e interiorizzata dagli ebrei con l’emancipazione, dalla quale sarebbe necessario liberarsi per ritrovare un rapporto ebraico con la tradizione anteriore alla modernità. Lo schema decoloniale produce qui un effetto singolare. Altrove, Boyarin colloca gli ebrei, attraverso il sionismo, dalla parte dell’Europa colonizzatrice; qui, invece, li trasforma nei colonizzati di una categoria europea. La loro «indigenizzazione» richiederebbe così di sottrarre alla storia ebraica la sua parte moderna ed europea, sionismo compreso. Lemler mette in discussione proprio questa operazione: l’ebreo «indigeno» premoderno rischia di essere meno una realtà storica che una costruzione, ottenuta al prezzo di espungere dalla storia ebraica la sua modernità europea.
Dalla Germania alla Francia, si torna sulla questione del rapporto fra ebraismo, universalismo e politica: Bruno Karsenti ripercorre la storia del socialismo francese a partire dall’Affaire Dreyfus e si interroga sulla difficoltà attuale della sinistra nel pensare l’antisemitismo nella sua specificità senza rinunciare alla lotta contro il razzismo e alla critica della politica israeliana. È un problema che riguarda la Francia, ma non soltanto la Francia. E forse è proprio questo il filo conduttore: non una risposta su quale sia oggi il posto degli ebrei in Europa, ma la difficoltà crescente dell’Europa stessa nel formulare quella domanda senza ricorrere a categorie già confezionate. A destra, l’antisemitismo può convivere con una tardiva difesa di Israele; a sinistra, rischia di essere assorbito nel discorso generale sull’oppressione; nella riflessione sull’ebraismo, può essere la modernità stessa a diventare il problema da cui liberarsi. Tre modi diversi di spostare la questione.