#61 / Editoriale
Cosa significa costruire un museo incentrato sull’assenza? Il Museo Ebraico di Berlino festeggia quest’anno il suo 25° anniversario e la sua ultima mostra rende omaggio alle origini dell’edificio e all’architetto che lo ha progettato: Daniel Libeskind. Pubblichiamo il discorso di apertura della curatrice, Miriam Goldmann, in cui si ripercorrono l’origine del progetto e le innovazioni apportate da Libeskind.
Scrittore, saggista e caporedattore della rivista ebraica ungherese Szombat, Gábor T. Szántó si occupa da diversi decenni dell’eredità della Shoah, delle metamorfosi dell’identità ebraica nell’Europa centrale e delle zone d’ombra della storia ungherese contemporanea. Nel 2024 ha pubblicato 1945 and Other Stories, una raccolta di racconti dedicata al periodo successivo alla catastrofe, argomento di cui parla per K. con Liam Hoare. Dalla ricomparsa dei sopravvissuti in un’Ungheria che li credeva scomparsi alle ambiguità del rapporto degli ebrei con il comunismo, Szántó ripercorre la storia spesso trascurata del dopo Shoah in Ungheria.
In Ulisse (1922), uno dei personaggi di James Joyce lancia questa battuta: l’Irlanda non ha mai perseguitato gli ebrei perché non li ha lasciati entrare. Poco più di un secolo dopo, nel novembre 2025, l’Assemblea dell’Irlanda del Nord ha rischiato di crollare perché un ministro si era recato in visita in Israele, a causa di un conflitto che si svolge a 1.500 chilometri di distanza e sul quale essa non ha alcuna influenza. Per Cillian McGrattan non è un accidente passeggero, vi vede il sintomo di un fenomeno più profondo e antico. Perché Israele occupa un posto così importante nell’immaginario politico irlandese? Come ha fatto l’odio verso Israele a diventare, nel nazionalismo irlandese, un elemento così centrale?