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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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# 31 / Editoriale

La sparatoria avvenuta a Bondi Beach, a Sydney, il 14 dicembre, ha causato almeno quindici morti, colpendo una celebrazione di Chanukkah. Ci ricorda qualcosa di oramai evidente: la violenza antisemita circola, cambia scenario, ma conserva la sua logica e mette alla prova, qui come altrove, la capacità degli Stati e delle società di guardare in faccia quanto è successo, di nominarlo. La sparatoria di Bondi Beach ha anche mostrato che le società occidentali non sono oggi all’altezza, che in questo momento non riescono a rendere pubblico il problema dell’antisemitismo che esse stesse generano. Nonostante la strage sia stata condannata, la tendenza generale resta quella di considerare l’antisemitismo come un problema altrui. Cioè un problema di cui non ci si dovrebbe occupare personalmente. Ciò è stato evidente sia nei discorsi che insistevano sulla «necessaria» distinzione dalla lotta antisionista – uccidere gli ebrei in quanto ebrei, no; ma in quanto sionisti? – sia in quelli che si sono aggrappati al significante «terrorismo islamista» per assicurarsi della natura estranea della minaccia e dell’impossibilità di combatterla se non con un forte dispiegamento di forze di polizia. In entrambi i casi, è stata ignorata la dimensione endogena dell’antisemitismo, il fatto che esso agisce proprio dall’interno delle nostre democrazie. E, di conseguenza, si dissolve la possibilità di affrontare il problema alla radice, di combattere ciò che rende possibili questi atti omicidi. La redazione di K. ha voluto esprimere con una sola voce questa constatazione in «Bondi Beach: licenza di uccidere». E poiché la posta in gioco è proprio l’imbarazzo delle democrazie occidentali di fronte alla questione del loro antisemitismo, abbiamo deciso di lasciare ancora per un’altra settimana in prima pagina il testo di Bruno Karsenti sull’antisemitismo della negazione.

Inoltre, per continuare la riflessione, riportiamo l’attenzione dei lettori su alcuni attacchi che hanno preceduto quello che ha avuto luogo in Australia. Sono quattro testi pubblicati negli ultimi anni, che testimoniano come questo sia solo l’ultimo di una lunga serie. Roma, 9 ottobre 1982: un commando prende di mira coloro che escono dalla sinagoga, e alcuni elementi – documentati – suggeriscono siano stati trascurati dei chiari allarmi, sollevando la spinosa questione della negligenza, se non addirittura della connivenza. Djerba, dopo l’attentato alla Ghriba (2023): un racconto descrive la paura, l’isola come rifugio e come trappola, e la difficoltà di far riconoscere l’antisemitismo. Tolosa, dieci anni dopo l’attacco alla scuola Ozar HaTorah: l’intervista con Franck Touboul misura gli effetti duraturi dello shock, la vita comunitaria sotto costrizione, la decisione di resistere. Infine, l’analisi di Rudy Reichstadt sull’altro fronte aperto da quest’ultimo massacro, quello della battaglia delle parole – e il modo in cui Jean-Luc Mélenchon ha parlato di Ozar HaTorah, tra relativizzazione, sospetto e capovolgimento accusatorio.

Leggere questi testi insieme, con Sydney in mente, significa cogliere come lo scenario si ripete, nei fatti come nei discorsi.