Vai al contenuto
K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
Creare un account

Distruggere Israele, riparare il mondo

Benjamin Moser e Molly Crabapple propongono due visioni diverse di un mondo senza sionismo, ma solo una delle due è una visione ebraica.

Che cosa resta di ebraico in un antisionismo che rifiuta ogni appartenenza collettiva ebraica? Mettendo a confronto la storia dell'antisionismo proposta da Benjamin Moser – "Anti-Zionism: A Jewish History" – con il racconto che Molly Crabapple dedica al Bund in "Here Where We Live Is Our Country: The Story of the Jewish Bund," lo storico Eliyahu Stern, professore a Yale, distingue tradizioni che si tende a ricondurre troppo in fretta sotto un'unica etichetta. Alla rottura con la collettività ebraica contrappone un antisionismo storicamente legato alla sua autonomia politica. Una critica che interroga anche la responsabilità dei dirigenti israeliani per la rottura con una parte degli ebrei americani.

Appare sulla scena mondiale come un whistleblower, un delatore, che rivela alle autorità al potere le oscure macchinazioni politiche e i comportamenti poco raccomandabili degli ebrei.

Gli ebrei, accusa, sono un popolo che ha abusato del potere politico loro concesso. Lasciati a se stessi, rubano, truffano e depredano i beni dei poveri goyim. Questo delatore dispone di informazioni segrete sulla politica ebraica che, a suo dire, proverebbero l’esistenza di tali complotti. Le élite al potere, dichiara, devono sciogliere le strutture collettive ebraiche e incoraggiare l’assimilazione degli ebrei. Il delatore sostiene che la sua impresa poggia su profonde convinzioni etiche ma, lontano dagli sguardi, le élite di non ebrei lo pagano profumatamente per i suoi servigi.

Gli ebrei, a loro volta denunciano questo delatore, definendolo un moser, il più infamante degli appellativi con cui si può bollare un ebreo. Il termine deriva dall’ebraico mesirah, “consegnare alle autorità”, e compare per la prima volta nei primi testi rabbinici; indica una persona dal carattere più abietto di quello di un serpente: il moser perde il proprio posto nel Mondo a Venire. Altri testi arrivano persino ad autorizzare l’uccisione di un moser qualora sia certo che si rivolgerà alle autorità, ma non l’abbia ancora fatto. In diverse occasioni i responsabili delle comunità ebraiche applicarono tale pena per garantire la sicurezza della comunità.

L’antisionismo secondo Moser

Nel suo nuovo libro, Anti-Zionism: A Jewish History (L’antisionismo, una storia ebraica, Doubleday, 2026), Benjamin Moser, il cui cognome è particolarmente appropriato e che è noto soprattutto per la biografia di Susan Sontag premiata con il Pulitzer, descrive bei dettagli l’assassinio a sangue freddo di Jacob Israël de Haan, un giornalista olandese arrivato in Palestina all’inizio del Novecento e dichiarato un moser. De Haan attirò contro di sé l’ira dei sionisti informando le autorità britanniche delle discriminazioni dei sionisti nei confronti delle popolazioni arabe locali. De Haan è uno dei dodici individui nati ebrei e provenienti da tutto il mondo di cui Moser mette in luce la vita e l’eredità antisionista. Determinismo nominativo a parte – come dicono i rabbini, kishmo kein hu, ossia egli è come il suo nome – Moser insiste sull’importanza di dire la verità da parte degli ebrei. «Invece di essere cancellate dalla storia», queste dodici figure appariranno, attraverso Moser come «eroi […], come l’aristocrazia morale del popolo ebraico». Per Moser, il moser è l’ebreo ideale.

Jacob Israël de Haan in Palestina, vestito all’araba, tra il 1919 e il 1924. (G. Krikorian, Gerusalemme, pubblico dominio)

Moser riunisce questi dodici «eroi» in «una tradizione nascosta, simile a quelle dei cabalisti e dei marrani: una tradizione fatta di persone a lungo ignorate e disprezzate, ma che alla fine hanno avuto ragione». Si tratta di una tradizione ebraica talmente nascosta che, per quanto ne so, Moser è il primo ad averla riconosciuta come tale. Forse ha peccato di modestia, ma ciò che descrive è in realtà definito come «moserismo», termine con cui potremmo chiamare questa nuova tradizione. Il moserismo esprime il desiderio di rompere con la solidarietà comunitaria e l’identità nazionale ebraiche per seguire un codice morale più universale. Nel racconto di Moser, questo codice può fondarsi sull’islam (come nel caso di Ahmad Sadiq Saad, egiziano convertito e comunista), su ideali religiosi che rifiutano i legami nazionali o collettivi (come nel caso di Hyman Judah Schachtel, rabbino riformato americano), sull’imperialismo liberale (come per Edwin Montagu, politico britannico antisionista), sui diritti umani (Ronald Kasrils, leader sudafricano della lotta contro l’apartheid, Nan Goldin, artista visiva e attivista, e Felicia Langer, avvocata tedesco-israeliana), oppure sul comunismo (Maxime Rodinson, studioso francese del colonialismo).

Per Moser, ciò che accomuna coloro che a prima vista potrebbero sembrare dodici individui scelti a caso, non è soltanto la loro opposizione al sionismo, ma anche l’adesione a un ideale cosmopolita che trascende le proprie origini. Tutti sono pronti a fare appello a un organismo o a una fonte esterni alla collettività ebraica. È per questo che, come afferma Moser, sebbene il suo «libro riguardi necessariamente gli ebrei, esiste soltanto per via dei palestinesi».

Nel corso del libro, i ritratti delineati da Moser mostrano al lettore numerosi episodi di perfidia israeliana: la riluttanza dei leader israeliani a perseguire una pace con i palestinesi; la scarsa curiosità degli israeliani per i loro vicini palestinesi, unita al timore di incontrarli; le punizioni draconiane inflitte ai detenuti palestinesi dalle guardie carcerarie israeliane con comportamenti degni dei nazisti; le molestie e gli omicidi di palestinesi da parte dei coloni ebrei; e infine, le condizioni di vita squallide imposte ai rifugiati palestinesi.

Servendosi della sua galleria di ritratti di dodici intellettuali e attivisti, Moser svela quelli che ritiene i gravi peccati morali, i fallimenti etici e le «favole» del sionismo. Nel loro insieme questi personaggi offrono una serie di argomentazioni diverse contro il sionismo, evidenziando quelli che Moser definisce i tratti «razzisti», «imperialisti», «colonialisti», «capitalisti» e antisemiti del movimento. I sionisti sono peggiori di chiunque li circondi. «Mentre i governanti di Siria, Egitto e Giordania aveva adottato un approccio pragmatico [nei confronti della pace] – afferma lo storico Avi Shlaim, citato da Moser – il primo ministro israeliano David Ben-Gurion fu intransigente […], scegliendo un conflitto permanente».

Benjamin Moser nel 2015. (Eve.b.i / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)

Le elucubrazioni di Moser sull’influenza degli ebrei sulle sorti del mondo seguono le orme di un moser più antico, l’ebreo russo convertitosi al cristianesimo Jacob Brafman, noto soprattutto per The Book of the Kahal, del 1869, che divenne il modello dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion (1903). «Il sostegno sovietico alla spartizione [della Palestina] – scrive Moser – si rivelò una catastrofe per il mondo arabo tout court. La debolezza della sinistra creò un vuoto che la destra religiosa e i nazionalisti militari si affrettarono a colmare, contribuendo a spianare la strada ai salafiti e ai colonnelli». Descrivendo l’influenza sproporzionata e il presunto «effetto» che i sostenitori di Israele eserciterebbero sugli intellettuali, Moser sostiene che stanno «installando un piccolo censore sionista nella testa di uno scrittore». Nel suo racconto, l’ebraismo è una religione talmente deformata che Moser cita, senza alcuna riserva, il «sollievo» di Donna Sadiq Saad alla notizia della conversione all’islam del marito, «perché l’islam trattava meglio le donne». Si può immaginare che, proprio come gli editori russi di Brafman, anche quelli di Doubleday non abbiano lasciato che simili affermazioni finissero nel testo per caso, ma le abbiano approvate deliberatamente per stuzzicare recensori partigiani e malevoli, suscitare scalpore, trasformare Moser in un coraggioso martire della verità e, infine, vendere libri a un pubblico assetato di affermazioni simili con cui celebrare e sostenere un coraggioso ebreo dissidente.

Moser riconosce che la sua educazione ebraica è solo «infantile» ma sembra che anche altri aspetti della sua formazione intellettuale presentino delle lacune. Presume che il sionismo soffra di tare etiche, che gli sono proprie. A questo storico di mezza età esso appare purtroppo molto simile ad altri movimenti nazionali sorti in epoca più recente e tuttora in conflitto con le popolazioni locali: movimenti che Moser, ammesso li conosca, considera più innocui. Converrebbe tuttavia dissuadere gli yifei nefesh, le anime belle, dall’approfondire la storia dei progetti politici legati al baasismo, all’hindutva e al banderismo. È proprio per letture di questo genere che sono stati inventati i trigger warning, gli avvisi sui contenuti sensibili.

Il Bund, un antisionismo legato al popolo ebraico

La messa in discussione dello Stato ebraico da parte di Moser si inserisce in un panorama già ricco di studi accademici e divulgativi sull’antisionismo ebraico. Chi ha letto alcuni di questi testi rimarrà sorpreso nello scoprire che un libro intitolato Anti-Zionism: A Jewish History ignora i due più grandi e noti gruppi ebraici antisionisti: il Bund, movimento operaio ebraico nato nel XIX secolo, e Satmar, il più grande movimento chassidico al mondo.

In particolare, molti si chiederanno perché Moser trascuri del tutto Here Where We Live Is Our Country: The Story of the Jewish Bund, ossia Qui dove viviamo è il nostro paese. Storia del Bund ebraico (One World, 2026) il libro di maggiore successo di Molly Crabapple sul Bund, una forza di primo piano nella politica ebraica dei primi decenni del Novecento in Polonia, Russia, Lituania e Stati Uniti. Crabapple, artista impegnata e militante, ha trascorso anni a studiare lo yiddish per recuperare l’eredità ebraica laica trasmessale dal bisnonno, membro del Bund.

Here Where We Live Is Our Country rispecchia l’arte politica di Crabapple, d’impatto e dai colori vivaci, che illumina e trasforma in allegorie scene dell’Ottocento.La sua rappresentazione del Bund va letta nel contesto del suo manifesto del Primo maggio, che apparve per la prima volta affisso lungo le strade del centro di New York durante le proteste di Occupy Wall Street e oggi fa parte della collezione del MoMA. Il manifesto rende omaggio allo sciopero delle fiammiferaie londinesi del 1888: una giovane donna accende serenamente un fiammifero e osserva salire verso l’alto sottili volute di fiamme e fumo, ispirate all’Art Nouveau. L’immagine è tratta dal vecchio passato in bianco e nero, ma, una volta recuperata, appare come una allegoria calda e colorata del presente. La storia diventa così uno strumento per illuminare il mondo intorno a sé.

Operaie in sciopero della fabbrica di fiammiferi Bryant & May, Londra, 1888. (Autore ignoto, pubblico dominio)

Muovendosi avanti e indietro tra presente e passato, tra la critica bundista del sionismo e i maltrattamenti che Israele infligge oggi ai palestinesi, tra l’apprendimento dello yiddish da parte di Vladimir Medem, dirigente del Bund per metà ebreo, e il proprio impegno di attivista e figlia di un matrimonio misto Crabapple racconta magnificamente l’emergere del Bund come il movimento operaio più grande e meglio organizzato della Russia, la sua rottura con il Partito rivoluzionario russo e l’eredità che ha lasciato alla sinistra contemporanea.

Il suo libro mette in luce la brutale realtà e le difficoltà che i gruppi minoritari incontrano nell’organizzazione politica di sinistra. Questioni che giungono al culmine quando Crabapple evoca l’ultimatum di Vladimir Lenin: il Bund doveva scegliere tra rinunciare alla propria autonomia di movimento operaio specificamente ebraico, per integrarsi in un più ampio progetto comunista, o essere considerato un elemento controrivoluzionario. Fedele alla propria identità nazionale, il Bund rifiutò. I suoi leader finirono per prendere la fuga, cambiare schieramento oppure essere uccisi a colpi d’arma da fuoco.

Crabapple sottolinea correttamente le forti componenti universaliste del Bund, ma sorvola sul suo rifiuto di piegarsi a Lenin e minimizza le altrettanto marcate istanze nazionaliste che il Bund stesso esprimeva . Il rifiuto del Bund non dipese, come suggerisce Crabapple, dall’avversione per la personalità «autoritaria» di Lenin: fu una presa di posizione di principio, legata alla specificità collettiva e nazionale degli ebrei. La sua tragica fine non fu dovuta al fascismo o alla furia di Hitler, bensì al rifiuto, da parte di Lenin e della sinistra, di riconoscere una collettività ebraica autonoma. Coerentemente con la propria posizione, Lenin pretendeva che il Bund rinunciasse alla sua specifica identità ebraica e si fondesse con il Partito operaio socialdemocratico russo, il POSDR. Era disposto a riconoscere i lavoratori ebrei come gruppo distinto all’interno del più ampio movimento rivoluzionario, ma non a concedere loro uno status indipendente.

L’obiettivo del Bund era unire gli ebrei agli altri lavoratori per migliorare il benessere materiale di tutti i popoli. Sebbene i bundisti fossero profondamente in disaccordo con i sionisti e li considerassero avversari, i loro nemici diretti erano le autorità zariste e le forze antisemite; il loro nemico maggiore fu il Partito Comunista Russo. È un peccato che Crabapple non abbia affrontato le caratteristiche nazionaliste del Bund, il suo rifiuto di rinunciare all’autonomia politica ebraica e i suoi profondi legami storici con il sionismo laburista. Le domande sollevate dal Bund e le sfide concettuali che ha dovuto affrontare sono ancora di grande attualità per la sinistra, anche se la composizione sociale degli ebrei è ormai radicalmente diversa.

Manifesto elettorale del Bund a Kiev, 1917, con lo slogan «Qui dove viviamo è il nostro paese!» (Autore ignoto, pubblico dominio)

A difesa di Crabapple, non è soltanto ingiusto pretendere che un’artista rispetti i canoni degli storici di professione, ma è anche un atto di autoimpoverimento culturale. La decisione di Crabapple di concentrarsi su un solo aspetto del movimento è una scelta artistica comprensibile, e che dà i suoi frutti. Se l’ebraismo è una civiltà e non una politica, deve saper riconoscere il valore dell’espressione politica creativa e radicale, anche a scapito della storia. Crabapple ha scritto un’opera artistica profondamente toccante, frutto di ricerche approfondite. Una civiltà ebraica sana ha bisogno di più artisti disposti a mettere in discussione le narrazioni nazionali costruite sulla comunicazione israeliana.

I detrattori a prescindere e i fan sfegatati che giudicano Here Where We Live Is Our Country secondo i criteri di un saggio accademico agiscono in malafede. Certo, le sue argomentazioni non sono ponderate con tutto il rigore necessario. Il libro si prende ampie libertà con gli eventi storici e se fosse stato sottoposto a peer review, i revisori accademici avrebbero sollevato numerose obiezioni interpretative. La sua vicinanza al passato e la distanza dall’obiettività accademica, costituiscono sia un punto di forza – perché permette ai lettori di accedere a qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto sepolto negli archivi – sia un suo limite. Anche se è allettante leggerla come una ricostruzione accademica completa, cedere a questa tentazione potrebbe portare fuori strada.

Tuttavia, studiosi e insegnanti trarranno sicuramente grande beneficio dall’utilizzare il libro per aiutare gli studenti a riflettere sul significato che un movimento operaio ottocentesco potrebbe avere per loro e a interrogarsi sul ruolo che la classe sociale dovrebbe svolgere nella costruzione dell’identità di una collettività. Il libro di Crabapple dovrebbe inoltre ispirare altri artisti e attivisti a considerare il passato come una risorsa potente per far luce sull’impegno politico contemporaneo. Il ritratto che Crabapple offre del ruolo svolto dal mondo operaio ebraico nella formazione del movimento rivoluzionario russo rappresenta il dramma, le lotte personali e le difficoltà di questo movimento ebraico meglio di qualsiasi opera accademica che io conosca.

Contro il sionismo, in nome dell’alleanza

Ancora più evidente rispetto all’assenza del Bund dalla «tradizione ebraica dell’antisionismo» tracciata da Moser è quella della più grande tradizione ebraica antisionista dei nostri giorni: il chassidismo Satmar. Il movimento, nato in Ungheria, conta oggi circa 150 mila fedeli, perlopiù negli Stati Uniti, e rappresenta quindi la più grande comunità chassidica al mondo.

Le due più grandi comunità Satmar contemporanee, una a Williamsburg, Brooklyn, e l’altra nella contea di Orange, nello Stato di New York, sono state oggetto di eccellenti libri degli studiosi Nathaniel Deutsch e Michael Casper e, rispettivamente, Nomi Stolzenberg e David Myers. Più recentemente, le caratteristiche intellettuali del movimento sono state esaminate da Shaul Magid in Jewish Anti-Zionism as Political Theology: The Major Writings of Rabbi Yoel Teitelbaum (L’antisionismo ebraico come teologia politica. I principali scritti del rabbino Yoel Teitelbaum), University of California Press, 2026. Il libro di Magid è il primo di due volumi dedicati agli scritti antisionisti del rebbe di Satmar, Joel Teitelbaum (1887-1979). Include la traduzione parziale di due sue opere fondamentali, And Moses Consented (E Mosè acconsentì) e In Matters of Redemption and Exchange (Sulla redenzione e sullo scambio). Le ricche note a piè di pagina offrono ai lettori non specialisti e agli studenti una chiave per accedere all’opera di Teitelbaum. L’analisi e il recupero del movimento Satmar da parte di Magid ampliano il canone di riferimento del pensiero politico ebraico. E, contrariamente a quanto sostiene Moser parlando di una «tradizione nascosta», l’antisionismo Satmar continua a essere ben presente nella vita pubblica americana.

La grande sinagoga Satmar a Kiryas Joel, Stato di New York, 2024. (Fishlis / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)

Secondo Magid, il problema di Teitelbaum con il sionismo non era tanto il modo in cui trattava gli arabi, quanto il fatto che rappresentasse «un’abrogazione eretica dell’alleanza con cui Dio decretò che gli ebrei rimanessero in esilio fino alla venuta del Messia”. Eppure, l’ironia della sua vita sta nel fatto che a salvarlo dai campi di sterminio nazisti sono stati proprio dei sionisti: Rudolf Kastner, giornalista sionista ungherese, ben consapevole del disprezzo che Teitelbaum nutriva per il sionismo, negoziò la liberazione del rabbino dalle grinfie di Adolf Eichmann. Il paradosso di questa salvezza mette in luce una domanda che ogni antisionista serio deve porsi: piaccia o meno, lo Stato d’Israele esiste, e perché mai una collettività dovrebbe voler rinunciare alle capacità politiche che uno Stato offre? Un conto è contestare il sionismo in quanto ideologia; un altro, ben diverso, è sostenere che gli ebrei starebbero molto meglio in un mondo privo di uno Stato ebraico.

Una storia ebraica senza una collettività ebraica?

L’assenza del Bund e di Satmar in Anti-Zionism evidenzia la novità della tesi di Moser: il moserismo non dovrebbe essere semplicemente considerato come una pratica adottata da alcuni ebrei, bensì come una tradizione ebraica nascosta. Moser si è sicuramente reso conto che, data la popolarità di questi gruppi e il rilievo che essi attribuiscono agli ebrei e alla collettività ebraica, sarebbe stato impossibile integrarli nella «tradizione nascosta» del moserismo. Bund e Satmar sono le principali tradizioni ebraiche antisioniste, non sono affatto nascoste e non approverebbero mai né la conversione all’islam né il progetto colonialista di Moser, che invita gli ebrei a disimparare una «lingua madre» ebraica. In effetti, sono sempre esistite forme religiose e laiche di antisionismo ebraico, del tutto pubbliche e facilmente identificabili da chiunque abbia la tessera di una biblioteca e sappia l’ebraico e lo yiddish, lingue che Moser sembra non conoscere. Nessuno ha mai nascosto nulla a nessuno.

L’assenza delle tradizioni ebraiche antisioniste più note porta a chiedersi se questo libro costituisca davvero, come recita il sottotitolo di Moser, «una storia ebraica». Che cosa significa, esattamente, essere un ebreo antisionista che non pratica l’ebraismo, non parla yiddish o ebraico e non si identifica con nessuna delle grandi tradizioni ebraiche dell’antisionismo? È evidente che «antisionista ebreo» non è una definizione nazionalista, né tantomeno una definizione «religiosa», dal momento che Moser include tra i suoi dodici eroi un musulmano e almeno un ateo. Secondo lui, ciò che rende qualcuno parte della tradizione nascosta del moserismo non è l’osservanza dei riti ebraici né l’identificazione con una collettività o con un organismo politico del popolo ebraico: basta avere sangue ebraico.

In altre parole, il moserismo si rivela fondato sull’identica definizione razziale e nativista di ebreo avanzata tanto dai sionisti quanto dai nazisti. Eliminati la razza e la discendenza, il libro non è altro che una raccolta di dodici moser, dalle vitae fuori dal comune. Moser non si rende conto che l’unico elemento che accomuna i suoi dodici eroi, oltre al fatto di essere dei moser, è la loro identità biologica e razziale.

Copertina di Autoemancipazione di Leon Pinsker, 1882. (Pubblico dominio)

Moser è certamente antisionista, ma non mi ha convinto l’affermazione secondo cui il moserismo costituisce «una tradizione ebraica nascosta, simile a quelle dei cabalisti e dei marrani». Allo stesso modo, la sua presentazione del sionismo è «deliberatamente e necessariamente incompleta», per usare le sue stesse parole, al punto da indebolire le sue affermazioni sull’essenza colonialista del movimento. Moser sceglie di non parlare ai suoi lettori di Leon Pinsker, autore di Auto-Emancipation (Autoemancipazione) del (1882), che sosteneva la necessità di una patria ebraica anni prima di Theodor Herzl, come risposta diretta ai brutali omicidi, stupri, saccheggi e distruzioni subiti dalle comunità ebraiche in tutta la Zona di residenza, al rifiuto dei partiti di sinistra di difenderle e all’impotenza dello Stato russo nel garantire loro protezione e diritti fondamentali.

Moser tralascia il fatto che il movimento Hibbat Zion, (Amore di Sion), che sembra confondere con il romanzo di Abraham Mapu del 1853, Ahavat Zion, nacque sulla scia di quei pogrom e diede il via alla migrazione di massa degli ebrei dell’Europa orientale in Palestina, molto prima che lo proponesse Herzl. Venticinquemila ebrei provenienti dai territori russi erano già immigrati in Palestina quando Herzl entra in scena. Lo stesso Herzl ha ammesso che nel suo Der Judenstaat (Lo Stato ebraico) del 1896 c’era ben poco che Pinsker non avesse già formulato. Nel suo diario afferma persino che se avesse saputo di Pinsker non avrebbe mai scritto la sua opera. «È un peccato non aver letto quest’opera prima che il mio opuscolo fosse stampato – ha detto (annotò). –D’altra parte, è un bene che non l’abbia fatto». Allo stesso modo si potrebbe dire che è un peccato che Moser non abbia menzionato Pinsker; ma, le argomentazioni «colonialiste» e «imperialiste» di Herzl si prestano molto meglio ai suoi scopi rispetto all’appello di Pinsker all’autodeterminazione nazionale di fronte alla morte e alla distruzione.

Infine, ci si potrebbe chiedere se Moser abbia agito «deliberatamente e necessariamente» quando ha scelto di non fornire fonti a sostegno della sua convinzione che alcuni ebrei siano «autoctoni» dell’Egitto, che «il sionismo non era nemmeno, in origine, un’idea ebraica», che «prima del XIX secolo […] gli ebrei non avevano mai manifestato alcun desiderio di immigrare in Palestina» e che le preghiere recitate tre volte al giorno dagli ebrei praticanti, quando «esprimevano la speranza di un ritorno in », rimandassero «a una visione mistica». Io, personalmente, non ho la minima idea di cosa stia dicendo.

Prima assemblea generale del comitato di Odessa degli Amanti di Sion, maggio 1890. (Collezione David B. Keidan, pubblico dominio)

Israele e la rottura con gli ebrei americani

È proprio l’inaffidabilità di Moser come fonte storica secondaria che consente al suo libro di apparire intellettualmente innovativo e convincente agli occhi di molti giovani ebrei americani. In questo senso, costituisce un documento importante, se non addirittura un libro importante. Il fatto che Moser e la sua generazione di ebrei americani si siano allontanati dallo Stato di Israele al punto da fare della loro opposizione a esso la caratteristica principale della loro identità ebraica lascia pensare che la sua tesi sia, quanto meno, parzialmente corretta. Questa corrente dell’ebraismo antisionista emerge in un momento in cui Israele non è riuscito a mantenere la promessa contenuta nella sua Dichiarazione d’Indipendenza di «garantire la completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, senza distinzione di religione, razza o sesso». Le istituzioni politiche ed economiche israeliane continuano a riprodurre disuguaglianze sociali e di classe che contraddicono tale promessa. Queste contraddizioni vanno ben oltre la cerchia ristretta dei coloni israeliani terroristi e sono ormai parte integrante di una più ampia economia politica di occupazione ed espropriazione territoriale. Per decenni, i governi israeliani hanno incoraggiato le classi popolari ebraiche ad acquistare a prezzi ridotti terreni situati in aree designate come territori palestinesi.

I funzionari del governo israeliano forniscono numerose giustificazioni per queste politiche, ma resta il fatto che i giovani americani hanno visto governi israeliani successivi portare avanti l’espansione degli insediamenti, fino a frammentare la continuità territoriale di un eventuale Stato palestinese. Nel frattempo, i palestinesi in Cisgiordania sono costretti a percorrere strade separate, a fare la fila ai posti di blocco e a sottoporsi a controlli anche per le faccende più semplici. Se i governi israeliani volevano convincere gli ebrei americani di essere seriamente intenzionati a fare la pace con i palestinesi, con me hanno fatto davvero un ottimo lavoro, non c’è che dire.

L’ascesa del moserismo e la forte accoglienza che Anti-Zionism riscuoterà non avvengono a dispetto delle proteste di Israele e dei sionisti, né a causa di campagne di comunicazione scadenti; sono piuttosto il risultato, in larga misura, delle decisioni e della strategia politica di Israele. Gli israeliani hanno consapevolmente scommesso di potersi permettere di sacrificare il sostegno a lungo termine di alcuni milioni di ebrei liberali e progressisti. Avrebbero puntato ancora di più sul sostegno circoscritto di decine di milioni di evangelici e del Partito Repubblicano. Questo scambio ha garantito agli ebrei israeliani una maggiore libertà d’azione nella regione e ha ridotto gli incentivi per accogliere le rivendicazioni nazionali palestinesi. «La gente deve capire – ha spiegato nel 2021 Ron Dermer, ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti – che gli ebrei americani sono presenti in misura sproporzionata tra coloro che ci criticano» e che «la spina dorsale del sostegno a Israele negli Stati Uniti è costituita dai cristiani evangelici. È così sia per i numeri sia per il sostegno appassionato e inequivocabile che offrono a Israele».

Tuttavia, ciò che Dermer e i leader israeliani non avevano previsto era che anche il sostegno degli evangelici a Israele sarebbe crollato, soprattutto tra i giovani, e che il movimento stesso sarebbe stato superato da forze più potenti all’interno della destra americana. In questa grande epoca di polarizzazione, sembra che l’unico punto su cui sinistra e destra possano concordare sia che gli Stati Uniti debbano ridurre il loro sostegno allo Stato ebraico. È la questione che motiva Tucker Carlson e che può far perdere le primarie di partito a esponenti democratici centristi.

David Ben-Gurion legge la Dichiarazione d’indipendenza di Israele, Tel Aviv, 14 maggio 1948. (Rudi Weissenstein / GPO, CC BY-SA 3.0)

Solo qualcuno la cui vita politica dipenda dalla menzogna potrebbe sostenere che Israele può permettersi di perdere il sostegno dei liberali e dei progressisti di tutto il mondo e continuare, al contempo, a prosperare e a essere al sicuro. Sono le istituzioni accademiche europee e americane a mantenere accese le luci della ricerca israeliana nei campi delle scienze, delle tecnologie, dell’ingegneria e della matematica. La valvola principale della pipeline di ricerca e sviluppo in Israele passa attraverso istituzioni scientifiche e accademiche in Europa e negli Stati Uniti. Israele ha soltanto dieci università. Quasi un postdoc israeliano su due si forma negli Stati Uniti.

Che cosa si propone agli ebrei israeliani?

Sebbene il libro di Moser riguardi apparentemente «l’antisionismo ebraico», la questione che lo tormenta, «la domanda da cui discendono tutte le altre», come lui stesso afferma, è: «Israele aveva il diritto di esistere?». Questa fissazione sul «diritto di esistere» è priva di senso: come potrebbe un paese stabilire il «diritto di esistere»? Il Canada ne possiede uno? E la Cina? O il Sudafrica? Una simile ossessione porta Moser a confondere il passato con il futuro, le domande con le risposte, il sionismo con la realtà concreta di sette milioni di ebrei e sette milioni di palestinesi che vivono nelle terre comprese tra il Giordano e il Mar Mediterraneo.

Capisco perché la sua domanda possa suscitarne altre, ma quella da cui dovrebbero scaturire tutte le risposte è sotto i nostri occhi: come possono due popoli, profondamente nazionalisti ed entrambi restii a «disimparare» la propria lingua madre, superare la reciproca ostilità? Il suggerimento di Moser secondo cui gli ebrei «disimparino» ciò che è, o è diventata, la loro lingua madre sa proprio di quel genere di imperialismo che egli critica per riflesso condizionato. Moser non è pronto ad affrontare le implicazioni concrete del moserismo. Non dice mai agli ebrei israeliani colonialisti d’insediamento dove dovrebbero andare, né che cosa ne sarebbe di loro.

A differenza del sionismo, un’idea astratta che si è in gran parte realizzata, la nazione israeliana è un plebiscito quotidiano. Rimane un progetto incompiuto che si ricrea e si ricostituisce di continuo. È assurdo sostenere che le forze che hanno spinto Yitzhak Rabin a venire a Oslo siano così diverse da quelle che hanno portato Itamar Ben-Gvir a festeggiare l’uccisione di palestinesi. Effettivamente, Moser ha ragione nel dire che la storia ebraica è piena di moser convinti che l’ebraismo e gli ebrei fossero così unici e irredimibili che il loro collettivo politico doveva essere completamente smantellato. A ragione la storia non è stata tenera con questi individui, e a ragione nessuno ha mai immaginato una «tradizione» ebraica del moserismo.

Non c’è nulla di diverso, dal punto di vista genetico o intellettuale, negli ebrei o negli israeliani che dovrebbe impedire loro di imparare le lezioni che innumerevoli altre nazioni e collettivi hanno appreso prima di loro: la violenza genera violenza e l’occupazione corrompe l’occupante tanto quanto distrugge le sue vittime. Solo perché potrebbero non imparare questa lezione nel corso della nostra vita non significa che non accadrà mai.

Moser, che in tutto il libro cita con approvazione la frase dell’apostolo Paolo, «divenuto uomo, ho messo da parte ciò che era del bambino», probabilmente considererebbe una «favola infantile» l’idea che gli israeliani finiscano per imparare le dure lezioni dell’occupazione. Essere adulti, però, non dovrebbe costringere nessun ebreo o palestinese a diventare un moser, a convertirsi o a rinnegare la propria identità e i legami di nascita per mettersi al servizio di qualche progetto imperialista.

Testo originale pubblicato su Arc il 15 settembre 2026: Destroy Israel, Repair the World.

Ringraziamo Eliyahu Stern per averci permesso di pubblicarlo in italiano.

Traduzione di Alice Lumia