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Arabi israeliani: una minoranza decisiva

Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre 2026 si sono concluse con uno stallo: né la coalizione uscente di Benjamin Netanyahu né il «blocco del cambiamento», guidato da Gadi Eisenkot, hanno ottenuto la maggioranza. Questo stallo rivela un dato strutturale della politica israeliana: due settori che restano al di fuori del consenso sionista, gli ultraortodossi e gli arabi israeliani, pesano ormai sul destino di ogni coalizione. Analizzando la posizione dei cittadini arabi d’Israele, divisi tra «israelizzazione» e «palestinizzazione», e l’affermazione del partito islamista Ra’am, l’autore si pronuncia a favore della formazione di un governo di minoranza sostenuto dai partiti arabi. Una strada stretta, in un Paese ancora segnato dal 7 ottobre, ma forse l’unica per uscire dall’impasse.

Un sistema politico inceppato

Lo stallo in cui sono sfociate le elezioni in Israele è dovuto a una molteplicità di fattori, congiunturali e strutturali. Dipende innanzitutto dal sistema parlamentare, fondato su una rappresentanza proporzionale pressoché integrale, che tende a produrre una frammentazione partitica e spinge alla formazione di coalizioni ampie e spesso incoerenti. In un’elezione interpretata come un referendum tra sostenitori e oppositori di Netanyahu, il «blocco del cambiamento», con i suoi 48 seggi su 120, non è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta, mentre la coalizione di governo uscente dispone soltanto di 53 seggi, contro i 64 della legislatura precedente. Entrambi i blocchi possono vantarsi di riuscire a bloccarsi a vicenda. Tuttavia, dal punto di vista delle possibilità di formare il prossimo governo, l’opposizione a Netanyahu è in una posizione migliore, poiché 67 deputati sono complessivamente determinati a rovesciare l’attuale governo: il sostegno necessario viene dalle due liste arabe. Per designare l’incaricato di formare il governo, è prassi che il Presidente dello Stato non affidi necessariamente l’incarico al partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi (il Likud), ma raccolga il parere di tutti i partiti politici per sondare in anticipo le possibilità che l’incaricato riesca a formare un governo. In questo caso, sarebbe logicamente Eisenkot a ricevere l’incarico. Non è certo che ci riesca: è proprio questa la posta in gioco delle consultazioni e delle trattative in corso tra le componenti del blocco del cambiamento.

La coalizione uscente, indebolita, può anche proclamare che un governo del genere sarebbe, in un modo o nell’altro, «ostaggio dei partiti arabi», sostenendo di disporre ancora di una maggioranza «sionista», ma non riesce a convincere. Ha governato con i partiti politici ortodossi che sono sì «ebrei», ma chiaramente non sionisti. Qui emerge come lo stallo dipenda da un dato strutturale della politica israeliana. Se infatti per «sionista» si intende un partito politico fondato sulla premessa condivisa secondo cui lo Stato d’Israele è un Paese a maggioranza ebraica, nella forma che ha assunto al momento della sua creazione, due settori della società israeliana e i partiti che ne derivano non lo sono. Entrambi intrattengono, seppure in modo diverso, un rapporto conflittuale con lo Stato: la società ebraica detta «haredi», rappresentata dai partiti ortodossi non sionisti, ottiene complessivamente 13 seggi; i partiti arabo-palestinesi, ossia la Lista araba unita, con 11 seggi (una lista di protesta che comprende Balad, partito nazionalista palestinese, nonché l’ex Partito comunista, che si definisce ebraico-arabo ed è contrario all’esistenza dello Stato d’Israele come Stato degli ebrei), e Ra’am (partito islamico che è tuttavia favorevole all’integrazione della minoranza araba in una società ebraica maggioritaria riconosciuta come tale), totalizzano nel complesso un record storico di 19 seggi. Questi due settori, che si collocano in una posizione di relativa estraneità rispetto alla società israeliana maggioritaria, alimentano partiti dai quali dipende ormai il destino di qualsiasi coalizione di governo.

Il segmento ultraortodosso della società israeliana, i cui partiti erano alleati di Netanyahu, Yahadout HaTorah (ortodossi ashkenaziti)1 e Shas (ortodossi mizrahi), ha sempre considerato lo Stato d’Israele più o meno illegittimo, il che non ha mai impedito a questi partiti di entrare a far parte di coalizioni, sia di sinistra sia di destra, per favorire gli interessi particolari del proprio settore. Il primo, che riunisce le correnti chassidiche e quelle lituane, mantiene una posizione antisionista immutabile, mentre Shas è più incline a cercare un compromesso, adottando una posizione «a-sionista». Questo gli è costato una cocente sconfitta elettorale: probabilmente una parte della base elettorale del partito, identitaria e tradizionalista, favorevole alla coscrizione, si è spostata verso il Likud. Del resto, è stata proprio l’opposizione dei partiti haredim alla legge sulla coscrizione, considerata una prova della loro integrazione forzata nello Stato, a spingerli ad abbandonare il governo nell’estate del 2025, indebolendo così in modo duraturo la coalizione di Netanyahu.

«Qualsiasi opposizione alla destra nazionalista alleata con l’estrema destra dovrà, in un modo o nell’altro, includere i partiti arabi per poter governare.»

Il nuovo potere dei partiti arabi

L’altro settore, rappresentato dai partiti arabo-palestinesi, si è mobilitato in massa, nonostante l’astensione al suo interno sia generalmente superiore alla media, trasformando così il proprio peso demografico in peso politico alla Knesset. Per quanto possa sembrare strano, la prossima Knesset conterà 32 deputati su 120 che non rientrano, in senso stretto, nel consenso sionista. Si tratta di un dato strutturale della politica israeliana, che la congiuntura sta esasperando e che ora balza agli occhi, tanto da condurre a un vicolo cieco la cui via d’uscita è evidente e tuttavia problematica agli occhi di ampie fasce dell’opinione pubblica ebraico-israeliana. Ciò che questa volta appare chiaro, con un’evidenza ancora maggiore rispetto al passato, è che qualsiasi opposizione alla destra nazionalista alleata con l’estrema destra dovrà, in un modo o nell’altro, includere i partiti arabi per poter governare. Eppure, il blocco del cambiamento non ha voluto prevedere un simile vincolo, fiducioso com’era di poter ottenere da solo la maggioranza assoluta. Oggi, anche se Yahadout HaTorah, per puro opportunismo, sussurra di essere disposto a negoziare la propria adesione al blocco del cambiamento, Eisenkot, che si è presentato come incarnazione del campo di coloro che prestano servizio militare (mechartim), non avrà nulla da offrirgli se non il tradimento delle proprie promesse. Questa esigenza, invece, non grava sul settore arabo, dal quale nessuno si aspetta la coscrizione militare.

Questa importante minoranza, che costituisce il 20 per cento della popolazione israeliana ed è composta dagli arabi di Palestina rimasti entro i confini dello Stato d’Israele dopo la sua nascita, da quella parte della popolazione che non è partita né è stata espulsa durante la guerra d’indipendenza, forma fin dalla nascita dello Stato una società separata. Inizialmente sottoposta a un governo militare fino al 19662, dovette rassegnarsi a vivere in uno Stato nato dalla propria sconfitta, che essa chiama «Nakba». Ciò che per la società ebraica israeliana sionista costituisce la più grande realizzazione, ossia lo Stato d’Israele, rappresenta per questa minoranza una catastrofe. Integrare una popolazione che vede nello Stato in cui risiede il segno della propria sconfitta è una sfida enorme che lo Stato d’Israele è tuttavia riuscito a raccogliere. Il nuovo Stato ha trasformato gli arabo-palestinesi presenti entro i suoi confini in cittadini, riconosciuti come appartenenti a una «nazionalità» (le’om), dotata di diritti collettivi, religiosi, linguistici e culturali, di un sistema educativo proprio, di autonomia in materia di statuto personale e della libertà di essere rappresentata nella propria specificità alla Knesset. Quest’ultima possibilità è diventata effettiva a partire dagli anni Ottanta, mentre in precedenza i candidati arabi figuravano su liste «sioniste». Lo Stato d’Israele è dunque composto da due corpi politici distinti, uno ebraico e l’altro arabo, ciascuno con le proprie divisioni interne, che votano insieme in un unico grande collegio elettorale nazionale.

Il settore arabo è attraversato da un duplice processo contraddittorio: da un lato, una continua «israelizzazione», che si manifesta attraverso un’integrazione sempre più profonda nella società israeliana, sul piano economico e sociale; dall’altro, un processo di «palestinizzazione», che porta questo gruppo a considerarsi parte della società palestinese, la cui maggioranza vive al di fuori dei confini dello Stato d’Israele e in parte sotto l’occupazione israeliana. Queste due dinamiche in tensione fluttuano nella loro intensità e nei loro effetti a seconda delle congiunture politiche. Nonostante una crescente integrazione economica, l’innalzamento del tenore di vita e l’esercizio di professioni particolarmente visibili nel mondo della sanità, che comportano anche un’inclusione sociale, l’espressione politica partitica di questo settore si è a lungo limitata a una partecipazione al gioco democratico attiva a livello comunale, voltando però le spalle a qualsiasi partecipazione governativa a livello nazionale, sul presupposto che quello Stato non fosse il loro. Da parte sua, la società ebraica israeliana, soprattutto da quando la destra è al potere con il sostegno dell’estrema destra, continua a confermare a questo settore che non ne fa parte. Che questi cittadini siano esentati dal servizio militare è un dato scontato per essa e per tutti, anche se una piccola percentuale si arruola su base volontaria.

«L’integrazione del settore arabo nella società israeliana aveva generato una forza politica che riconosceva il carattere ebraico dello Stato.»

La svolta Ra’am

Tuttavia, per il blocco del cambiamento qualcosa è cambiato da quando il partito arabo Ra’am è stato partner della precedente, effimera coalizione guidata da Bennett (sionista religioso) e Lapid (liberale e laico). Questo evento non è stato valutato nella sua giusta misura. Per la prima volta, un partito arabo israeliano era stato integrato politicamente in una coalizione e, sebbene il suo leader Mansour Abbas avesse ottenuto soltanto un modesto incarico ministeriale senza portafoglio, si trattava di una rivoluzione: l’integrazione del settore arabo nella società israeliana aveva generato una forza politica che riconosceva il carattere ebraico dello Stato, desiderosa di contribuire positivamente al suo futuro rafforzando la propria cittadinanza israeliana e relegando in secondo piano la propria appartenenza alla nazione palestinese, al fine di operare nell’interesse degli arabi israeliani, considerati una minoranza attiva nella vita politica nazionale. Per Ra’am, la repressione della criminalità mafiosa che continua a prosperare nel settore arabo rappresenta un’urgenza. Questa «domanda di Stato» spiega perché Ra’am abbia collocato al secondo posto della propria lista un ex alto funzionario della polizia, Yoav Segalovitz, che si dichiara ebreo e sionista. Il partito si presenta così, di fatto, come una formazione mista arabo-ebraica, molto più del Partito comunista Hadash, incluso nella Lista araba unita, che si definisce ebraico-arabo pur rimanendo fedele alla linea della sinistra marxista antisionista. Raddoppiando quasi i propri seggi (8 mandati), Ra’am è quindi riuscito a dare una traduzione politica all’integrazione sociale degli arabi israeliani, rompendo il fronte del rifiuto che ha dominato l’espressione politica di questo settore. Si può quindi presumere che Ra’am abbia attirato una parte dell’elettorato ebraico del partito della sinistra sionista I Democratici, dal momento che tutti i segnali lanciati da Mansour Abbas avrebbero dovuto logicamente portare alla sua inclusione formale nel blocco del cambiamento. Eppure non è così.

Mentre la società haredi appare a una grande maggioranza degli ebrei israeliani irritante, se non dannosa, ma non pericolosa, un sottogruppo che nella loro percezione costituisce una componente del corpo politico ebraico-israeliano, un peso interno con cui fare i conti, la stessa maggioranza dell’opinione pubblica non sembra disposta ad accettare che il settore arabo, anche nella sua espressione compatibile con il sionismo, venga associato alla sfera della decisione politica. Certo, da un punto di vista aritmetico, l’inclusione di Ra’am non consentirebbe al blocco del cambiamento di raggiungere la maggioranza, ma rafforzerebbe comunque una coalizione di minoranza, tendendo al contempo la mano alla parte del settore arabo pronta a compiere il passo.

Ma si vuole davvero dare questo segnale nel campo del cambiamento? Qui le posizioni divergono. Liberman, leader di un partito di destra originariamente nato per rappresentare la consistente immigrazione russofona degli anni Novanta e oggi rifugio degli elettori laici della destra dura anti-Netanyahu, già ministro degli Esteri in un precedente governo Netanyahu, non ha mai smesso di affermare che questa ipotesi è esclusa. Anche Eisenkot lo ha dichiarato, per massimizzare le possibilità che il suo blocco ottenga la maggioranza e non spaventare l’elettorato indeciso, ma con minore convinzione. Lo stesso hanno fatto Bennett e Lapid, che tuttavia in passato si erano già alleati con Ra’am. Soltanto I Democratici (fusione di Avoda e Meretz, riuniti sotto la guida di Yair Golan) sostengono senza ambiguità l’integrazione di Ra’am in una coalizione.

Durante la campagna elettorale, Eisenkot ha tuttavia chiarito le condizioni per un’alleanza con un partito arabo: riconoscimento dello Stato d’Israele, accettazione di un servizio nazionale universale, condanna di Hamas associata alla necessità di eliminarlo. Ra’am, che è originariamente un partito di tipo islamico vicino ai Fratelli musulmani, sembra ora soddisfare tutte queste condizioni. Eppure gli viene chiesto di ripetere e precisare, in ebraico e in arabo, la propria posizione su Hamas, come se nessuna delle sue dichiarazioni fosse in grado di fugare i sospetti di insincerità. Resta il fatto che una coalizione di minoranza sostenibile, con o senza Ra’am, dovrà comunque contare sul sostegno parlamentare esterno, almeno implicito, della Lista araba unita. Alcuni dei suoi deputati si sono distinti per dichiarazioni che confermano come una parte della società araba si consideri effettivamente ciò che la destra definisce un «nemico interno», mentre i partiti di centro e di sinistra interpretano questo atteggiamento come una forma di autoesclusione dal gioco politico.

«Nessun evento nella breve storia di questo Stato ha sconvolto così profondamente lo spirito pubblico degli ebrei israeliani, dal momento che con il 7 ottobre è stato lo Stato d’Israele a vacillare.»

L’ombra del 7 ottobre

Come si spiega la diffidenza nei confronti dei partiti arabi, nonostante il fenomeno Abbas? È legata alla dinamica che si è sviluppata in Israele dal 7 ottobre, mettendo alla prova la società araba, soprattutto quando il costo della guerra a Gaza è diventato esorbitante in termini di vite civili gazawi. Tuttavia, dalla società arabo-israeliana non è emerso alcun sostegno significativo a Hamas. Ciononostante, il precedente del 2021, ossia le rivolte scoppiate nelle città miste ebraico-arabe3 in seguito all’intervento della polizia sulla Spianata delle Moschee, che hanno innescato il lancio di missili da parte di Hamas con l’obiettivo di trascinare la popolazione araba israeliana nello scontro, ha suscitato una sfiducia che la prova del 7 ottobre non è riuscita a cancellare. Lo sgomento seguito al massacro del 7 ottobre si è trasformato in una tensione generalizzata, che ha avuto ripercussioni negative sui cittadini arabo-palestinesi d’Israele e ha alimentato una sfiducia fondata sulla paura, al di là delle divisioni tra i cosiddetti partiti «sionisti». La dinamica generale segue un ciclo ben noto: la vita quotidiana della società israeliana presenta tutti i segni di una convivenza pacifica e stabile, mentre ogni situazione critica suscita il sospetto e il timore che covi un’ostilità all’interno del settore arabo, in attesa soltanto dell’occasione per manifestarsi. Anche la campagna elettorale, interamente segnata dal 7 ottobre, è stata pervasa da questa mancanza di leggibilità. Eppure il blocco del cambiamento dovrà pur prendere posizione, se spera di arrivare al potere. Dovrà farlo nel momento meno propizio possibile, perché nessun evento nella breve storia di questo Stato ha sconvolto così profondamente lo spirito pubblico degli ebrei israeliani, dal momento che con il 7 ottobre è stato lo Stato d’Israele a vacillare.

Ecco dunque un altro modo per caratterizzare la posta in gioco di queste elezioni: le forze trainanti della coalizione, il Likud e i suoi due alleati di estrema destra, si adoperano per mantenere aperto questo evento, per farlo considerare ancora in corso, mentre il blocco del cambiamento desidera chiuderlo, promettendo uno sbocco politico alle molteplici campagne militari condotte su più fronti negli ultimi tre anni. Non per dimenticare il 7 ottobre, ma per regolare i conti, nominando una commissione d’inchiesta e obbligando la coalizione di Netanyahu, che non è riuscita a impedire il massacro e ha lasciato che si creasse un lungo vuoto nel momento di crollo che ne è seguito, ad assumersi la responsabilità e a lasciare il posto. È stato proprio il 7 ottobre a far precipitare Israele in una lunga guerra su più fronti, che ha reso necessario reclutare soldati nel settore haredi e ha accelerato l’uscita dei partiti haredim dalla coalizione. È stato il rifiuto di Netanyahu di assumersi la responsabilità politica per non essere riuscito a evitare questo massacro su larga scala e di nominare una commissione d’inchiesta indipendente a unire un’opposizione pur molto eterogenea. È stata anche l’estrema polarizzazione politica, indotta da una riforma giudiziaria aggressiva, a dare il segnale a Hamas e a Hezbollah (e dunque all’Iran) che quello era il momento propizio per attaccare.

«Israele non riuscirà certo a recuperare la reputazione compromessa in Europa, ma nel suo vicinato mediorientale in piena trasformazione, dove le minoranze sono regolarmente perseguitate, il messaggio sarà senza dubbio recepito.»

Un segnale opportuno per i diritti delle minoranze?

Il problema degli israeliani è dunque questo: finché Netanyahu rimarrà al potere, il 7 ottobre continuerà a pesare sul voto di un elettorato che, in misura considerevole, si aggrappa all’immagine di un Netanyahu come l’unico in grado di navigare in acque pericolose, dove ogni onda assume le sembianze di un pericolo esistenziale per Israele. Eisenkot, lanciato nella corsa elettorale mettendo insieme una lista in tutta fretta, sembrava offrire all’elettorato la figura rassicurante di un ex capo di Stato maggiore, né di destra né di sinistra, dedito al bene pubblico e integro, un sostituto credibile di un Netanyahu indebolito da scandali a ripetizione, che vanno dai casi di corruzione a sospetti di mancanze che sfiorano il tradimento. Eisenkot ha ottenuto un risultato onorevole, ma deludente, e da questo relativo fallimento emerge un’occasione per lo Stato d’Israele. Non quella di mettersi nelle mani dei partiti arabi, cosa che lo stato di guerra rende impossibile. La dinamica di palestinizzazione della società arabo-israeliana esclude i partiti arabi da qualsiasi coinvolgimento negli organi decisionali relativi alla sicurezza esterna dello Stato d’Israele, cosa che del resto Mansour Abbas accetta e proclama per rassicurare l’opinione pubblica. Tuttavia, ciò che ciascuno può comunque fare proprio e mettere a frutto è la distinzione operata implicitamente da Mansour Abbas tra due piani di partecipazione politica. Il settore arabo rimane al di fuori di questa sfera militare della cittadinanza e questo stato di cose, che può urtare coloro che sono legati a un’uguaglianza assoluta, non è soltanto sostenibile, ma rappresenta l’unica via possibile, a condizione però che, come sostiene Abbas, si possa attuare un servizio civile obbligatorio per il settore arabo. In tutti gli altri ambiti, è nell’interesse dello Stato d’Israele favorire la partecipazione politica dei partiti arabi, stimolando il circolo virtuoso della loro israelizzazione, in corso e accelerata ormai da decenni dalle guerre che dilaniano i Paesi arabi vicini, dalla corruzione dell’Autorità palestinese in Cisgiordania e dal regime di terrore di Hamas a Gaza. I vantaggi di essere cittadini di uno Stato democratico e liberale, che riconosce diritti collettivi alle proprie minoranze, si sono imposti ai cittadini arabi d’Israele. Parallelamente, le guerre regionali e la colonizzazione permanente della Cisgiordania provocano una loro contrazione e un ripiegamento sulla propria identità palestinese.

Con la proposta «Abbas», la palla è ora nel campo del blocco del cambiamento. Si può quindi sperare che il Presidente dello Stato consideri favorevolmente l’opzione di un governo di minoranza con il sostegno esplicito di Ra’am e quello implicito della Lista araba unita, piuttosto che favorire un governo di unità nazionale che manterrebbe Netanyahu nel gioco politico. Su questa base, la nuova Knesset, che si riunirà il 10 novembre, sta già pensando di eleggere un presidente proveniente dai ranghi del blocco del cambiamento, per riprendere in mano la situazione, istituire una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e adottare misure per salvaguardare la democrazia, messa a dura prova dal precedente governo. Tutto questo a nome dell’intera opposizione, senza distinzioni, con i partiti sionisti e arabi insieme. Quanto alla possibilità di formare subito dopo un governo sulla stessa base, il margine di manovra di Eisenkot è ristretto, perché rischia di scontrarsi con il veto di Liberman, a meno che non trovi un prezzo da pagare per convincerlo ad aderire a questa opzione. Bisogna sperarlo: percorrendo così, con cautela, la strada di un parziale riconoscimento della propria componente araba interna, Israele non riuscirà certo a recuperare la reputazione compromessa in Europa, ma nel suo vicinato mediorientale in piena trasformazione, dove le minoranze sono regolarmente perseguitate, il messaggio sarà senza dubbio recepito.

Traduzione di Carlotta Pino

  1. «Ebraismo unito della Torah»: alleanza dei partiti haredim ashkenaziti Agudat Israel (chassidico) e Degel HaTorah (lituano). ↩︎
  2. Dal 1948 al 1966, le località arabe d’Israele furono sottoposte a un’amministrazione militare che limitava, tra l’altro, la libertà di circolazione dei loro abitanti. ↩︎
  3. Nel maggio 2021, durante l’operazione «Guardiano delle mura» contro Hamas, si verificarono violenti scontri tra ebrei e arabi in diverse città miste, tra cui Lod, Acri e Ramla. ↩︎
Foto di Danny Trom

Danny Trom

Danny Trom è sociologo della politica e direttore di ricerca al CNRS. I suoi lavori coniugano la sociologia dell’esperienza politica con una riflessione sul fatto ebraico in Europa, l’esilio e lo Stato di Israele. Le sue ricerche si concentrano in particolare sulla persistenza del fatto ebraico, sulla condizione minoritaria in Europa e sulle riconfigurazioni del rapporto tra diaspora, Stati-nazione e Israele.