Vai al contenuto
K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
Creare un account

Il ritorno dell’ebraismo dell’esilio

In vista delle elezioni, Michael Walzer si augura che Israele ritrovi l'ambizione di essere uno Stato come gli altri

La coalizione al governo in Israele dal 2022, la più marcatamente di destra nella storia del Paese, riunisce ultraortodossi e sostenitori del Grande Israele. In essa, Michael Walzer riconosce il riemergere di una politica pre-sionista, quella dell'esilio e della redenzione, che ha plasmato il pensiero ebraico per tutto il tempo in cui gli ebrei sono rimasti privi di un proprio Stato. Rimasta a lungo priva di presa sulla realtà, questa politica caratterizza oggi uno Stato sovrano e ritrova così tutto il suo peso. Walzer le contrappone l'ambizione principale del sionismo: fare degli ebrei un popolo tra i popoli, padrone di se stesso per mezzo di uno Stato ordinario. È proprio questa normalità, che la prudenza di Ben Gurion era riuscita a preservare, che Walzer invita a riscoprire come una conquista inedita ed emancipatoria, in vista delle elezioni del 27 ottobre. 

Vi sono molti modi per descrivere la decisione cruciale che il popolo israeliano dovrà affrontare nei mesi e negli anni a venire. Io vorrei sostenerne uno soltanto: la scelta tra uno Stato sionista e uno Stato dominato dalla coscienza religiosa e politica dell’ebraismo dell’esilio. Mi spiego meglio. 

Un pensiero politico a due rami

Durante gli anni dell’assenza di uno Stato, delle persecuzioni e dell’errare, due concetti hanno dominato il pensiero politico e religioso ebraico: l’esilio e la redenzione. L’esilio rappresentava la nostra condizione presente. Vivevamo come stranieri negli altri Stati, eravamo governati da signori e principi stranieri, e difesi, a volte, da ebrei di corte. Speravamo, nel migliore dei casi, di ottenere un certo grado di autonomia per gestire i nostri affari locali, ciò che Hannah Arendt definiva con disprezzo “amministrazione domestica”. Non avevamo un’alta politica, quella della sovranità, della guerra e della pace.

L’esilio e la redenzione esaurivano l’universo concettuale: tra i due non vi era nulla

La redenzione, invece, rappresentava il nostro futuro, promesso da Dio: l’era messianica, immaginata come il tempo in cui Dio sarebbe intervenuto, in cui i nostri nemici sarebbero stati sconfitti e in cui noi saremmo tornati in trionfo nella terra d’Israele. Esistevano anche concezioni più rozze della redenzione, segnate dal risentimento degli oppressi: oggi sono loro a governarci, nei giorni a venire saremo noi a governare loro. Altre visioni prospettavano invece una pace universale, quando Israele sarebbe stato “una luce delle nazioni”. Credo però che l’idea dominante di redenzione fosse quella di un ritorno trionfale. I rabbini dell’esilio mettevano in guardia contro la tentazione di sostituirsi all’opera di Dio e di “forzare la fine”, ma quell’avvertimento era necessario proprio perché la durezza dell’esilio suscitava, ancora e ancora, uno zelo per la redenzione.

L’esilio e la redenzione esaurivano l’universo concettuale: tra i due non vi era nulla. Fino al sionismo, che si comprende meglio come il tentativo di creare una vita ebraica né esilica né redentiva. Gli autori sionisti descrivevano l’esilio in termini interamente negativi, come un periodo di debolezza, subordinazione e passività, e lo rifiutavano esplicitamente (“negandolo”). La redenzione, invece, era vista come un’utopia dell’esilio, una fantasia degli ebrei privi di potere. Quando il termine compariva nel discorso sionista, era radicalmente secolarizzato: veniva inteso come un ritorno alla terra (un acro alla volta) non meno che alla Terra. Si trattava dell’opera di lavoratori che facevano affidamento gli uni sugli altri, sulle proprie forze e sul proprio impegno, non di un messia mandato da Dio né di zeloti divinamente ispirati.

Ciò che i primi sionisti desideravano, soprattutto, era uno Stato come tutti gli altri Stati

Il sionismo come politica in cerca di normalità

L’idea di normalità era al centro del progetto sionista. I suoi protagonisti guardavano, al di là dei secoli trascorsi senza uno Stato, alla fondazione del regno biblico. Ricordavano gli anziani d’Israele che si erano rivolti a Samuele per chiedergli un re capace di “giudicarci e guidarci in battaglia come tutte le nazioni”. Ciò che i primi sionisti desideravano, soprattutto, era uno Stato come tutti gli altri Stati. Un po’ migliore di altri, ma pur sempre un membro ordinario della società internazionale. Per un popolo disperso e privo di potere, non era un’ambizione da poco; si potrebbe perfino definirla redentrice. Era però un’ambizione di questo mondo, non religiosa, senza alcuna aspettativa di ispirazione, assistenza o trascendenza divina al termine del percorso.

La normalità sionista fu plasmata dall’Illuminismo europeo: significava Stato di diritto, consenso popolare, dibattito democratico e diritti civili. Per alcuni di questi elementi si potrebbero trovare precedenti nella storia dell’esilio, ma è meglio considerarli parte di una politica adottata da molti ebrei, e resa poi ebraica, per così dire, solo dopo l’emancipazione. Questa politica comprendeva versioni di destra e di sinistra, socialdemocratici e liberali o individualisti, ma entrambe si collocavano in quello spazio compreso tra l’esilio e la redenzione, o meglio, al di là di entrambi. Di fatto, furono i socialdemocratici a guidare la battaglia per uno Stato ordinario. 

E lo Stato fu effettivamente realizzato senza alcuna assistenza divina, in un momento della storia ebraica in cui Dio sembrava essersi voltato altrove, o essersi dileguato definitivamente. Lo Stato del Mapai, quello nato nel 1948 e consolidatosi negli anni successivi, lo Stato di Ben Gurion, fu il coronamento del progetto sionista. Non era del tutto normale (non aveva né confini riconosciuti a livello internazionale, né vicini amichevoli o anche solo neutrali) ma si avvicinava in modo notevole alla normalità. Il nuovo Stato d’Israele era membro delle Nazioni Unite, inviava ambasciatori in quasi un centinaio di Paesi, i suoi atleti partecipavano a tutte le competizioni internazionali e i suoi studiosi studiavano e tenevano conferenze nelle più prestigiose università del mondo. L’antica massima dell’esilio, “Il mondo intero è contro di noi”, fu sostituita da una consapevolezza più ordinaria di chi fossero gli amici e chi i nemici, e di quali Paesi fossero, sorprendentemente, indifferenti. Le grandi compagnie aeree trasportavano passeggeri verso il nuovo aeroporto internazionale di Israele: ebrei emozionati che si mettevano a cantare quando la terra appariva all’orizzonte, ma anche uomini d’affari e turisti in gran numero. 

La politica israeliana si è spostata a destra e, credo, anche all’indietro

Il 1967 e il progressivo abbandono dell’orizzonte della normalità

Tutto questo ha cominciato a cambiare dopo il trionfo militare del 1967, il cui merito molti israeliani si sono rifiutati di riconoscere a chi effettivamente spettava. Hanno interpretato quella vittoria come un atto divino, il segno di un rinnovato coinvolgimento di Dio nella storia ebraica e l’inizio della redenzione. Era qualcosa di simile alla reazione entusiasta degli ebrei dell’esilio che, ancora e ancora, accoglievano le notizie di quelli che in seguito sarebbero stati riconosciuti come falsi messia. Ebrei ora animati da nuovo zelo si sono precipitati a insediarsi nei territori conquistati e a inaugurare l’era messianica. Partiti in pochi ma agguerriti, hanno visto crescere progressivamente le proprie fila negli anni successivi al 1967. La politica israeliana si è spostata a destra e, credo, anche all’indietro.

Questa, tuttavia, è solo una parte della storia: se alcuni ebrei pensavanodi essere impegnati nella redenzione, altri vivevano nel nuovo Stato come se fossero ancora in esilio. Gli ebrei ultraortodossi (Haredim) non vedevano nei kibbutz o nella nuova città di Tel Aviv alcun segno dell’opera di Dio. Ai loro occhi, il sionismo era un’eresia, opera di ebrei laici e atei. Eppure, dopo la Shoah, sono stati proprio questi ultimi a salvare gli ebrei ultraortodossi sopravvissuti in Europa, a condurli nel nuovo Stato d’Israele e a concedere loro una versione generosa dell’autonomia propria dell’esilio.

Gli Haredim non avrebbero potuto trovare un luogo più accogliente dello Stato del Mapai, né un leader più incline a venire loro incontro di David Ben-Gurion, primo capo del governo israeliano. Ben-Gurion apparteneva a quella generazione di leader dei movimenti di liberazione nazionale della metà del Novecento che, come Nehru in India, credevano nel trionfo della scienza e della ragione. L’era della superstizione religiosa era ormai tramontata ed era quindi facile mostrarsi generosi nei confronti di quel che restava degli ebrei haredi. L’autonomia loro concessa comprendeva l’esenzione dal servizio militare, il diritto, effettivo anche se non del tutto legale, di gestire le proprie scuole, un sistema giudiziario comunitario che controllava il diritto di famiglia e subordinava le donne, e un programma di sussidi sociali che consentiva loro di partecipare relativamente poco all’economia nazionale. Tutto questo riguardava una popolazione inizialmente molto ridotta, che però non sarebbe rimasta tale a lungo.

Gli Haredim vivevano nello Stato d’Israele senza accordargli molto più riconoscimento o sostegno di quanto ne avessero accordato in passato alla Russia zarista. Vi era, però, una grande differenza: Israele era una democrazia e gli Haredim erano cittadini. Votavano alle elezioni israeliane. Non difendevano lo Stato dai suoi nemici, ma avevano parte nella scelta del suo governo. Per lo più votavano in blocco, seguendo le istruzioni dei loro rabbini. Il cittadino ideale, informato sulle questioni politiche, impegnato in partiti e movimenti, che partecipa ai dibattiti democratici e decide da sé come votare, è forse in qualche misura un mito; i cittadini Haredim d’Israele, con eccezioni, come sempre, non ne conoscevano nemmeno l’esistenza.

I partiti ultraortodossi si sono rifiutati di rinunciare all’esenzione dal servizio militare per i propri giovani, ma hanno sostenuto con fermezza la guerra totale, purché combattuta dai figli degli altri. Hanno anche fornito alla Knesset la maggioranza necessaria.

Nei primi anni dello Stato, i loro rabbini convivevano senza difficoltà con il Mapai, il partito dominante. Tuttavia, poiché gli Haredim non avevano altra politica propria se non la difesa della propria autonomia, sia i partiti di sinistra che quelli di destra potevano contendersi il loro sostegno. La sinistra e la destra sono quindi entrambe responsabili della crescita di questa popolazione di cittadini che continuano a vivere in esilio. Con il tempo, credo, la deriva naturale della loro politica è stata verso destra, dove hanno trovato gli alleati più disponibili all’autonomia religiosa. Quando i loro leader sono diventati ministri, hanno agito come se governassero un kahal, una comunità composta esclusivamente da ebrei; si sono preoccupati ben poco del benessere dei cittadini non ebrei e del bene comune, dedicandosi piuttosto a rafforzare la loro comunità e ad accrescerne la quota del bilancio statale, mentre lasciavano che i governi da loro sostenuti agissero come meglio ritenevano opportuno.

L’arte di governare

Le elezioni del novembre 2022 hanno portato al potere il governo più orientato a destra nella storia d’Israele e tra le sue componenti essenziali figuravano quegli ebrei fedeli alla politica pre-sionista dell’esilio e della redenzione. È stato proprio questo governo a lanciare l’offensiva contro la Corte Suprema e contro lo Stato di diritto, con il sostegno dei militanti della redenzione, che temevano l’opposizione dei giudici, e degli Haredim, che si aspettavano che la Corte desse ragione ai ricorsi egualitari che mettevano in discussione la loro autonomia. Lo stesso governo ha dovuto anche rispondere al devastante attacco terroristico del 7 ottobre; gli Haredim e i militanti della redenzione hanno svolto un ruolo fondamentale nel determinare la natura della risposta. I partiti ultraortodossi si sono rifiutati di rinunciare all’esenzione dal servizio militare per i propri giovani, ma hanno sostenuto con fermezza la guerra totale, purché combattuta dai figli degli altri. Hanno inoltre fornito alla Knesset la maggioranza necessaria a un governo che ha tollerato, incoraggiato e perfino partecipato alla violenza anti-palestinese in Cisgiordania, senza un solo mormorio di dissenso; e non hanno detto una parola critica sull’assedio di Gaza. I militanti della redenzione si sono prefissati un duplice obiettivo: conquistare, distruggere e poi colonizzare la Striscia di Gaza, e annettere la Cisgiordania. Mirano alla realizzazione definitiva del Grande Israele. Non saprei dire con certezza se pensano veramente che ciò inaugurerebbe l’era messianica, ma hanno sicuramente agito con una sorta di avventatezza dettata da ispirazione divina 

Non si tratta, dunque, di una semplice opposizione tra destra e sinistra, né tanto meno di quella tra religiosi e laici. Vi sono ebrei conservatori e religiosi che aspirano a uno Stato normale, come vi sono persone di sinistra che sostengono con entusiasmo l’espansione territoriale.

La politica sionista dominante, che definirei la politica del Mapai, è stata invece, non in ogni momento, ma con notevole costanza, pragmatica e prudente. Queste due qualità si manifestano sempre nella storia israeliana: dalla creazione di un proto-Stato prima dello Stato vero e proprio, al rifiuto del terrorismo, fino all’accettazione della spartizione. Le guerre di Israele, fino al 7 ottobre, si sono concluse con ritiri pragmatici dal Sinai, in due occasioni, e dal Libano meridionale, con tregue e cessate il fuoco in Libano e a Gaza, nonché con accordi di pace con l’Egitto e la Giordania. Definirei tutto ciò l’arte di governare; il suo principale fallimento è rappresentato dalla persistente occupazione della Cisgiordania, nonostante l’impegno iniziale delle disposizioni di ritiro del governo Eshkol che riguardavano il Sinai e le alture del Golan. Questo fallimento è senza dubbio dovuto, innanzitutto, alla politica araba del rifiuto, che si è rivelata controproducente, ma anche, sulla sua scia, alla forza crescente dei militanti della redenzione, convinti che l’occupazione fosse richiesta da Dio.

Non intendo negare che molti laici di destra si siano opposti a gran parte di questo modo di governare, per ragioni sia di sicurezza che nazionalistiche, ma anche il leader della destra Menachem Begin, nel suo momento migliore, ha scelto la diplomazia e la coesistenza pacifica. I partiti Haredim, privi di una politica estera vera e propria, l’hanno sostenuto, così come avevano sostenuto in precedenza il Mapai. Non sto descrivendo una semplice opposizione tra destra e sinistra, e nemmeno tra religiosi e laici.

Il miraggio di una Sparta ebraica

Ma ora, mentre scrivo, nell’estate del 2026, la frattura all’interno della società israeliana può essere descritta in modo più semplice: gli Haredim si sono alleati con i militanti della redenzione, l’ebraismo dell’esilio è in guerra con la normalità sionista e la speranza di uno Stato ebraico che sia un membro riconosciuto della società degli Stati si sta affievolendo. Benjamin Netanyahu, artefice di questa alleanza, non è un uomo dell’esilio: è un risultato del sionismo, un politico come gli altri, peggiore della maggior parte di loro, ma comunque tipico per opportunismo e narcisismo. E Netanyahu, come se parlasse a nome dei suoi alleati, ripete con regolarità la massima dell’esilio: “Il mondo intero è contro di noi”. Qualsiasi critica, anche se ben intenzionata, viene considerata per definizione antisemita. L’appello lanciato da Netanyahu appena un anno fa, affinché Israele diventasse una “super-Sparta”, forte e autosufficiente, può suonare come una dura politica di Stato. Non lo è: è paranoia e fantasia. 

O forse no. Immaginate uno Stato neo-esilico dotato di un esercito moderno. Gli Haredim, chiusi in se stessi, e i militanti della redenzione si uniscono per produrre una politica nazionalista di estrema destra che trova alleati in un mondo in cui è fortemente presente una politica simile, anch’essa di ispirazione religiosa. Una Sparta ebraica è davvero possibile: una Grande Israele instaurato con la forza militare, una popolazione palestinese brutalmente repressa, una comunità ultraortodossa completamente autonoma, una Corte docile, mezzi di comunicazione di massa asserviti al potere politico, e il sostegno internazionale di, per esempio, nazionalisti cristiani e militanti indù. Sarebbe una Israele in rottura radicale con gran parte del mondo ebraico, e anche con i suoi storici alleati europei . Sarebbe, inoltre, anche una Israele non sionista: un Paese che avrebbe rinunciato alla speranza di una politica normale, capace di andare oltre l’esilio e la redenzione. 

Questo va detto ad alta voce, celebrato dai sionisti liberali e laici in Israele, nonché dai sionisti della Diaspora. L’esilio è finito.

Dopo la guerra, la coesistenza

È opportuno precisare fin da ora, prima di concludere, che la risposta militare al 7 ottobre è stata del tutto “normale”, e giustificata, simile a quella che avrebbe potuto mettere in atto qualsiasi Stato della comunità internazionale di fronte a un attacco del genere. Anche le decisioni strategiche e tattiche sono state normali: è un tema per un’altra occasione e per una critica necessaria, ma diversa. Ciò che conta, in questo contesto, è che i dibattiti e le scelte politiche sono stati distorti dal ritorno della politica dell’esilio. I pogrom in Cisgiordania e le mosse verso la pulizia etnica a Gaza hanno, in effetti, sostenitori nazionalisti laici, ma sono stati promossi con il massimo entusiasmo dai militanti della redenzione. Anche l’indifferenza verso le sofferenze della popolazione di Gaza, per quanto diffusa in Israele dal 7 ottobre, sembra proprio ripetere una reazione tipica della mentalità dell’esilio. Ricordo mia nonna che leggeva sui giornali newyorkesi il resoconto di un incidente ferroviario, cercando di capire se tra i morti ci fossero degli ebrei, preoccupandosi soltanto di loro. Da bambino non riuscivo a comprenderne il motivo; anni dopo, invece, ho capito: mia nonna non aveva conosciuto altro che l’ostilità dei non ebrei.

Per gli israeliani di oggi non è più così: hanno amici in tutto il mondo, e non soltanto tra i sostenitori del nazionalismo religioso. Ne hanno anche di migliori, a mio avviso: amici che, pur restando critici, sosterrebbero una politica post-esilica. Questo fatto deve essere detto a voce alta, celebrato dai sionisti liberali e laici in Israele, ma anche dai sionisti della Diaspora.  L’esilio è finito. Israele deve agire in Medio Oriente come uno Stato che riconosce le massime fondamentali della normalità internazionale: dopo la guerra viene la diplomazia, dopo la guerra viene la coesistenza. È ora, finalmente, di lasciarci alle spalle l’esilio e la redenzione.

E il momento per cominciare è proprio… il 27 ottobre.