Un’occasione storica per Israele
La sera delle elezioni del 27 ottobre 2026, l’esito sembrava familiare: ancora una volta, gli israeliani non avevano saputo decidersi. È vero se si considerano solo gli elettori ebrei. Se si tiene conto di tutti i cittadini, oltre un quinto dei quali è arabo, l’opposizione vince nettamente. Lo storico Michael Brenner ne trae le conseguenze: per la prima volta in Israele potrebbe formarsi un governo con il sostegno decisivo dei partiti arabi. Dalla diffidenza cresciuta dopo il 7 ottobre alle accuse di «furto» delle elezioni e alle promesse di campagna elettorale, gli ostacoli sono numerosi. Ma i precedenti del 1992 e del 2021, e persino gli scritti di Jabotinsky, fondatore della destra sionista, mostrano che una simile coalizione non ha nulla di impensabile.
Ancora una volta i cittadini di Israele hanno deciso di non essere in grado di decidere – come già nelle tre tornate elettorali inconcludenti tenutesi tra l’aprile 2019 e il marzo 2020, dalle quali non uscì alcuna maggioranza in grado di governare. Ma è davvero così? Lo è soltanto se si parla della popolazione ebraica del Paese, che costituisce i tre quarti abbondanti degli aventi diritto al voto. Se si includono anche gli israeliani arabi, che superano il 20 per cento e oggi per lo più si identificano come cittadini palestinesi d’Israele, la constatazione non regge. Se intendiamo Israele come uno Stato di tutti i suoi cittadini, l’esito è inequivocabile: il blocco di destra di Netanyahu ha perso le elezioni, mentre l’opposizione, compresi i partiti a prevalenza araba, ha ottenuto una netta maggioranza.
Dati gli attuali rapporti di forza in Parlamento, si presenta in effetti un’occasione storica. Per la prima volta potrebbe formarsi in Israele un governo con una partecipazione araba considerevole, che si tratti di sostegno attivo o quantomeno di un appoggio esterno passivo. Darebbe un segnale chiaro: contro l’accusa che Israele sia uno Stato di apartheid e a favore di un nuovo rapporto tra cittadini ebrei e cittadini arabi. Un governo simile rispecchierebbe ciò che in molti settori della società israeliana è già oggi realtà. È il caso, per esempio, del settore sanitario.
Per la prima volta potrebbe formarsi in Israele un governo con una partecipazione araba considerevole.
Un quarto di tutti i medici, dentisti e infermieri, e la metà di tutti i farmacisti del Paese sono cittadini palestinesi d’Israele. Tra le vittime del terrorismo di Hamas del 7 ottobre 2023 c’erano anche israeliani arabi, fra cui paramedici al festival musicale Nova. Date le discriminazioni che molti israeliani arabi avvertono nella vita quotidiana, non è scontato che i loro rappresentanti eletti tendano oggi la mano alla maggioranza ebraica con la volontà di governare insieme lo Stato d’Israele.
I due precedenti
Non illudiamoci. Più volte, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, anche esponenti di spicco del campo dell’opposizione hanno sottolineato che avrebbero fatto coalizione soltanto con «partiti sionisti». Mentre alcuni israeliani ebrei vedono in un’ampia coalizione la prova della vitalità democratica del Paese, la maggior parte di loro teme che la partecipazione di partiti arabi costituisca un potenziale rischio per la sicurezza in uno Stato sotto minaccia immediata.
Tuttavia l’idea di una partecipazione di partiti arabi al governo non è del tutto peregrina, né priva di precedenti. Finora ci sono state due situazioni simili. Nel 1992 il governo del socialdemocratico Yitzhak Rabin poté contare su una maggioranza soltanto grazie all’appoggio esterno di due partiti arabi1, pur non facendo questi parte della coalizione di governo. Ne uscì un governo che, finora, è arrivato più vicino di ogni altro a un accordo di pace con i palestinesi: fu quel governo a firmare gli accordi di Oslo. Ma, nello stesso tempo, in quegli anni avanzava anche la spaccatura della società israeliana. Le violente proteste da destra contro le concessioni ai palestinesi culminarono, nel novembre 1995, nell’assassinio di Rabin per mano di un estremista di destra.
Il secondo precedente è il governo formato nel 2021 da politici di ogni schieramento, uniti soltanto dal rifiuto della politica di Netanyahu. Sotto i due primi ministri che si alternarono alla guida del governo, Naftali Bennett e Yair Lapid, il partito islamista Ra’am2 fu un partner attivo della coalizione, e il suo presidente Mansour Abbas fu il primo israeliano arabo a essere nominato ministro (seppure senza portafoglio). Ma il governo disponeva di una maggioranza risicatissima e si sfaldò dopo un anno e mezzo.
Un nuovo peso politico
Che cosa c’è di diverso oggi? Dopo il 7 ottobre 2023 Israele è cambiato in modo radicale: la diffidenza tra israeliani ebrei e israeliani arabi è cresciuta; l’estrema destra, un tempo messa al bando, dopo quattro anni di partecipazione al governo è accettata da ampi settori della popolazione come forza ormai affermata; la soluzione dei due Stati, come ogni altra soluzione del conflitto israelo-palestinese, appare ormai lontanissima. Inoltre i modelli finora adottati si fondavano sul sostegno di un numero esiguo di deputati arabi. Nel 1992 i due partiti arabi che sostenevano il governo contavano in tutto appena cinque deputati, nel 2021 il partito Ra’am addirittura soltanto quattro. Oggi l’opposizione ha bisogno dei 18 deputati dei partiti a prevalenza araba, che peserebbero così in modo decisivo in un governo di questo tipo.
Parla di «furto» delle elezioni, come se queste fossero prerogativa dei soli israeliani ebrei.
I segnali non sono dunque per nulla incoraggianti per un governo di questo tipo. Più volte Netanyahu ha messo in guardia dall’alta affluenza alle urne dei cittadini arabi. Invece di vedervi un segno della loro partecipazione democratica, parla di «furto» delle elezioni, come se queste fossero prerogativa dei soli israeliani ebrei. L’ambasciatore di Trump in Israele, Mike Huckabee, ha poi fatto propria questa concezione, con ogni probabilità inconsciamente, in una dichiarazione in cui scriveva: «Gli arabi votano proprio come gli israeliani», come se gli arabi non fossero israeliani. Suona più o meno come se, a proposito degli elettori ebrei americani, scrivesse: «Gli ebrei votano proprio come gli americani».
La destra ricorda le promesse elettorali di esponenti dell’opposizione di non entrare in alcuna coalizione con politici che non abbiano professato un’adesione inequivocabile a Israele come Stato ebraico. I suoi esponenti pronosticano già a Eisenkot, Bennett e Lieberman3, qualora venissero meno a questa promessa, una rapida scomparsa nel nulla politico, sul modello di Benny Gantz, politico dell’opposizione che un tempo era partito con grandi ambizioni e che, data la totale irrilevanza del suo partito, aveva ritirato quest’ultimo dalla corsa ancor prima delle elezioni.
Ma questa analogia ha un punto debole decisivo. Gantz non è scomparso certo perché avrebbe collaborato con i partiti arabi, bensì perché si era lasciato coinvolgere in un’alleanza con Netanyahu che gli è stata fatale. Nonostante tutte le riserve, sono l’avversione per Netanyahu, il timore di dover tornare ancora una volta alle urne e la mancanza di altre alternative a spingere alcuni politici israeliani del centro e della sinistra a ragionare apertamente, ormai anche ad alta voce, su una coalizione sostenuta anche dai partiti arabi.
In ogni governo in cui un ebreo sia primo ministro, il vice primo ministro dovrebbe essere un arabo – e viceversa.
Una lettura parziale dell’eredità di Jabotinsky
Al campo della destra riunito attorno al Likud, che ora grida al tradimento e alla svendita degli interessi ebraici e vorrebbe un cordone sanitario nei confronti dei partiti arabi, andrebbero ricordate le parole del suo fondatore. Vladimir Zeev Jabotinsky, sionista della destra nazionalista originario di Odessa, non era affatto ostile a una simile idea. Nel suo libro The Jewish War Front, pubblicato nel 1940, poco dopo la sua morte, scrisse queste frasi notevoli: «In ogni governo in cui un ebreo sia primo ministro, il vice primo ministro dovrebbe essere un arabo – e viceversa.»4 Prima che Mansour Abbas o un altro politico arabo diventi vice primo ministro o addirittura primo ministro, lo Stato d’Israele si sarà probabilmente trasformato in un’isola del Mediterraneo. Ma la visione di uno Stato di tutti i suoi cittadini – con confini massimalisti, bisogna ammetterlo, che includono anche l’odierna Giordania – un tempo passava per kasher persino nella destra sionista.
Oggi, certo, tutti i politici del Likud hanno appeso nel proprio ufficio il ritratto di Jabotinsky, ma i suoi scritti non li conoscono più. Jabotinsky sapeva di che cosa parlava. A lungo si batté per la parità di diritti della minoranza ebraica nell’Europa orientale e per la sua partecipazione politica. In Polonia e negli altri Stati dell’Europa interbellica gli ebrei avrebbero dovuto avere non solo diritti individuali, ma anche collettivi. Da ciò dedusse che una maggioranza ebraica, in un futuro Stato comune, dovesse concedere diritti di questo tipo anche a una minoranza araba.
Certo, dalle parole di Jabotinsky è accaduto molto: la Shoah, numerose guerre sanguinose tra Israele e i suoi vicini arabi, il rifiuto di lunga data dei palestinesi di riconoscere lo Stato d’Israele e, soprattutto, l’inasprimento del conflitto negli ultimi anni. Eppure uno sguardo alla storia mostra che persino nella destra israeliana esistono modelli di riferimento per un coinvolgimento attivo della popolazione araba nel processo politico. A maggior ragione i partiti del centro e dello schieramento di sinistra dovrebbero rifarsi a modelli che indichino nuove vie per uscire dal sanguinoso dilemma degli ultimi anni. Una strada del genere è probabile? No, per niente. Ma non è nemmeno impossibile. Perché, come già scrisse Theodor Herzl nel suo romanzo Altneuland: «Se lo volete, non è un sogno.»5
Questo testo di Michael Brenner è apparso sulla FAZ con il titolo «Ein Zeichen gegen den Vorwurf des Apartheidstaats» il 29 ottobre 2026.
Traduzione di Carlotta Pino
- Hadash (Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza) e Partito democratico arabo, che avevano rispettivamente tre e due deputati. ↩︎
- Ra’am, acronimo ebraico di Lista araba unita, è l’espressione politica del ramo meridionale del Movimento islamico in Israele. ↩︎
- Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano; Naftali Bennett, primo ministro dal 2021 al 2022; Avigdor Lieberman, leader del partito Yisrael Beitenu. ↩︎
- Vladimir Jabotinsky, The Jewish War Front, Londra, George Allen & Unwin, 1940. ↩︎
- Theodor Herzl, Altneuland, Lipsia, Hermann Seemann Nachfolger, 1902. ↩︎