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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#75 / Editoriale

Va detto ad alta voce. E va rivendicato, da parte dei sionisti liberali e laici in Israele, come da quelli della Diaspora: l’esilio è finito. «E il momento per cominciare è… il 27 ottobre». È la data con cui si chiude il testo di Michael Walzer che pubblichiamo questa domenica su K.

Il filosofo americano, autore di Guerre giuste e ingiuste (Garzanti), descrive la scelta che attende gli israeliani non come uno scontro tra destra e sinistra, ma tra due idee di politica. La prima, sionista, voleva fare di Israele «uno Stato come tutti gli altri». La seconda, estranea al sionismo e radicata in una concezione diasporica dell’ebraismo, è arrivata al potere con la coalizione del 2022. Ne fanno parte gli ultraortodossi, che vivono nello Stato come se fossero in esilio, e i «militanti della redenzione», fautori della Grande Israele, che avanzano in Cisgiordania con la violenza e tengono il Paese sotto il ricatto permanente del disordine. A fare da tramite tra queste forze c’è Benjamin Netanyahu, aggrappato ai messianisti come l’«asino del Messia» della tradizione: una cavalcatura insieme funesta e opportunistica. Intanto ripete il vecchio adagio dell’esilio: «Il mondo intero è contro di noi». Al miraggio di una «Sparta ebraica», Walzer oppone un’evidenza che Israele deve tornare a riconoscere: quella rappresentazione dell’esilio appartiene al passato. La normalità, invece, è ancora tutta da riconquistare.

Martedì prossimo, per la prima volta dopo il 7 ottobre, gli israeliani saranno chiamati alle urne e dovranno misurarsi con questa scelta. Il Paese, già lacerato dalla riforma della giustizia e dallo scontro sulla leva degli ultraortodossi, ha ancora in mano il proprio destino.

A maggio, su K., David Chemla aveva esaminato la posta in gioco con il voto. Nel nuovo articolo analizza gli orientamenti degli elettori, le strategie delle liste e i possibili scenari per la formazione di un governo stabile. Al centro c’è il ribaltamento della maggioranza auspicato dall’opposizione, sul modello del mahapakh del 1977. Ma il contesto è profondamente diverso. C’è una differenza che pesa più delle altre: dopo la guerra del Kippur, Golda Meir si dimise in seguito alla pubblicazione del rapporto preliminare della commissione Agranat. A tre anni dal massacro del 7 ottobre, Benjamin Netanyahu e il suo governo continuano invece a rifiutare con ostinazione l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale. «In quale mondo si può separare il concetto di leadership da quello di responsabilità?», chiedeva la settimana scorsa il generale Avi Gil, già segretario militare del primo ministro più longevo nella storia del Paese. In un’intervista segnata dall’emozione, ha ricostruito gli allarmi ignorati e le omissioni, denunciato la falsificazione di documenti e sostenuto che, in più occasioni, la sopravvivenza della coalizione abbia prevalso su un accordo che avrebbe potuto portare prima alla liberazione degli ostaggi, alcuni dei quali sono morti in prigionia. È questa la maggioranza che oggi si batte senza esclusione di colpi per restare al potere. Chemla conclude la sua analisi tornando al lutto ancora aperto di un popolo a cui continuano a essere negate verità e giustizia.

È importante che le edizioni Christian Bourgois ripubblichino La Fiction du politique, di Philippe Lacoue-Labarthe, la nuova edizione è anche un richiamo al presente. Indagando l’adesione di Heidegger al nazismo e la sua incapacità di pensare lo sterminio degli ebrei nella sua specificità, Lacoue-Labarthe sottoponeva la filosofia alla prova di ciò che non aveva saputo riconoscere. Pubblicato nel 1988, il libro affronta quella che definisce la «cesura di Auschwitz»: «Ciò che viene dopo la cesura non sarà mai all’altezza di ciò che c’era prima; la fine non assomiglierà mai più all’inizio. L’uomo “cesurato”, alla lettera, non si riprende». L’estratto che pubblichiamo richiama una delle esigenze fondamentali di quel libro, ieri come oggi: pensare Auschwitz nella sua singolarità. E tornare a collocare il nostro sguardo nell’orizzonte dell’Europa del dopoguerra, dopo la Shoah, quando fu possibile ripensare radicalmente la politica.