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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#73 / Editoriale

Sono passati tre anni dal massacro e dallo shock del 7 ottobre 2023, e il mondo di prima sembra irrecuperabile. Il testo di Serena Di Nepi, docente di Storia moderna alla Sapienza, a Roma, attraversa il dopo, a partire da un convegno a Gerusalemme nel settembre 2023, alle cene saltate, alle difficoltà che attraversano gli studi di storia ebraica nelle università. Descrive un isolamento che i rapporti sull’antisemitismo non registrano e riconosce i tradimenti subiti e quelli imposti, e prova a indicare una via stretta per tornare a ragionare insieme.

In tre anni la Biblioteca Nazionale di Israele è riuscita a censire 1.430 libri sul 7 ottobre. 1.430 libri almeno ci separano quindi oggi da quell’evento traumatico. 1.430 libri in tre anni sono quasi 480 libri all’anno, ossia tra i 9 e i 10 a settimana. Lavorare sulla memoria può sembrare un concetto astratto che prende concretezza immaginando un soggetto collettivo che cerca di elaborare il 7 ottobre, ed è impegnato in una simile produzione. Senza contare tutti gli altri supporti né la mole incalcolabile di ciò che viene scritto incessantemente sul web. Anche K. ha contribuito a trasformare un evento in memoria, e questa settimana ripropone ai suoi lettori una dozzina di articoli raccolti in un dossier.

1.430 libri dopo, siamo arrivati da qualche parte? La vastità degli scaffali lascia l’impressione di un lavoro ben fatto. Ma non era così quando erano 1.400, e non lo sarà a quota 1.500? L’elaborazione del trauma ha una fine, o la scrittura dovrà ripetersi in un eterno presente? La Biblioteca riuscirà ad accogliere tutto ciò che c’è da scrivere sull’evento e sulle sue conseguenze, o finirà per soccombere a ciò che aveva cercato di contenere?
A distanza di tre anni, in una Europa che sta rischia di relegare i propri traumi su scaffali impolverati, ricordiamo i morti del 7 ottobre e ci interroghiamo sugli effetti di un evento di tale portata sulla psiche israeliana. Il film Naza ce ne offre l’occasione: accolto con fragorosi applausi dall’antisionismo contemporaneo, non sembra suscitare una maggiore riflessione nella società israeliana sulla guerra a Gaza. Dopo averlo visto, la filosofa Julia Christ si è interrogata sulle aporie di una critica che per farsi sentire cerca di scioccare, senza tenere conto delle coordinate psichiche del soggetto collettivo cui si rivolge. Attingendo alla Teoria critica e alla psicoanalisi ricorda che sia in ambito critico che terapeutico cercare di abbattere le difese di un soggetto traumatizzato non produce altro che un rifiuto.