Tre anni dopo, non mi ricordo più come era prima
Sono passati tre anni dal massacro e dallo shock del 7 ottobre 2023, e il mondo di prima sembra irrecuperabile. Il testo di Serena Di Nepi, docente di Storia moderna alla Sapienza, attraversa il dopo, dal convegno a Gerusalemme nel settembre 2023 alle cene saltate, alle difficoltà che attraversano gli studi di storia ebraica nelle università, e descrive un isolamento che i rapporti sull'antisemitismo non registrano. Riconosce i tradimenti subiti e quelli imposti, e prova a indicare una via stretta per tornare a ragionare insieme.
Tre anni dopo, non mi ricordo più come era prima. Sono passati 36 mesi dal pogrom del 7 ottobre, dai telefoni impazziti, dallo sguardo attonito davanti a televisori e computer e dall’impossibilità di capire quel che stava succedendo, dalla ricerca disperata di notizie di conoscenti, amici e parenti, dal tentativo di trovare un modo di dirselo e dirlo ai figli; e, semplicemente, quasi non riesco a trovare traccia di quel che c’era prima. Era shabbat mattina, era sheminì atzeret, a Roma già di suo l’anniversario di un’altra mattina di festa diventata tragedia il 9 ottobre del 1982 (quando un attentato palestinese all’uscita della funzione uccise Stefano Gaj Taché di due anni e ferì decine di altre persone)1 e subito, già in quei primi interminabili minuti, nella consapevolezza di non riuscire a mettere a fuoco gli eventi in corso – un film, non era possibile, il pensiero fisso per ore e ore –, la sensazione lucidissima che molto di quel che pensavamo di conoscere sarebbe andato in frantumi.
L’ultimo pezzetto della vita professionale del mondo di prima, per me, risaliva a un convegno a Gerusalemme a inizio settembre 2023 che aveva messo insieme studiosi e studiose da Israele, Europa e Stati Uniti,
E così, in effetti, è stato. Subito la paura lancinante, con i fantasmi oscuri del passato tornati prepotentemente alla vita, e la certezza che non sarebbe finita là e che, qualunque fosse stata la risposta militare israeliana e qualunque piega avesse preso la guerra imposta da altri, i problemi e i pericoli avrebbero riguardato tutti, in Israele e fuori da Israele. Un prima e un dopo immediati e da cui, in fin dei conti, non c’era e non ci sarebbe stato scampo.
L’ultimo pezzetto della vita professionale del mondo di prima, per me, risaliva a un convegno a Gerusalemme a inizio settembre 2023 che aveva messo insieme studiosi e studiose da Israele, Europa e Stati Uniti, qualcuno anche alla prima visita nel paese. Un incontro ricco e densissimo, segnato da ricerche, discussioni, idee e caffè condivisi, come sempre in queste occasioni, e che aveva avuto, però, un fuori programma inatteso. A inizio settembre del 2023, Israele era attraversata dalle proteste contro la riforma giudiziaria che, proprio durante i giorni del nostro incontro tra specialisti di storia, si proponevano di fermare un iter parlamentare arrivato a un punto di svolta. Un gran numero di colleghe e colleghi delle università partecipavano attivamente a quel movimento e il nostro seminario si trovò a cambiare programma per permettere ad alcuni dei nostri ospiti di sfilare nel grande corteo previsto nella capitale proprio in mezzo ai nostri lavori e con partenza, un po’ per caso, a pochi metri dalla sede dove eravamo riuniti a discutere. Un’esperienza curiosa: di solito i convegni internazionali, progettati con largo anticipo per far fronte ai calendari accademici di mezzo mondo sempre troppo pieni e troppo affastellati, non subiscono smottamenti dell’ultimo secondo per ragioni di politica interna. Ricordo una piazza coloratissima, preoccupata eppure propositiva e carica di speranze, con migliaia di partecipanti, tra cui centinaia di universitari, gruppi di estrema sinistra, laici, religiosi di ogni gradazione, persone comuni di ogni età, appartenenza e provenienza. Ero al mio secondo incontro con quel movimento, di cui avevo letto sulla stampa per mesi, senza riuscire a afferrare il nodo tecnico al centro di una discussione così lacerante. Se ne era parlato molto anche in Italia ma, appunto, restava una materia scivolosa e in cui l’unica cosa chiara, per me, era la portata di una divisione interna senza precedenti. Così, il sabato sera prima dell’apertura del seminario, ero andata a dare un’occhiata all’appuntamento fisso con cui, da mesi, all’uscita di shabbat, di fronte alla residenza ufficiale del primo ministro, a Gerusalemme si diceva no a quella proposta. E che, nei giorni di Elul, di notte, comprendeva la recitazione pubblica delle selichot, le tradizionali poesie liturgiche penitenziali che accompagnano gli ebrei verso il nuovo anno e il digiuno di Kippur e che, in quel contesto, smontavano con facilità quella narrazione semplicistica sull’Israele dei religiosi retrogradi contro l’Israele dei laici progressisti.
Nel mondo di dopo (…) erano i giorni del funerale della famiglia Bibas e per la prima volta, dopo mesi, mi sono trovata dentro un dolore pubblico e finalmente condiviso. Nelle montagne russe di emozioni, ho toccato con mano il senso di un paese che combatteva una sua battaglia per il ritorno di tutti gli ostaggi, vivi o morti che fossero, e che, nel farlo, si interrogava su tante cose.
Nel mondo di dopo, ho provato a raccontare a chi chiede a gran voce il boicottaggio accademico le deviazioni anomale di quel convegno e a spiegare a chi pensa che il male siano gli ebrei ortodossi (e chissà che cosa sono, questi ebrei ortodossi) il senso di quelle preghiere in una notte contro un governo; e so di non esserci riuscita. Nel mondo di dopo, sono tornata in Israele alla fine di febbraio del 2025, di nuovo per lavoro. Erano i giorni del funerale della famiglia Bibas e per la prima volta, dopo mesi, mi sono trovata dentro un dolore pubblico e finalmente condiviso, in un corridoio dell’aeroporto Ben Gurion puntellato dalle foto degli ostaggi e delle vittime, con un muro di peluche di fronte a quella di quei due bambini. Nei giorni successivi, nelle montagne russe di emozioni, ho toccato con mano il senso di un paese che combatteva una sua battaglia per il ritorno di tutti gli ostaggi, vivi o morti che fossero, e che, nel farlo, si interrogava su tante cose. Striscioni con il volto stilizzato di Hersh Goldberg-Polin segnavano ogni angolo di Gerusalemme: un ragazzo simbolo di quella città, che non era stato salvato, che era finito sui giornali di tutto il mondo grazie a due genitori indomiti e coraggiosi e che ricordava apertamente i fallimenti e l’angolino minuscolo e invivibile in cui ci si era trovati stretti e senza scelte dall’alba del 7 ottobre. O ancora, in un’altra uscita di shabbat e dopo la manifestazione settimanale per gli ostaggi, un incontro nella Grande sinagoga di Gerusalemme con la zia di Gali e Ziv Berman, gemelli prigionieri a Gaza: anche quello un appuntamento fisso, per ascoltare e offrire una spalla solidale alle famiglie disperate e che vedeva insieme tante, tantissime anime della città e che permetteva, a chiunque lo volesse e comunque la pensasse, di non precipitare da soli nel male oscuro.
Di tutto questo non credo di aver parlato, una volta rientrata in Italia. Nel mondo di dopo, le cose complicate e le letture cariche di dubbi, ambiguità, sfumature degli ebrei del post 7 ottobre non trovano, quasi mai, interlocutori disposti ad ascoltare. Una ricerca costante di certezze e di assoluti, fatta di continue richieste di posizionamento e che ha contribuito in tante, troppe occasioni, a rendere insostenibile ciò che già era, di suo, molto faticoso. Tre anni di guerra, di tragedie, di orrori, di strade senza uscita in Medio Oriente. E tre anni di dolori taciuti, tradimenti imposti e patiti, rotture e sfilacciamenti nella quotidianità degli ebrei che vivono altrove e che, giorno dopo giorno, hanno visto disfarsi il mondo che pensavamo di aver costruito. Se i rapporti nazionali e internazionali sull’antisemitismo registrano, ovunque, la crescita esponenziale di episodi sempre più gravi sui social e nella realtà, fino ai morti di Manchester e di Bondi Beach dell’ultimo anno, non vi è modo di tracciare la normalizzazione dell’isolamento e dell’esclusione, che pure sono esperienza comune e condivisa. La conta degli inviti a cena saltati, dei messaggi e delle telefonate prima diradati e poi scomparsi, degli imbarazzi reciproci tra amici un tempo cari e dei silenzi densissimi negli incontri voluti o casuali segna, anch’essa, nel privato, un prima e un dopo. Un abisso di non detto e di non dicibile, cifra del nostro tempo nelle relazioni tra gli ebrei e gli “altri” e impossibile da superare. Un elastico teso, una molla sempre pronta a scattare in cui aleggia la richiesta di dissociarsi, di dire la cosa giusta e che tutti vogliono sentire, di indossare quella maschera dell’ebreo buono e dissidente che non funziona e non può funzionare in questo momento. Magari rassicura, ma certo non restituisce la portata e la complessità di questi tre anni di violenze e devastazioni.
Un abisso di non detto e di non dicibile, cifra del nostro tempo nelle relazioni tra gli ebrei e gli “altri” e impossibile da superare. Un elastico teso, una molla sempre pronta a scattare in cui aleggia la richiesta di dissociarsi, di dire la cosa giusta e che tutti vogliono sentire, di indossare quella maschera dell’ebreo buono e dissidente che non funziona e non può funzionare in questo momento.
Qualche settimana fa, su queste pagine, Manuela Consonni ha ragionato sul «momento antisemita» e sulla riconfigurazione in corso di categorie e letture antiebraiche che si erano consolidate a partire dal secondo dopoguerra e che avevano messo al centro la figura dell’ebreo come vittima. Negli ultimi tre anni, si è andata elaborando e accettando una grammatica che interpreta il mondo attraverso la ridefinizione di un linguaggio morale escludente e giudicante e, per questo, incapace di riconoscere traumi, paure, fatiche e sfumature. La politicizzazione forzata e ineludibile dell’identità ebraica negli spazi sociali ne è una conseguenza voluta: agli ebrei si chiede continuamente di giustificarsi e distinguersi, di esprimere certezze che difficilmente si hanno, di salire sull’una o sull’altra barricata, di stabilire il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, rinunciando a priori e per dovere a qualunque possibilità di parlare di altro o di parlare della “questione” nel suo nodo gordiano di responsabilità, torti e ragioni. Tre anni in cui i singoli si sono trovati a rendere conto di obblighi morali ritenuti ineludibili e durante i quali si è finiti, quasi paradossalmente, per rendere afone e impaurite voci che, forse, avrebbero potuto provare a ragionare insieme.
Agli ebrei si chiede continuamente di giustificarsi e distinguersi, di esprimere certezze che difficilmente si hanno, di salire sull’una o sull’altra barricata.
Per forza di cose, questo clima teso e inquisitorio ha reso inagibili proprio quegli spazi di incontro e confronto che sarebbero oggi indispensabili. In questo mondo del dopo, molto (troppo) diventa una sfida. L’interrogativo perenne su cosa dire e cosa non dire, a chi e come, su quali siano i paletti inviolabili, su quando possa essere il caso di accettare il rischio della discussione feroce o della strumentalizzazione di ogni parola accompagna molti passi della quotidianità. Nel piccolo delle scelte più private, il momento antisemita si diluisce giorno dopo giorno nelle ore spese fuori dal porto sicuro delle case e delle comunità. Le chiacchierate negli incontri tra amici e parenti registrano gli incidenti più recenti, a partire dalle scuole e dalla pressione, troppo spesso insostenibile, a cui sono sottoposti i più giovani. Così, genitori raccontano di figli che provano a nascondere chi sono, che se usciti dalle scuole ebraiche eludono domande sul percorso precedente una volta approdati nel sistema pubblico e di decisioni sofferte a favore di scuole e università private considerate meno pericolose di quelle pubbliche. Notizie informali, che non entrano nei rapporti sull’antisemitismo e che riflettono una nuova realtà, segnata da paure e ritrosie che non risparmiano nessuno.
A settembre del 2025, Jonathan Boyd proponeva la nozione di antisemitismo ambientale per illustrare l’atmosfera del tempo presente, cogliendo in buona misura i segnali dello smottamento in atto tra un prima e un dopo. D’altra parte, la riflessione angosciata sul momento di cambiamento che stiamo affrontando è anch’essa parte della trasformazione in corso e dell’obbligata riconfigurazione della vita ebraica nelle società. Il dibattito pubblico intorno alle definizioni su ciò che è accettabile e ciò che invece non lo è – che pure anima questa stagione – sfiora appena le tensioni dei vissuti individuali.
Jonathan Boyd ha proposto la nozione di “antisemitismo ambientale” per illustrare l’atmosfera del tempo presente, cogliendo i segnali dello smottamento in atto tra un prima e un dopo.
Non vi è modo di tenere conto della fatica di salire le scale di un luogo di lavoro, della preoccupazione con cui si guarda a un caffè con i colleghi o della decisione consapevole di lasciar correre battute e osservazioni un tempo inaccettabili e che ora, nel mondo del dopo, rientrano in quella sequela ininterrotta di parole irripetibili con cui ci siamo rassegnati a convivere. Le aule e i corridoi delle università si sono trovati a fare da sfondo a tante di queste vicende, riferite in chat e a mezza bocca da docenti ebrei di molte parti del mondo. Il clima freddo, le conversazioni interrotte, il timore diffuso per possibili contestazioni da parte degli studenti, lo spostamento di convegni e seminari di studi ebraici e magari con ospiti israeliani in sedi decentrate, il dubbio che progetti di ricerca e pubblicazioni possano essere rifiutati per ragioni che nulla hanno a che fare con la validità di una proposta scientifica, tutto questo segna il mondo del dopo. Nell’insieme, l’intreccio tra ostacoli enormi – in primo luogo il boicottaggio e tutto quel che ne segue a cascata – e grandi e piccole difficoltà stravolgono l’ordinario andamento delle vite e delle carriere universitarie: temi e persone sgraditi, ragione di inquietudine, addirittura la possibilità di problemi di ordine pubblico (come troppe volte accaduto) spingono a ripensamenti privatissimi e sommessi su ruoli, posti e scelte importanti. Questa condizione di precarietà e vulnerabilità, che oscilla tra dati reali e preoccupazione per quel che potrebbe essere e che ancora non è, scandisce i rapporti professionali in molti modi. Se mai come ora, proprio per rispondere alle tante domande che ci circondano, ci sarebbe bisogno di una comunità scientifica solida e in crescita su temi e questioni di storia ebraica, la disciplina sta entrando in una stagione incerta. In primo luogo, diventa più difficile attrarre i giovani su una materia su cui, da una parte, aleggia la minaccia di controversie e, dall’altra, è indispensabile maneggiare gli strumenti del mestiere e entrare in conversazione con i centri di ricerca più specializzati e avanzati. Per studiare storia ebraica, a un certo punto, bisogna imparare abbastanza ebraico per poter leggere in autonomia documenti in lingua originale, frequentare studiosi e studiose di riferimento nel proprio campo che, talvolta, sono basati in Israele dove, per motivi evidenti, questi temi assumono una centralità e una rilevanza specifica. Nell’epoca del boicottaggio urlato e praticato, e con la guerra irrisolta, l’andirivieni con Israele, le borse di dottorato o postdottorato in quelle università, i periodi in ulpan per apprendere la lingua e quelli di formazione in quel paese arrivano a sembrare (e spesso già a essere) un elemento di debolezza. Le storie di giovani esclusi formalmente o informalmente da fellowship in università europee in nome di una voce israeliana nel curriculum e che, per lo stesso motivo, rinunciano anche solo a candidarsi cominciano a circolare2 insieme ai casi di docenti disinvitati da convegni e seminari o a cui si fa sapere che sarebbe preferibile rinunciare a partecipare. Mancano le statistiche, ma che le cose stiano prendendo questa piega, in fin dei conti, non stupisce molto e interroga il presente e il futuro di questi saperi e di chi li pratica.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’ingresso della storia ebraica e dei Jewish studies nel sistema accademico occidentale ha rappresentato uno sbocco nella cultura alta dei processi incerti dell’emancipazione.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’ingresso della storia ebraica e dei Jewish studies nel sistema accademico occidentale ha rappresentato uno sbocco nella cultura alta dei processi incerti dell’emancipazione.
Per lunga tradizione, le università d’Europa avevano insegnato l’ebraico della Bibbia e pezzi di cultura, autori e tradizione testuale ebraica ai loro studenti. L’obiettivo era duplice: da una parte, l’ebraico serviva a confrontarsi in lingua originale con il dettato biblico; dall’altra, si preparavano predicatori e missionari e a farlo, in larga misura, erano ebrei convertiti al cristianesimo. La conoscenza della cultura ebraica era funzionale al rafforzamento della fede cristiana, dopo la Riforma divenne centrale anche nella polemica interna al mondo cristiano tra cattolici e riformati di ogni confessione e tutti speravano di sfruttarla per convertire gli ebrei e convincerli degli errori e delle superstizioni della loro religione. La svolta ottocentesca, il programma della Wissenschaft des Judentums e un approccio scientifico all’ebraismo, alla sua immensa letteratura e anche alla storia degli ebrei tracciarono la strada per nuove metodologie, nuove discipline e, anche, per una nuova idea di dialogo e relazione con il ventaglio delle scienze umanistiche. Per la storia, l’inaugurazione di cattedre di storia ebraica nelle grandi università americane e i lavori autorevoli, e da posizioni di primo piano, di studiosi del calibro di Salo W. Baron e Yosef Haim Yerushalmi indicarono i successi e l’importanza di un campo di ricerca specifico, con le sue regole e i suoi dibattiti, e la sua complicata relazione con la storia generale.
Le domande su che cosa sia l’antisemitismo, su quali siano le sue traiettorie, su come si declini oggi hanno anche, ovviamente, a che fare con una tradizione di esclusione, marginalizzazione e persecuzione che ora, nel vissuto di molti, torna prepotentemente attuale.
La riconfigurazione della storia ebraica al di là delle lacrime proposta programmaticamente da Baron3 ha segnato e segna il modo con cui si fa questo mestiere. L’interazione sempre difficile con le società di maggioranza, le persecuzioni e le resistenze ebraiche, la vita sociale e economica, le prospettive di genere, la storia della cultura (la stampa, i libri, la censura, la circolazione delle idee dentro, fuori e in mezzo al mondo ebraico), la mobilità, le diaspore, la creatività, la politica sono temi entrati convincentemente nella ricerca e nella discussione4, nel tentativo di svincolare almeno in parte questa storia da una lettura costruita esclusivamente, e semplicisticamente, intorno alla nozione di vittima. Anche gli studi sull’antisemitismo, che pure sono andati a costruire un campo a sé, hanno ragionato sugli ebrei come attori, sull’elaborazione di strategie difensive e di risposta e sulla non passività di fronte alle sfide e alle violenze pur ricorrenti nei secoli. Ora, nel mondo di dopo, ogni tanto ci si chiede se non si sia finiti per sottovalutare la portata e la natura delle lacrime, quasi a voler imporre una parabola di possibili esiti positivi, in fondo negata dagli eventi.
Credo, però, che anche questa lettura finisca per essere problematica e in parte autoassolutoria e che perda di vista i tradimenti che anche noi abbiamo imposto e non solo subito.
Le domande su che cosa sia l’antisemitismo, su quali siano le sue traiettorie, su come si declini oggi hanno anche, ovviamente, a che fare con una tradizione di esclusione, marginalizzazione e persecuzione che ora, nel vissuto di molti, torna prepotentemente attuale. E se, come ovvio e evidente, questi tre anni non sono un ritorno agli anni Trenta, non ci sono leggi che espellono e perseguitano gli ebrei in quanto ebrei e di certo non sono in corso censimenti razziali, quel sentimento diffuso e condiviso di esclusione esiste e merita di essere considerato. Un piccolo o grande campanello di allarme, che registra l’inagibilità di molti spazi pubblici, la fatica e la preoccupazione, l’isolamento e, talvolta, in fin dei conti, un tradimento e un abbandono, anche (e forse soprattutto) intellettuale.
Credo, però, che anche questa lettura finisca per essere problematica e in parte autoassolutoria e che perda di vista i tradimenti che anche noi abbiamo imposto e non solo subito. In questi tre anni, ciascuno a suo modo, ci siamo trovati inaspettatamente a fare i conti con l’enorme fatica che comporta lo stare insieme tra diversi e con la sfida, quasi impossibile, di spiegarsi e provare a ragionare insieme. Hanno prevalso le voci di chi da ogni lato del tifo sa dove sta il bene e dove il male, stabilisce senza dubbi chi ha torto e chi ha ragione, di chi offre spiegazioni semplici e lineari a vicende che non lo sono affatto. Eppure, ci sono interlocutori che osservano in silenzio, tacitati dalla china dell’impossibile che si è imposta, e con cui si può (e forse si deve) trovare il coraggio di riscoprire quel che ci tiene insieme anche in questa fase, per quanto doloroso possa essere. Un tentativo urgente di provare a svincolarsi dall’obbligo di usare la propria storia e identità ebraiche per legittimare posizioni di qualunque tipo e di ricominciare, semplicemente, a condividere percorsi con chi è disposto a farlo e ha continuato a difendere la possibilità di farlo in questi tre anni, talvolta nel disaccordo sugli orrori di una cronaca sempre più buia. Una via stretta, e che va percorsa, fatta di discussioni anche dure, di disponibilità all’ascolto reciproco e al riconoscimento di sensibilità, traumi, preoccupazioni ed esperienze diverse e tutte legittime e che, però, anche in questo mondo del dopo, proprio perché stretta e perché via, permetta di riprendere un cammino.
- https://www.giuntina.it/catalogo/vite/il-silenzio-che-urla-849.html
↩︎ - https://www.neaman.org.il/wp-content/uploads/2025/06/Report_Scholar-Shield-Report-ENG_V4.pdf ↩︎
- https://www.jtsa.edu/torah/the-man-who-challenged-exile/ ↩︎
- https://www.giuntina.it/catalogo/schulim-vogelmann/-servitori-di-re-e-non-servitori-di-servitori-570.html e https://journals.openedition.org/mefrim/15891 ↩︎