Come Berlino ridefinisce la propria responsabilità nei confronti di Israele
Dal 2008 la sicurezza di Israele viene presentata come una componente della ragion di Stato della Germania. Nell'agosto 2026, condannando insieme ad altri sei governi il progetto di insediamento nell'area E1, in Cisgiordania, il cancelliere Friedrich Merz ha reso evidente l'evoluzione della politica tedesca. Questo spostamento riguarda tanto le forniture di armi e il rispetto del diritto internazionale quanto i limiti della lotta contro l'antisemitismo in Germania. Lungi dal rinunciare alla propria responsabilità storica, il Paese sembra oggi ridefinirne la portata e i limiti.
Ci sono momenti in cui una dottrina politica non cambia perché uno Stato vi rinuncia, ma perché le sue contraddizioni diventano visibili. L’estate del 2026 potrebbe essere uno di questi momenti nelle relazioni tra Germania e Israele.
Il 20 agosto, il cancelliere federale Friedrich Merz ha firmato una dichiarazione con i capi di governo di Francia, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Canada sul progetto israeliano di insediamento nell’area E1, in Cisgiordania. I governi hanno chiesto a Israele di ritirare immediatamente i piani e di porre fine all’espansione degli insediamenti. E1 non sarebbe un progetto di insediamento come gli altri: un’urbanizzazione di questa zona renderebbe ancora più difficile la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania, compromettendo così la prospettiva della creazione di uno Stato palestinese. Le imprese che partecipano alle gare d’appalto sono state espressamente informate delle possibili conseguenze giuridiche e reputazionali.
Per la Germania, si tratta di un fatto degno di nota. Non perché Berlino abbia iniziato solo ora a considerare problematica la politica israeliana sugli insediamenti: il governo federale, infatti, la ritiene tale da decenni. Ciò che è degno di nota, invece, è che il cancelliere tedesco abbia firmato una dichiarazione che collega in modo esplicito la politica israeliana al diritto internazionale e al futuro di una soluzione a due Stati.
Alla luce degli sviluppi più recenti, ci si può, anzi ci si deve, chiedere se non sia giunto il momento per la Germania di lasciare la strada finora seguita nella sua politica verso Israele.
L’anno precedente, la Germania non aveva ancora aderito a una dichiarazione comune più ampia sul progetto E1, limitandosi a criticarlo separatamente. Ora, invece, è il cancelliere stesso a figurare tra i firmatari di una dichiarazione comune sottoscritta da diversi capi di Stato e di governo.
Ancora più notevole è quanto dichiarato, pochi giorni dopo, da Felix Klein, delegato uscente del governo federale per la vita ebraica e la lotta contro l’antisemitismo. La politica israeliana degli insediamenti è contraria al diritto internazionale, ha affermato. Allontana dalla soluzione a due Stati. Allo stesso tempo però, ha criticato la frequente indulgenza nei confronti delle violenze perpetrate dai coloni israeliani contro le famiglie palestinesi. È proprio il delegato tedesco alla lotta contro l’antisemitismo a parlare, in questo contesto, il linguaggio del diritto internazionale.
Non si tratta di un dettaglio secondario, ma di qualcosa che tocca nel vivo ciò che la Germania intende per responsabilità particolare nei confronti di Israele. Berlino, infatti, si attiene al contempo a una formula che, fin dal discorso di Angela Merkel davanti alla Knesset nel 2008, è tra le più importanti della politica estera tedesca: la sicurezza di Israele rientra nella ragion di Stato della Germania. Friedrich Merz ha espressamente ribadito questo impegno dopo il 7 ottobre 2023.
Alla luce degli sviluppi più recenti, ci si può, anzi ci si deve, chiedere se non sia giunto il momento per la Germania di lasciare la strada finora seguita nella sua politica verso Israele. Infatti, il proprio obbligo storico nei confronti di Israele si scontra, oggi più nettamente che mai, con un’altra idea che la Germania ha di se stessa: l’obbligo di difendere il diritto internazionale, i diritti umani e l’ordine internazionale.
La responsabilità particolare della Germania nei confronti di Israele risale alla Shoah. Il fatto che dopo il 1945 sia nato uno Stato ebraico e che esso venga considerato come spazio di protezione della vita ebraica rientra quindi tra le esperienze storiche centrali da cui la Repubblica federale ha sviluppato la propria identità politica.
Il problema tedesco consiste nel fatto che dalla storia si possono trarre due lezioni che non sempre si lasciano conciliare senza attriti.
Il primo è che mai più gli ebrei devono essere lasciati senza protezione. La Germania non deve mai più distogliere lo sguardo quando gli ebrei sono minacciati. Lo Stato di Israele rappresenta, per milioni di ebrei, uno spazio fondamentale di protezione e dopo la Shoah è anche espressione dell’autodeterminazione politica ebraica.
Il secondo è che mai più il diritto deve cedere di fronte alla forza. Il nazionalsocialismo tedesco non è stato solo un crimine contro gli ebrei, ma ha rappresentato anche la distruzione radicale del diritto, delle istituzioni e delle norme universali.
Entrambe queste lezioni appartengono alla storia tedesca del dopoguerra. La difficoltà inizia quando, sul piano politico, queste vengono messe l’una contro l’altra.
Il dovere storico della Germania nei confronti di Israele si scontra, oggi più nettamente che mai con un’altra idea che la Germania ha di se stessa: l’obbligo di difendere il diritto internazionale, i diritti umani e l’ordine internazionale.
Le relazioni diplomatiche tra Israele e la Germania sono state instaurate soltanto nel 1965. Questo riavvicinamento è stato accompagnato da diffidenza, memoria e conflitti politici. Solo poco a poco è nata quella relazione particolare che oggi viene spesso definita amicizia tedesco-israeliana. In Israele, la Germania è considerata, ormai da anni, come il più stretto alleato europeo.
Quando nel 2008 Angela Merkel ha dichiarato davanti alla Knesset che la sicurezza di Israele faceva parte della ragion di Stato della Germania, non è stato soltanto un gesto diplomatico, ma una promessa politica: dalla propria storia la Germania avrebbe tratto non soltanto una memoria, ma anche una responsabilità duratura.
La formula era tuttavia, fin dall’inizio, meno univoca di quanto il suo effetto suggerisse. La stessa Merkel ha spiegato, in seguito, che la sua dichiarazione non implicava alcun obbligo di assistenza ai sensi dell’articolo 5 del trattato della NATO. Intendeva piuttosto indicare l’esistenza di una relazione particolare, più stretta rispetto a quelle intrattenute con molti altri Stati. In concreto, questo legame comportava, tra l’altro, il sostegno alla soluzione a due Stati e l’impegno a trovare una soluzione negoziata alla questione del programma nucleare iraniano. La formula, dunque, non è mai stata sinonimo di un sostegno incondizionato a qualsiasi governo israeliano.
Uno sguardo al passato mostra che il sostegno tedesco a Israele non è mai stato privo di tensioni. Il giorno dopo i primi attacchi iracheni con missili Scud contro Israele, durante la guerra del Golfo del 1991, il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, ha ricevuto un rapporto militare segreto che rivelava come componenti elettroniche tedesche fossero state utilizzate nei sistemi di guida dei missili. Alla fine, il risarcimento ha assunto la forma di due sottomarini tedeschi che Israele aveva più volte richiesto, ma che allora non poteva permettersi. I sottomarini della classe Dolphin rappresentano un enorme vantaggio strategico, soprattutto in relazione all’Iran. Sono stati costruiti su misura in modo da poter lanciare missili da crociera dotati di testate nucleari, garantendo a Israele una capacità di secondo colpo in caso di un attacco nucleare contro il suo territorio.
In seguito, tuttavia, ci sono stati tentativi tedeschi di vincolare la consegna dei sottomarini a uno stop alla costruzione di insediamenti israeliani in Cisgiordania e al sostegno della creazione di uno Stato palestinese. Christoph Heusgen, uno stretto consigliere della Merkel, sosteneva che la “responsabilità storica della Germania” era “insufficiente” per giustificare l’esportazione di tali navi.
Nemmeno le parole dure sono mai state un tabù. Dopo un attacco aereo israeliano contro un campo di addestramento della Jihad islamica in Siria nel 2003, il cancelliere Gerhard Schröder ha chiesto pubblicamente di esercitare pressioni politiche su Israele per consentire un ritorno ai negoziati sulla Roadmap. Chi vuole una vera e propria de-escalation, ha spiegato, deve attenersi strettamente agli sforzi del Quartetto per il Medio Oriente. Questo netto rimprovero da parte di Schröder nei confronti di Israele non ha suscitato un consenso unanime in Germania. È stato infatti accusato, da esponenti dell’opposizione (CDU/CSU e FDP) e da alcuni organi di stampa, di non aver tenuto sufficientemente in considerazione gli interessi legittimi di sicurezza e il diritto all’autodifesa di uno Stato democratico (Israele) contro un regime totalitario (la Siria), di cui era accertato che ospitasse strutture terroristiche. Questi sono solo alcuni esempi.
In retrospettiva, quindi, non si può dire che la Germania abbia sempre sostenuto incondizionatamente Israele.
La crisi attuale della ragion di Stato tedesca consiste nel fatto che la Germania sta cercando di conciliare la sua responsabilità particolare nei confronti di Israele con una politica estera che, più nettamente che in passato, si richiama al diritto internazionale.
Il clima è cambiato, dal momento che i media e gli esponenti politici tedeschi hanno iniziato a chiedere una “rivalutazione” della responsabilità tedesca per la sicurezza di Israele come componente della relazione speciale tra i due Paesi.
Dopo il massacro da parte di Hamas, il cancelliere Olaf Scholz è stato tra i primi leader occidentali a recarsi in Israele. La Germania ha riaffermato il diritto di autodifesa di Israele, sostenendolo anche sul piano militare. Nei mesi successivi al 7 ottobre, le esportazioni tedesche di armi verso Israele sono aumentate in modo significativo: nel 2023, le esportazioni militari autorizzate ammontavano a oltre 360 milioni di euro, nel 2024 a oltre 150 milioni. Allo stesso tempo, le immagini della distruzione e delle sofferenze umane a Gaza hanno segnato sempre più fortemente la copertura mediatica.
Questo ha influenzato anche l’opinione pubblica. Secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Allensbach nel giugno 2025, il 57% degli intervistati aveva ormai un’opinione negativa di Israele, mentre nel 2022 la percentuale era solo del 23%. Allo stesso tempo, il 77% degli intervistati approvava le critiche del cancelliere a Israele. Solo il 28% sosteneva che la Germania, a causa del suo passato nazionalsocialista, avesse una responsabilità particolare nei confronti di Israele; il 52%, invece, respingeva questa affermazione. Parallelamente, il 37% vedeva Israele come una grande minaccia per la pace nel mondo, rispetto all’11% nel 2021.
Secondo il barometro HU-EF dell’Università ebraica di Gerusalemme, il 37% dei tedeschi intervistati (contro il 47% nel 2024) ritiene che l’esistenza di Israele rientri nell’interesse nazionale tedesco. Rispetto al 2024, anche tra gli ebrei israeliani era diminuita, nell’estate del 2026, la percentuale di coloro che ritenevano che la memoria della Shoah influenzasse la politica tedesca nei confronti di Israele: dal 75% è scesa al 62%.
Il cancelliere Merz stesso ha reso questo cambiamento sempre più visibile. Quando era ancora nell’opposizione, si era pronunciato contro qualsiasi ritardo nelle forniture di armi tedesche a Israele. Successivamente, ha però dichiarato di non comprendere più alcune decisioni israeliane e ha chiesto la fine della guerra. Ha avvertito il governo israeliano che Israele rischierebbe di perdere i suoi amici più stretti. Il ministro degli esteri Johann Wadephul ha infine parlato di una solidarietà che non può essere “imposta”.
Merz ha cercato di adeguarsi al nuovo clima, dal momento che i media e gli esponenti politici tedeschi avevano iniziato a chiedere una “rivalutazione” della responsabilità tedesca per la sicurezza di Israele come parte della relazione speciale tra i due Paesi. Ralf Stegner, alto esponente parlamentare dell’SPD all’interno della coalizione di governo , ha sostenuto che le armi tedesche non dovrebbero essere utilizzate per violare il diritto internazionale. In una lettera, tredici ex ambasciatori tedeschi hanno chiesto al loro governo di perseguire una politica autonoma e più risoluta per il Medio Oriente “esercitando pressioni su Israele”. Una simile misura, se volta ad aiutare un amico a non perdersi e dirigersi verso l’abisso, non dovrebbe essere un tabù nel contesto delle relazioni tra Germania e Israele, hanno sottolineato. “I veri amici intervengono quando il loro amico si mette in pericolo.”
Questa evoluzione non segna una rottura con la ragion di Stato, ma mostra piuttosto come il governo federale cerchi di ridefinirla. Ciò comprende anche una critica aperta e animata da buone intenzioni: in quanto amico stretto, si vorrebbe salvare Israele da se stesso, o si sarebbe persino tenuti a farlo. La ragion di Stato funziona meno come principio normativo stabile all’interno dell’identità politica tedesca che come quadro politico flessibile, il cui significato è continuamente ricostruito nel quadro di contesti storici mutevoli, dibattiti pubblici e sfide di politica estera.
La crisi attuale della ragion di Stato tedesca consiste nel fatto che la Germania sta cercando di conciliare la sua responsabilità particolare nei confronti di Israele con una politica estera che, più nettamente che in passato, si richiama al diritto internazionale.
In passato, le relazioni con Israele erano politicamente più comode. Discussioni critiche si erano sempre svolte a porte chiuse, ad esempio quando si trattava della politica degli insediamenti. A Berlino, tutto il resto era considerato ampiamente controproducente. La novità di oggi sta nella durezza dei toni e nel fatto che questi risuonino pubblicamente.
Ci si può chiedere se si tratti di una normalizzazione graduale delle relazioni con Israele che consentirebbe alla Germania di allontanarsi dalla responsabilità particolare che si era imposta da sé sul piano politico. O forse è proprio questa responsabilità, intesa come un crescente obbligo nei confronti del diritto internazionale, a far sorgere oggi così chiaramente le critiche contro Israele?
Rispetto ad altri paesi europei, nella percezione collettiva israeliana la Germania continua a essere considerata l’alleato più stretto. Nel 2026, d’altra parte, il governo tedesco si sente sempre più costretto a rendere esplicite le ragioni delle proprie decisioni quando si tratta di Israele.
In gioco c’è anche la reputazione internazionale della Germania. O almeno questa è l’opinione degli autori della lettera sopra menzionata. Se la Corte penale internazionale dell’Aja dovesse stabilire che nella Striscia di Gaza sono stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, o forse addirittura un genocidio, allora, si legge nella lettera, “la Germania dovrà affrontare l’accusa di avervi contribuito con piena cognizione di causa fornendo armi che sono state impiegate a Gaza”.
Nel frattempo, il Nicaragua ha citato in giudizio la Germania davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja per complicità in genocidio. Le esportazioni di armi violerebbero la Convenzione sul genocidio, dal momento che verrebbero utilizzate da Israele nei suoi attacchi nella Striscia di Gaza. Nel corso di un’udienza, la Germania ha sostenuto che tali esportazioni erano conformi al diritto internazionale. “Tutte le esportazioni tedesche di armi, sia verso Israele che verso altri paesi, sono soggette a rigide procedure di controllo, più severe delle normative internazionali”, ha giustificato così il sostegno tedesco davanti alla Corte la rappresentante legale tedesca, Tania von Uslar-Gleichen.
Secondo Ralf Fücks, ex sindaco di Brema e uno dei primi esponenti dei Verdi, dopo la guerra di Gaza, le fratture nei rapporti con Israele avrebbero causato una vera e propria rottura degli argini. Riferendosi alla percezione “molto diffusa” in Germania di Israele come carnefice, Fücks ha fatto notare, in un articolo pubblicato all’inizio del 2025, che la Germania non aveva capito cosa significasse il trauma del 7 ottobre per gli israeliani.
La sua valutazione delle relazioni bilaterali tra Germania e Israele andava tuttavia oltre: tutte queste chiacchiere sulla responsabilità particolare della Germania nascondevano a malapena il distacco dallo Stato ebraico. Si vivrebbe in realtà diverse, sia a livello geografico che mentale. Sarebbe stato un grave errore imporre a Israele le illusioni di un mondo in cui regnerebbe il diritto internazionale e tutti i conflitti potrebbero essere risolti attraverso il dialogo e il compromesso. Il “delirio anti-israeliano”, ha ammesso Fücks, non riguarda sicuramente solo la Germania; altri paesi ne sono colpiti in misura ancora maggiore, ma il caso tedesco rimane comunque singolare. Niente solleva tanto l’anima tedesca, concludeva, “quanto dichiarare Israele uno Stato canaglia e accusarlo di genocidio”.
Secondo Ralf Fücks, sarebbe stato un grave errore imporre a Israele le illusioni di un mondo in cui regnerebbe il diritto internazionale e tutti i conflitti potrebbero essere risolti attraverso il dialogo e il compromesso.
Ha trovato infatti un’eco anche nella rivista Stern, in cui un giornalista invitava tutti a “parlare dell’ingiustizia israeliana a Gaza, e a farlo in modo più aperto, libero dalla morsa della colpa collettiva”, o, come si leggeva su un cartello all’apertura della Berlinale 2025, il festival del cinema di Berlino: “la ragion di Stato è genocidio”.
Il concetto di ragion di Stato, che risale a Machiavelli e che nella Repubblica federale era stato utilizzato ben prima del discorso della Merkel alla Knesset, in contesti del tutto diversi, si è quindi trasformato in una nozione polemica. Nei dibattiti internazionali, in particolare nel Sud globale, si sostiene che la ragion di Stato tedesca porti a una applicazione selettiva dei diritti umani e del diritto internazionale. La Germania fa giustamente riferimento alle norme internazionali. Tuttavia, nella sua politica estera, ha continuato a bilanciare tra principi giuridici, interessi di sicurezza e considerazioni politiche. La volontà di applicare il diritto internazionale in modo coerente nei confronti di Stati amici o strategicamente importanti non è mai stata scontata. Si aggiunge che, nella mutata situazione geopolitica odierna, la Germania punta massicciamente sui sistemi di difesa missilistica israeliani per colmare lacune critiche della difesa nazionale ed europea.
Un altro banco di prova per la ragion di Stato tedesca si ha là dove la lotta contro l’antisemitismo e la libertà del dibattito controverso entrano in conflitto. Ciò porta a una situazione paradossale: è proprio in nome della tutela della vita ebraica che si stabilisce quali voci possono essere considerate legittime in Germania. Alcuni critici accusano il governo federale di usare questo concetto come “divieto di pensare” o strumento per limitare la libertà di espressione e di riunione. Ma la sfida rimane: come si debba gestire l’obbligo di combattere l’antisemitismo e, allo stesso tempo, salvaguardare la libertà di espressione nelle manifestazioni pro-palestinesi, alcune delle quali simpatizzano apertamente con Hamas?
Felix Klein stesso ha tracciato un limite simile nella sua intervista di commiato. Le critiche a Israele non sono antisemite se paragonabili a quelle rivolte ad altri Stati. Diventano invece antisemite quando si mette in discussione il diritto di Israele a esistere o quando Israele viene demonizzato.
Nel 2019 il Bundestag ha approvato, a larga maggioranza la mozione “Contrastare con fermezza il movimento BDS – combattere l’antisemitismo”. Non si trattava di una legge, ma di una cosiddetta semplice risoluzione parlamentare, dal carattere politico ed esortativo. Non vincola quindi direttamente né le università né le amministrazioni.
Nel frattempo, però, il dibattito è continuato. Nel gennaio 2025, il Bundestag ha adottato una mozione presentata dall’SPD, dalla CDU/CSU, dai Verdi e dall’FDP contro l’antisemitismo e l’ostilità nei confronti di Israele nelle scuole e nelle università. In essa vengono espressamente menzionate le attività del movimento BDS e le università sono invitate a contrastarle. Allo stesso tempo, “lo spazio del libero dibattito” è definito, in modo esplicito, come degno di protezione.
Da questo punto di vista, le università costituiscono uno scenario particolare. Nel libro Ausnahmezustand (“Stato d’eccezione”), appena pubblicato, più di sessanta membri della rete di docenti universitari ebrei in Germania, Austria e Svizzera, insieme ai membri del relativo gruppo di sostenitori, descrivono come, al di là dei casi visibili nei media, l’atmosfera nei loro ambienti di lavoro sia cambiata in modo duraturo dal 7 ottobre.
Un dato è certo: il numero di reati antisemiti è aumentato drasticamente. Gli ebrei che si rendono riconoscibili come tali sperimentano insicurezza, insulti e minacce. L’antisemitismo legato a Israele è reale. Il ricorso a classiche teorie del complotto antisemite, con il pretesto di criticare Israele, non è legittimato dall’invocazione dei diritti umani. I dibattiti su ciò che è ammissibile o meno, in termini di libertà di espressione nel Paese che ha pianificato e messo in atto la Shoah, infuriavano già molto prima del 7 ottobre 2023. Ma chi deve allora decidere quando e se questo limite viene superato? Le amministrazioni universitarie, la polizia, l’Ufficio per la protezione della Costituzione, le organizzazioni ebraiche, Israele?
La visione tedesca di come si debba combattere l’antisemitismo non coincide automaticamente con ogni scelta politica del governo israeliano di turno.
La linea rossa tracciata di fronte al timore di manifestazioni di antisemitismo ed estremismo non risparmia neppure gli ebrei e gli israeliani. È il caso della psicoanalista israeliana Iris Hefets: un evento programmato con lei all’università di Brema è stato annullato, o meglio impedito. Hefets fa parte della “Voce ebraica per una pace giusta in Medio Oriente”, un’organizzazione classificata dall’Ufficio per la protezione della Costituzione come laica, filopalestinese ed estremista. È possibile esaminare le sue dichiarazioni per stabilire se sostengano posizioni politiche problematiche. Da ciò, tuttavia, non consegue automaticamente che qualsiasi evento organizzato con uno dei suoi membri debba essere impedito all’interno di un’università.
La ragion di Stato nei confronti di Israele è stata fin dall’origine un progetto condiviso dalle élite politiche, rimasto a lungo in larga parte incontestato. Negli ultimi anni è però emersa sempre più la domanda in che misura la responsabilità particolare derivante dalla storia tedesca debba valere anche per i migranti musulmani. Mentre i critici di sinistra vedevano in questo un’ingiunzione abusiva, la richiesta ha trovato senz’altro approvazione presso esponenti dell’estrema destra, che pure di solito non amano che si ricordi loro il passato, anche se per ragioni del tutto diverse. La Sassonia-Anhalt è stata il primo Land a vincolare la concessione della cittadinanza all’obbligo di riconoscere il diritto di Israele a esistere. Proprio in questo Land, l’AfD, partito di estrema destra che promuove apertamente la “remigrazione”, ha ottenuto quasi il 44% dei voti alle ultime elezioni regionali.
Anche da questo fronte, le dichiarazioni di Hans-Thomas Tillschneider, vicepresidente regionale e capo ideologo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, mostrano come la ragion di Stato venga messa in discussione: anche lui ha fatto appello al diritto nella sua critica a Israele. Israele punirebbe collettivamente i palestinesi per i crimini di Hamas, ha scritto Tillschneider su TikTok. Si potrebbero ritenere responsabili solo singoli autori, mai un popolo intero, altrimenti sarebbe una “violazione dei diritti umani”. La stessa cosa varrebbe, secondo lui, “del resto per i tedeschi e l’Olocausto. Non si può ritenere l’intero popolo tedesco responsabile dei crimini commessi da pochi”.
L’interpretazione della ragion di Stato resta un campo vasto. Tanto più che, nel frattempo, lo stesso governo israeliano ha cercato, in Europa, rapporti stretti con forze populiste ed estremiste di destra. Quando, nella primavera del 2025, si è tenuta una conferenza internazionale contro l’antisemitismo a Gerusalemme, alla quale sono stati invitati eminenti rappresentanti dei partiti europei di estrema destra, Felix Klein e Volker Beck, presidente della Società tedesco-israeliana, tra gli altri, hanno rinunciato a partecipare. Non è stata una rottura con Israele, ma è stato piuttosto un segnale del fatto che la visione tedesca di come si debba combattere l’antisemitismo non coincide automaticamente con ogni scelta politica del governo israeliano di turno.
Questo restringe i confini della ragion di Stato o non ne amplia piuttosto lo sguardo? Sostenere Israele, infatti, come evidentemente ritengono tutti coloro che continuano a sostenere con fermezza la ragion di Stato, non deve significare sostenere incondizionatamente un determinato governo. Israele è una società con un’opposizione vivace, una stampa libera e una forte società civile. Molti israeliani rifiutano la politica del loro governo. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato contro di essa negli ultimi anni. Scienziati, artisti, giuristi ed ex funzionari della sicurezza stanno mettendo in guardia da sviluppi politici che considerano pericolosi. Le elezioni si terranno alla fine di ottobre.
Gli Stati europei ora sperano che la Corte Suprema israeliana fermi il progetto E1. Allo stesso tempo, la dichiarazione congiunta, alla quale anche la Germania ha aderito, è un segnale. Resta aperta la questione se ne scaturirà effettivamente una nuova politica europea di sanzioni, nel caso in cui il progetto venga portato avanti. Ma il punto più importante è un altro: la Germania si sposta dalla semplice disapprovazione verso le conseguenze politiche, senza aver ancora compiuto quest’ultimo passo. Non è una rottura, ma uno spostamento.
Forse d’ora in poi il dissenso fa parte, più che mai, della ragion di Stato. La Germania dovrà decidere con maggiore chiarezza quando sostenere Israele e quando, invece, non farlo. Dovrà spiegare perché fornisce alcune armi e non altre. E dovrà spiegare quale significato attribuisce al diritto internazionale nei suoi rapporti con Israele.
Sarebbe tuttavia altrettanto sbagliato credere che il richiamo al diritto internazionale da parte della Germania produca automaticamente una politica mediorientale migliore. Il dibattito resta troppo limitato se l’attenzione sul ruolo della Germania nei confronti di Israele oscura le condizioni quadro più ampie del Medio Oriente e la debolezza dell’Europa come potenziale promotore della pace. “Si può dire molto a favore o contro il piano di Trump, ma è un passo avanti. Non parteciparvi è un errore capitale, che non si può riparare condannando una nuova politica degli insediamenti”, afferma il professor Michael Wolfsson. Il suo consiglio è parlare meno e agire di più. Concretamente, per esempio, partecipando al disarmo militare di Hamas.
Al di là del modo di trattare i partiti di estrema destra presenti nel governo israeliano, la questione riguarda i rischi che Israele debba assumersi per conformarsi all’ideale tedesco di un ordine internazionale. Ma non ne consegue neppure che Israele debba tenersi fuori da questo ordine.