#58 / Editoriale
Il 23 giugno Marc Bloch ha fatto il suo ingresso nel Pantheon. L’omaggio nazionale è ovvio: lo storico delle Annales, il combattente del 1914-1918 e del 1939-1940, il resistente assassinato dai nazisti, il patriota repubblicano. Ma quale Bloch sceglie di onorare, la Repubblica francese? Un eroe unanimemente celebrato, ridotto a poche formule buone per ogni uso? Oppure uno studioso che non ha mai smesso di combattere le illusioni collettive, le pigrizie intellettuali, le mitologie nazionali e i cedimenti morali del suo tempo? In giugno K. ha pubblicato testi che contribuiscono a fare luce sulla questione.
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Il «sono ebreo» di Marc Bloch
Marc Bloch, contro il bluff
In Marc Bloch, contro il bluff Jean-Frédéric Schaub rileggeva La strana disfatta non soltanto come la testimonianza di uno sconfitto del 1940, ma come metodo critico tuttora disponibile: una risorsa per comprendere i meccanismi attraverso i quali una società, le sue élite, il suo esercito, la sua amministrazione e le sue categorie di pensiero possono organizzare il proprio accecamento fino alla catastrofe. In Il «sono ebreo» di Marc Bloch, Judith Lyon-Caen ricolloca quella celebre affermazione nella violenza concreta dell’estate del 1940, nel momento in cui l’uguaglianza repubblicana si disgrega sotto il segno dell’antisemitismo.
L’ultimo testo di questo dossier è un saggio inedito di Annette Becker, intitolato Marc Bloch al Panthéon. La storica conduce un’ampia indagine sul percorso di Bloch, dall’Alsazia della sua famiglia, dall’Affare Dreyfus e dalla Grande Guerra fino a Vichy, alle spoliazioni e alla Resistenza. Vi restituisce la complessità di un uomo che volle essere pienamente francese senza mai cancellare ciò che significava la sua nascita ebraica, soprattutto quando l’antisemitismo di Stato venne a escluderlo dalla nazione.
Questi tre testi raccolti da K. rifiutano l’imbalsamazione commemorativa. Una medesima convinzione li attraversa: onorare Marc Bloch non significa lasciare che il Pantheon neutralizzi ciò che egli ha ancora da dirci, ma leggerlo come un’opera viva, un pensiero in atto ancora capace di armare il nostro sguardo contro le viltà collettive, le derive e i crimini che le società possono covare.