Il «sono ebreo» di Marc Bloch
Proseguendo con la serie che K. dedica questo mese a Marc Bloch – in occasione dell'ingresso dello storico al Panthéon, il 23 giugno –, Judith Lyon-Caen interroga il «je suis juif» dell'autore de La strana disfatta. Lungi dal vedervi un luogo di chiarificazione del rapporto di Bloch con l'ebraismo, l'analizza come una dichiarazione che prende atto del crollo della Repubblica e dell'uguaglianza davanti alla legge. Perché non è mai solo «di fronte a un antisemita» che Bloch rivendica la propria origine.
«Sono ebreo, se non per la religione che non pratico, non più di un’altra, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio né vergogna, essendo, lo spero, uno storico abbastanza capace da non ignorare che le predisposizioni razziali sono un mito e la nozione stessa di razza pura un’assurdità particolarmente palese quando pretende di applicarsi, come in questo caso, a quello che fu in realtà, un gruppo di credenti reclutati, un tempo, in tutto il mondo mediterraneo, turco-cazaro e slavo. Non rivendico la mia origine che in un caso solo: di fronte a un antisemita».
Marc Bloch, La strana disfatta. Testimonianza del 1940
L’uomo che è entrato al Panthéon il 23 giugno «per la sua opera, il suo insegnamento e il suo coraggio», secondo le parole del capo dello Stato, appare nei discorsi ufficiali come «uno storico combattente» e «l’autore di La strana disfatta1». Alcuni articoli di giornale precisano che fu «uno storico, un resistente ebreo2». Il Museo d’arte e storia dell’ebraismo (MAHJ) ha reso omaggio all’«ebreo, storico, resistente3». Riprendendo, con qualche abbreviazione, la celebre frase all’inizio de La strana disfatta – «Sono ebreo, se non per la religione […], almeno per nascita» – e ricordando l’attaccamento di Bloch alla «patria», la presentazione disponibile sul sito del MAHJ spiega che «se questa affermazione distaccata è caratteristica dell’impegno repubblicano dell'”ebreo di Stato” che fu Bloch, essa non rende conto dell’incidenza dell’ebraicità nella vita, nel pensiero e nell’opera del grande medievista».
Le righe che seguono vorrebbero tornare sul legame stabilito tra questo «sono ebreo…» all’inizio di La strana disfatta e i rapporti di Marc Bloch con l’ebraismo, di cui questa frase è generalmente presentata come l’espressione – l’affermazione «distaccata» caratteristica di un ebreo patriota e repubblicano. Il mio obiettivo non è affatto contestare l’idea che Bloch fosse un ebreo repubblicano e patriota. Vorrei soltanto riflettere su ciò che accade quando si distacca questo «sono ebreo…» dal suo contesto di enunciazione per farne l’espressione generale del rapporto di Marc Bloch con l’ebraismo. Mi sembra infatti che questo distacco abbia l’effetto di cancellare la violenza del contesto antisemita in cui questo «sono ebreo» fu scritto, una violenza di cui le parole e le frasi di Marc Bloch sono anzitutto la traccia.
Se si vuole tentare di gettare uno sguardo sulle prime pagine, così giustamente celebrate e ormai così spesso citate di questo grande testo che è La strana disfatta, forse bisogna cominciare col sottolineare, anche se un simile richiamo sfiora l’ovvio, che questo libro fu concepito come una testimonianza – è il sottotitolo: «testimonianza scritta nel 1940» –, e non come un testamento. Poiché la fine tragica di Marc Bloch, assassinato il 16 giugno 1944, ha conferito ai suoi testi del 1940, La strana disfatta e l’Apologia della storia, una dimensione quasi testamentaria. Chi scrive nel 1940 non è il resistente che saprà presto di poter perdere la vita da un momento all’altro. È un testimone che depone per la storia, al tempo stesso testis, osservatore, e superstes, colui che è stato travolto dall’evento e ne è uscito: scrive come un ufficiale che ha appena partecipato per la seconda volta nella vita a una guerra, e come uno storico che mobilita le proprie competenze, la propria riflessione sulla testimonianza, la propria esperienza degli uomini e della scrittura, per fare il bilancio di una sconfitta collettiva. Bloch compone un racconto in tre tempi («presentazione», «deposizione», «esame di coscienza»), in cui l’esplicitare il punto di vista e le condizioni di produzione del sapere permette di produrre una testimonianza solida. Così facendo, La strana disfatta trae il bilancio della «sclerosi» nazionale e si volge verso un futuro in cui tutto sarà da rifare. Tra questo passato prossimo e sconcertante e questo futuro da immaginare, vi è un presente, il presente della scrittura, che a prima vista non trova molto spazio nel testo.
Leggere La strana disfatta come una testimonianza, la testimonianza di uno storico che assunse consapevolmente il rischio di produrre un testo che avrebbe potuto e dovuto, più tardi, essere esaminato come tale da altri storici, implica tuttavia, anzitutto, il tentativo di restituirlo al suo presente. Quel presente incerto dell’estate 1940, tempo esile, stretto tra la disastrosa sequenza della sconfitta e dell’armistizio di giugno da un lato e le prime misure degli occupanti tedeschi insediatisi a Parigi e del governo di Vichy, tra cui lo statuto degli ebrei, dall’altro. Ritirato nella sua casa della Creuse, Bloch si reca a Parigi all’inizio di settembre per informarsi su ciò che si sta preparando; incontra Théodore Rosset, il direttore dell’Istruzione superiore, che gli fa sapere, d’accordo con il rettore Gustave Roussy, che sarebbe meglio evitare il «ritorno a Parigi di non ariani, che si sentono incapaci di proteggere dalle angherie4». Per evitare queste «angherie», Bloch verrà «reclamato» dalla sua antica università, quella di Strasburgo, trasferitasi a Clermont-Ferrand.
Mi sembra che separare questo «sono ebreo…» dal suo contesto abbia l’effetto di cancellare la violenza del contesto antisemita in cui fu scritto, una violenza di cui le parole e le frasi di Marc Bloch sono anzitutto la traccia.
L’ultima pagina de La strana disfatta reca questa indicazione di luogo e di data: «Guéret-Fougères (Creuse), luglio-settembre 1940». Queste indicazioni appartengono al gesto della deposizione, attestano che il testimone ha prodotto il suo scritto in un tempo vicino agli eventi e in un luogo appartato, un borgo della Creuse, in zona libera. Luglio-settembre indica anche la relativa continuità della scrittura (un testo scritto in tre mesi). L’insieme di queste indicazioni partecipa del patto testimoniale. Abbozzano, anche, un contesto. Nell’estate del 1940, l’incertezza del presente allunga la sua ombra minacciosa sul testo, e anzitutto sul suo futuro editoriale. È la prima frase: «Queste pagine saranno mai pubblicate?», che pone immediatamente il libro sotto il doppio segno della precarietà e della clandestinità: «È probabile che […] per molto tempo […] non potranno essere conosciute che sottobanco». È noto che la libertà di stampa era stata limitata fin dall’inizio della guerra nel settembre 1939 e che, già nel giugno 1940, la stampa della zona occupata era stata posta sotto tutela dai tedeschi, mentre nella zona sud si dispiegava l’azione di una nuova Segreteria generale all’informazione.
Il presente segna, poi, i primissimi paragrafi del libro, quelli della «presentazione del testimone». Come bisogna indicare il luogo e la data dell’atto di testimonianza, così il testimone ha bisogno di uno «stato civile», che conviene dichiarare per dire «con quali occhi» i fatti riferiti sono stati visti. Questo «stato civile», Bloch lo articola in tre tempi e in alcune frasi ormai celebri. «Scrivere e insegnare la storia: tale è, da quasi trentaquattro anni, il mio mestiere»: il primo elemento che costruisce lo sguardo del testimone è dunque il mestiere di storico, un mestiere descritto da verbi d’azione, «scrivere e insegnare», poi da altri verbi che designano un fare e un saper fare, «sfogliare», «guardare», «osservare». Lo storico ha bisogno di «buoni occhi» per decifrare gli archivi, ma anche per comprendere l’iscrizione del passato nelle forme del paesaggio. Uno storico dai «buoni occhi» sarà dunque un buon testimone. Viene poi la traiettoria storica dell’individuo Marc Bloch: «il destino… mi ha gettato due volte, a ventun anni di distanza» fuori dai sentieri del mestiere; «ho fatto due guerre». Questo destino storico, individuale ma inserito nel divenire collettivo della nazione, nutre un sapere – «un’esperienza di durata abbastanza eccezionale della nazione in armi». Infine: «Sono ebreo», ecc. Lo abbiamo letto e citato così tanto che non ne percepiamo più l’estraneità. L’estraneità che vi è nel trovarlo lì, in quel momento del testo. L’estraneità della sua costruzione interna.
«Sono ebreo» apre il quinto paragrafo del libro. Bloch ha voluto esplicitare con «quali occhi» ha visto la sconfitta. È chiaro che non è con la propria ebraicità – il suo «sono ebreo» – che ha visto ciò che ha visto durante la disastrosa campagna di Francia: il mestiere (lo storico) e l’esperienza (il soldato) erano sufficienti. Questo «sono ebreo» non ha del resto alcun ruolo nel seguito del testo dove, di nuovo, sono la sua esperienza della nazione in armi e il suo mestiere di storico a essere mobilitati, alternativamente e in modo complementare. Questa affermazione, alla soglia del quinto paragrafo, deve dunque darci da pensare. Marc Bloch è uno scrittore abile; ha imparato a variare i modi. Non scrive «sono storico», «sono stato soldato», «sono ebreo»; ha scelto però la formula più diretta – la più brutale – per dichiarare questo terzo aspetto del proprio «stato civile» di testimone. Perché non bisogna fare giri di parole.
Veniamo alla costruzione del paragrafo. Dopo aver dichiarato la propria ebraicità spiega, qualche riga più in basso: «Non rivendico mai la mia origine se non in un caso solo: di fronte a un antisemita». È questa seconda frase che viene spesso letta come l’espressione del modo «distaccato» di essere ebreo di questo francese ebreo che era Marc Bloch. Non credo tuttavia che si possa leggere questa frase in tal modo. Ciò che si vede qui è l’effetto che l’assegnazione razziale che sta per assumere una forma giuridica (lo statuto degli ebrei, ricordiamolo, è datato 3 ottobre, promulgato il 18 ottobre), produce su Marc Bloch e sulla sua scrittura. Dichiarare «sono ebreo» nel proprio «stato civile» di testimone significa prendere atto del crollo della Repubblica, quella Repubblica che non conosce ebrei, mezzi ebrei o non ebrei…, ma cittadini uguali.
Ma non andiamo troppo in fretta e leggiamo con attenzione. Cominciando con lo scrivere «sono ebreo, se non per la religione, almeno per nascita», Marc Bloch rivendica la propria origine, poiché scrivere «sono ebreo… per nascita» equivale esattamente a rivendicare la propria origine. Se il solo caso in cui Bloch può essere indotto a produrre questa «rivendicazione» è «di fronte a un antisemita», allora vi sono uno o più antisemiti di fronte a lui, cioè di fronte al testo che sta scrivendo. L’enunciato «Sono ebreo» è l’effetto di una situazione in cui egli si trova «in questo caso». Questo «Sono ebreo» appartiene allo stato civile del testimone Bloch che scrive la propria testimonianza nel luglio-settembre 1940 e che teme qualcuno vi si opponga, a questa testimonianza, e ne rovini la credibilità in quanto testimone. In altre parole questo «sono ebreo» non illumina né il posto dell’ebraismo nell’esistenza di Marc Bloch, né la sua esperienza di soldato testimone della sconfitta, ma la situazione dello storico che scrive nel «luglio-settembre 1940» un’opera intitolata La strana disfatta. Testimonianza del 1940. L’enunciato «Sono ebreo» riguarda le condizioni di ricezione della testimonianza: Marc Bloch sapeva bene che ogni testimonianza è un atto che è indirizzato e deve essere ricevuto da un pubblico disposto ad ascoltarlo e pronto a valutarlo, ad aderirvi. Ciò che manifesta il «sono ebreo» è che questo pubblico potrebbe ben essere un «antisemita» e disqualificare per questa ragione il testimone storico e soldato Marc Bloch. Questo paragrafo è dunque, a mio avviso, circostanziale — il che non vuol dire che sia privo di importanza, al contrario. Non parla dell’identità ebraica di Marc Bloch, ma punta verso il presente della scrittura: quei mesi dell’estate 1940 in cui non vi è più una Repubblica ad assicurare l’uguaglianza dei cittadini, e in cui la stampa della collaborazione fa sentire (già dalla metà di agosto) che uno «statuto speciale per gli ebrei» sarà presto richiesto dal regime di Vichy.
Dichiarare «sono ebreo» nel proprio «stato civile» di testimone significa prendere atto del crollo della Repubblica, quella Repubblica che non conosce ebrei, mezzi ebrei o non ebrei…, ma cittadini uguali.
Di conseguenza bisogna leggere come ugualmente circostanziale la risposta rivolta «alle persone che cercheranno di screditare» la sua testimonianza trattandolo da «straniero»: «risponderò loro, semplicemente, che il mio bisnonno fu soldato nel ’93; che mio padre, nel 1870, servì a Strasburgo assediata; che i miei due zii e lui lasciarono volontariamente la loro Alsazia natia dopo la sua annessione al II Reich; che sono stato educato nel culto delle tradizioni patriottiche […]». Si dispiega qui un discorso genealogico associato a una rivendicazione patriottica fondata su una concezione al tempo stesso culturale ed elettiva della nazione («ho attinto alle fonti della sua cultura, ho fatto mia la sua storia»). Non si può dedurre da queste affermazioni quale sarebbe il contenuto dei rapporti di Marc Bloch con l’ebraismo, un contenuto che preesisterebbe a queste circostanze e che le circostanze lo costringerebbero a esprimere. Ciò che si scopre in questo paragrafo, e forse ciò che Marc Bloch stesso scopre nel momento in cui lo redige, è la trappola dell’assegnazione antisemita. «Sono ebreo» vuol dire: d’ora in poi devo rispondere della mia testimonianza in quanto ebreo, poiché mi si designa come tale.
«Il mio bisnonno fu soldato nel ’93», scrive Bloch, manifestando così la lunga durata di una presenza sul territorio francese quanto l’antichità del servizio alla Repubblica e alla Nazione, un’antichità sancita dall’impegno degli antenati per la difesa della «patria in pericolo». Nell’edizione «Folio» del 1990, Étienne Bloch ha aggiunto una lunga nota storica in cui dà da leggere una lettera di questo bisnonno, il soldato volontario Gestchel Bloch, indirizzata nel giugno 1793, davanti a Magonza, ai suoi genitori, Wolf e Sarah Bloch. Il giovane evoca le violenze della guerra, quella dei combattimenti in cui si «fremeva d’orrore» e dei saccheggi compiuti dagli eserciti rivoluzionari nei giardini di Magonza; vi è anche questione delle difficoltà ad alimentarsi dei soldati «israeliti [che] mancano di carne», per assenza di carne casher. La suddetta lettera illumina e attesta dunque, attraverso un documento tratto dagli archivi familiari, che l’antenato di Marc Bloch era un francese d’Alsazia (nativo di Wintzenheim, vicino a Colmar), ebreo (la lettera è scritta in caratteri ebraici) e soldato nel 1793. Introduce tuttavia nell’apparato di note un altro effetto dell’assegnazione razziale, un effetto posteriore al presente dell’estate 1940, poiché si apprende che questa lettera, scritta in «ebraico-yiddish», è stata tradotta «il 13 ottobre 1941 da un certo N. Tsatskin, esperto-traduttore-giurato presso il tribunale della Senna». Si tratta dunque di una traduzione effettuata nel quadro di una richiesta di esenzione dal secondo statuto degli ebrei, quello del giugno 1941: le leggi d’eccezione hanno fatto produrre alle famiglie ebree francesi che potevano beneficiare delle esenzioni previste dall’articolo 8 del secondo statuto documenti attestanti l’antichità del radicamento («da almeno cinque generazioni») e i «servizi eccezionali» resi alla Francia. L’articolo 8 ha fatto tradurre una quantità di documenti, atti di nascita, contratti di matrimonio, iscrizioni di lapidi, lettere private, e ha fatto redigere alberi genealogici. Marc Bloch stesso ne fu turbato, più tardi, nel 1942: «La parola albero genealogico è ammirevole! Conferisce al razzismo francese un leggero profumo di “studio araldico” che fa molto Restaurazione5». Questa richiesta di genealogia, che ricompone il rapporto delle famiglie ebree francesi con la propria storia, è esattamente ciò che Bloch chiama nell’agosto del ’41, in una lettera a Febvre, il «veleno sottile, contagioso, polifiltrante» dell’antisemitismo: si chiede agli ebrei di provare di essere francesi a pieno titolo facendo loro produrre «prove» di antichità e di servizi resi, che gli altri (i non ebrei) non hanno bisogno di produrre. La possibilità dell’esenzione (raramente accordata) fa pienamente parte del sistema razzista, poiché costringe l’individuo preso di mira ad ammettere le regole del gioco, per così dire, nel tentativo di sottrarvisi.
Si chiede agli ebrei di provare di essere francesi a pieno titolo facendo loro produrre «prove» di antichità e di servizi resi, che gli altri (i non ebrei) non hanno bisogno di produrre.
La nota introdotta da Étienne Bloch è preziosa per due ragioni: fa apparire in margine a La strana disfatta la figura commovente dell’antenato volontario dell’esercito rivoluzionario; indica anche, in filigrana, che i Bloch, come molti altri, dovettero sottomettersi alle regole perverse dello «studio araldico» create dallo statuto degli ebrei. Ma, non esplicitando il contesto razzista di produzione della traduzione della lettera, ha l’effetto di alimentare una lettura non circostanziale di questa menzione dell’antenato rivoluzionario e di nutrire la finzione di un Marc Bloch che esplicita, alla soglia della propria testimonianza, il proprio rapporto con l’ebraismo, come se tutta questa scrittura non fosse, anzitutto, una risposta all’assegnazione antisemita.
«La Francia, dalla quale alcuni congiurerebbero volentieri per espellermi oggi e forse (chissà?) vi riusciranno, rimarrà la patria, qualunque cosa accada, dalla quale non saprei sradicare il mio cuore», riafferma Bloch prima di chiudere il paragrafo. L’inquietudine si insinua tra parentesi («chissà?») e in questa parola carica di tanti «effluvi emotivi6» per uno storico del Medioevo: «espellere». La traccia dell’ebraicità di Bloch, del suo rapporto con l’ebraismo, bisogna senza dubbio cercarla al di fuori di questo quinto paragrafo, tutto intento a fare i conti con le circostanze. Sarei portata a trovarla, questa traccia, in una frase spesso citata ma altrettanto spesso troncata, del suo «testamento» del marzo 1941, in cui Bloch regolamenta, nell’eventualità della propria morte, i dettagli delle esequie. Consegna ai suoi una lettera da leggere, «sia in casa mortuaria, sia al cimitero», una lettera in cui «afferma dunque, se necessario, di fronte alla morte, [di essere] nato ebreo», di essersi sentito, per tutta la vita, «prima di tutto e molto semplicemente francese» e che è da «buon francese» che muore come ha vissuto7. L’abbraccio delle circostanze permane e si marca nel condizionale, «se necessario», ma è l’affermazione del proprio attaccamento alla «patria» a prevalere sul resto.
La lettera si apre sull’affermazione del rifiuto delle esequie religiose. Bloch vi introduce tuttavia qualcos’altro: «Non ho chiesto che, sulla mia tomba, fossero recitate le preghiere ebraiche, le cui cadenze, tuttavia, hanno accompagnato verso il loro ultimo riposo tanti miei antenati e mio padre stesso». Curiosa preterizione questa frase, che enuncia ciò che non deve essere recitato sulla tomba di Bloch, e che ne contiene non soltanto l’idea (le «preghiere ebraiche»), ma la materia sonora: «le cadenze» della preghiera dei dolenti. Il pubblico doveva così essere condotto ad ascoltare in silenzio, come una traccia memoriale eppure concreta, piena di materia sonora, le preghiere che non dovevano essere recitate. La traccia sonora di un ricordo. Se si vuole cercare da qualche parte il modo di essere ebreo di Marc Bloch, è in questa frase che lo si può trovare, questa frase che iscrive l’ebraismo religioso come una memoria racchiusa in un presente che se ne distacca senza annullarla, che la mantiene presente nel cuore stesso del distacco, in quanto «cadenza», cioè, per riprendere un termine caro a Bloch, come «memoria affettiva» o come memoria sensibile.
- https://eduscol.education.gouv.fr/6971/marc-bloch-entre-au-pantheon
↩︎ - Le Monde, 8 febbraio 2026 : https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/02/08/marc-bloch-historien-et-resistant-juif-entrera-au-pantheon-le-23-juin_6665915_823448.html
↩︎ - https://www.mahj.org/fr/programme/marc-bloch-juif-historien-resistant-31674
↩︎ - Lettera a Lucien Febvre dell’8 settembre 1940, in Marc Bloch e Lucien Febvre, Corrispondenza, III: 1938-1943, Fayard, 2004, p. 98, citato in Marc Bloch, L’Histoire, la Guerre, la Résistance, Parigi, Gallimard, collana «Quarto», a cura di Annette Becker ed Etienne Bloch, 2006, p. 59.
↩︎ - Lettera del 26 marzo 1942 a un corrispondente sconosciuto, citata in Marc Bloch, L’Histoire, la Guerre, la Résistance, op. cit., p. 66.
↩︎ - Marc Bloch, Apologia della storia o il mestiere dello storico (1942), in ibid., p. 968.
↩︎ - Marc Bloch, «Testamento» [Clermont-Ferrand, 18 marzo 1941], ibid., pp. 813-814.
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