Francesca Albanese: la relatrice che predica ai convertiti
Lo scorso anno Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, ha pubblicato Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina (Rizzoli). Liam Hoare lo ha letto nella sua traduzione inglese, che è appena stata pubblicata, e ci offre la sua amara e disincantata recensione. Con l’intento di corroborare l’accusa di genocidio contro Israele, il libro rivela un’autrice incapace di prendere le distanze dal proprio soggetto. Albanese mette in scena una favola morale in cui interpreta il ruolo principale, sia come protagonista sia come figura perseguitata del movimento antisionista, oscurando non solo la complessità del conflitto israelo-palestinese, ma anche gli stessi palestinesi, ridotti al ruolo di comparse.
Nel luglio 2025 gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203.
Firmato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 6 febbraio 2025, sosteneva che la Corte penale internazionale si fosse resa responsabile di «azioni illegittime e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele», dichiarando l’organismo una «minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti». Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale aveva emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
L’accusa del Dipartimento di Stato americano contro Albanese è che «ha collaborato direttamente con la Corte penale internazionale (ICC) negli sforzi volti a indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele», ha affermato all’epoca il segretario di Stato americano Marco Rubio, tra cui «aver scritto lettere minacciose a decine di entità in tutto il mondo, comprese importanti aziende americane…, formulando accuse estreme e infondate e raccomandando alla Corte penale internazionale di perseguire indagini e procedimenti penali contro queste aziende e i loro dirigenti».
Se l’obiettivo, tuttavia, era quello di screditare la sua reputazione, di zittirla e di trasformarla in paria, allora queste sanzioni potrebbero non solo aver fallito palesemente, ma aver prodotto l’effetto opposto.
Albanese, ha proseguito Rubio, è da tempo «inadatta a ricoprire il ruolo di relatrice speciale. Ha dato libero sfogo a un antisemitismo sfacciato, espresso sostegno al terrorismo e aperto disprezzo verso gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente». Le conclusioni di Rubio coincidono con quelle dell’Anti-Defamation League, secondo cui Albanese «ha da tempo fatto ricorso a tropi antisemiti e legittimato il sostegno al terrorismo nelle sue critiche a Israele, utilizzando la sua piattaforma per diffondere un’intensa retorica anti-israeliana».
Se l’intento del Dipartimento di Stato era quello di punire gli avversari dell’amministrazione Trump rendendo loro la vita più difficile, limitando la loro libertà di viaggiare e tagliando loro l’accesso agli Stati Uniti e quindi al sistema finanziario internazionale, le sanzioni contro Albanese sono state un successo, anche secondo il suo stesso racconto. Se l’obiettivo, tuttavia, era quello di sminuire la sua reputazione, zittirla e trasformarla in una paria, allora queste sanzioni potrebbero non solo aver fallito completamente, ma aver avuto l’effetto opposto.
Quando l’autore diventa il soggetto
Assumere il ruolo di relatrice speciale delle Nazioni Unite nel 2022 e guidare l’accusa di genocidio contro Israele durante la guerra di Gaza ha reso Albanese un’eroina popolare del movimento antisionista internazionale. L’imposizione di sanzioni contro di lei significa che ora il movimento ha la sua martire. Come dimostra il suo nuovo tendenzioso libro Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina (Rizzoli), questo è un ruolo che Albanese è non solo fin troppo felice di interpretare, ma anche di alimentare.
Quando il mondo dorme è un libro strano. Disorganizzato, noioso, ripetitivo, scritto male (e in inglese tradotto non particolarmente bene), è apparentemente una «commovente ed essenziale esplorazione della Palestina attraverso la sua storia e la sua gente» che «mette a fuoco le vite degli emarginati, illuminando non solo l’ingiustizia ma anche la bellezza, l’umanità e il rifiuto del popolo palestinese di essere messo a tacere», secondo l’editore inglese di Albanese. Quando il mondo dorme è tuttavia meno un’opera di storia o di politica che un libro che mette l’io al centro di un memoir.
Ogni capitolo dovrebbe concentrarsi su una persona o un gruppo di persone che illuminano un aspetto dell’esperienza palestinese. «Ciascuna storia offre una prospettiva diversa e complementare da cui osservare il genocidio in corso e gli errori globali che ci hanno portato a questo punto, e presenta le esperienze umane crude da cui potremmo costruire un futuro alternativo e condiviso per israeliani e palestinesi.», scrive, in un esempio di frase faticosa tradotta con numerosi errori. In realtà, la figura centrale di Quando il mondo dorme è l’autrice, il dio sole attorno al quale orbitano i palestinesi.
Il rapporto di Albanese con la Palestina e il suo popolo passa attraverso molteplici mediazioni interpretative Stranamente, per qualcuno nominato a un ruolo di alto profilo riguardante la Palestina, Albanese forse non si sente abbastanza sicura di ciò che sa da usare l’arabo nel suo lavoro, poiché descrive così le interviste a distanza con i bambini di Gaza: «Qualcuno traduceva, anche se, soprattutto a Gaza, la maggior parte dei bambini parlava bene inglese e così potevo interagire direttamente, senza bisogno di mediazione». Riguardo al suo primo incontro con l’artista palestinese Malak Mattar, scrive: «non parlava inglese ma, attraverso i suoi professori, mi ha detto con dolcezza che non poteva proprio vendermi il quadro che mi piaceva tanto».
Albanese è fondamentalmente poco curiosa riguardo all’altra parte, al punto da essere semplicemente incapace di fare anche la minima concessione alla causa israeliana.
Nonostante questa distanza, si sente in grado di fare affermazioni sorprendentemente audaci sia sulla Palestina sia sui palestinesi. Quando non sono suoi “accessori”, i palestinesi, così come gli israeliani, sono personaggi della rappresentazione morale di cui lei è sia regista sia protagonista. Per una persona che si suppone ben versata nelle opere di Edward Said e impegnata a decostruire il colonialismo non solo in Palestina ma nel mondo intero, i suoi scritti sui palestinesi risultano paternalistici e, soprattutto, sciocchi.
Tornando alle sue interviste ai bambini di Gaza, condotte dalla comodità di uno stabilimento balneare in Sicilia, riferisce:
Quegli incontri mi mettevano dinanzi a un autentico miracolo di vita, vitalità e dolcezza, una cornice in cui l’energia e la speranza sembravano resistere nonostante le avversità. In mezzo a tutte le difficoltà dell’occupazione permanente, delle guerre incessanti a Gaza, dove l’assedio di fatto rendeva tutti prigionieri di un ghetto, e della devastante prossimità delle colonie israeliane in Cisgiordania, con gli arresti frequenti, le continue incursioni di soldati e gli attacchi dei coloni, i bambini che ho conosciuto quell’estate dimostravano una straordinaria capacità di preservare valori fondamentali, in primis l’amore per la scuola. Con le camicie eleganti indossate per l’occasione e i capelli ben pettinati per i maschi, gli abiti di stoffa colorata e i capelli lunghi raccolti in un foulard o lasciati liberi sulle spalle per le femmine, quelle voci mi parlavano di una grande sete di conoscenza e di un ardente desiderio di futuro.
Sarebbe divertente se la sofferenza dei palestinesi non fosse così drammatica. Nel popolo palestinese Albanese riversa tutta l’umanità, al punto della parodia, senza riservarne alcuna agli israeliani, che a loro volta assomigliano a personaggi dei cartoni animati. Nella rappresentazione didattica di Albanese, i palestinesi sono l’incarnazione di tutto il bene del mondo, e gli israeliani il male più empio. Gli israeliani sono «educati fin da piccoli alla paura e al sospetto nei confronti dell’altro», scrive Albanese, «alla normalizzazione della violenza, alla perpetuazione di una visione del mondo fondata sulla dominazione razziale e sulla sopraffazione».
Ebrei buoni ed ebrei cattivi, secondo Albanese
Albanese divide il mondo in ebrei buoni ed ebrei cattivi. Bisogna distinguere, sostiene, tra «gli ebrei sionisti – soprattutto quelli che reclamano la sovranità degli ebrei dalla riva al mare (…) – e gli ebrei che si oppongono, o semplicemente non vogliono essere associati, a questo disegno politico. Fondamentalmente, Israele non rappresenta tutti gli ebrei, così come l’Italia, la Spagna o gli Stati Uniti non rappresentano tutti i cattolici.». Sebbene scegliere i propri ebrei buoni sia tutt’altro che un hobby originale, almeno la sua affermazione secondo cui gli Stati Uniti sono una nazione cattolica apre nuovi orizzonti.
Forse potrebbe obiettare che non rientra nel suo mandato ma, stranamente, per una persona che, per sua stessa ammissione, «aveva accarezzato l’idea di diventare giornalista» prima di dedicarsi al diritto, Albanese è fondamentalmente poco curiosa riguardo all’altra parte. A proposito di uno scambio particolarmente illuminante con il defunto storico della cultura israeliano Alon Confino, nel quale Albanese tradisce piuttosto chiaramente le sue inclinazioni, scrive:
«a un certo punto, proprio mentre arrivavamo nei pressi del Colosseo, io gli stavo dicendo qualcosa come: «Tu non credi che gli ebrei europei siano andati in Palestina perché non avevano un altro posto dove andare, e non perché ci fosse veramente un legame con quella terra?». La narrativa sulla ragione per cui lo Stato ebraico si fosse insediato in Palestina mi sembrava un po’ piatta: certo, rispetto ad altri Paesi come l’Argentina o l’Uganda, la Palestina aveva un richiamo biblico, però in quel momento non riuscivo a vedere molto altro.».
Toccherà a Confino dire ad Albanese: «c’è sempre stato comunque un legame fortissimo con quei luoghi, e sarebbe sbagliato dire che l’interesse degli ebrei per Gerusalemme e per la Palestina sia posticcio e costituisca soltanto una scusa. L’amore per quella terra è profondamente radicato nella nostra storia e nella nostra cultura.». La sua ignoranza su Israele, gli israeliani e l’ebraismo si estende fino a non riuscire a riportare correttamente nemmeno le informazioni più elementari, usando inspiegabilmente e ripetutamente il termine obsoleto «Muro del Pianto» per riferirsi al Muro Occidentale.
Al di là della scrittura deplorevole, della traduzione approssimativa in inglese e del pensiero disordinato, il principale punto debole di Quando il mondo dorme è che non riuscirà a persuadere nessuno che non sia già d’accordo con Albanese.
Albanese è semplicemente incapace di fare una qualsiasi concessione alla causa israeliana. Confrontate la sua descrizione del Muro Occidentale con quella del Monte del Tempio. Il Muro Occidentale, scrive, è «venerato come l’unica parte superstite del muro che un tempo circondava il Secondo Tempio di Gerusalemme, per alcuni distrutto dai romani nel Primo secolo d.C, per altri mai esistito, o non esistito lì». Alcuni dicono; altri sostengono. Nelle vicinanze, continua, «è situata l’area su cui si erge la Spianata delle Moschee, uno dei luoghi sacri dell’islam»; punto.
(Confrontate questo con il modo in cui Albanese parla di Hamas: «un movimento nazionalista islamico nato negli anni Ottanta dalla tradizione politica della Fratellanza Musulmana durante la prima intifada. Negli anni, Hamas ha rappresentato sia una forma di resistenza armata contro l’occupazione israeliana e il sistema di apartheid, attraverso le Brigate al-Qassam […] sia un partito politico».
La sua storia in pillole del conflitto israelo-palestinese prosegue nella stessa forma pregiudiziale. Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme durante la Seconda guerra mondiale, è stato «fortemente screditato da una narrazione volta (…) a ridurre la sua figura alla controversa vicinanza alla Germania nazista», che è davvero un modo singolare di descrivere la sua collaborazione. «A Israele era stato assegnato il 55 per cento della Palestina storica, ma invece se ne accaparrò il 78, lasciando allo «Stato arabo» immaginato dall’ONU, e osteggiato dagli stessi arabi, solo il 22 per cento e dunque violando pesantemente i termini della partizione.», dimenticando, a quanto pare, l’assalto al nascente Stato ebraico da parte della Lega Araba che diede origine a questa situazione. Definire Quando il mondo dorme un manuale del tipo “io odio Israele” sarebbe un disservizio nei confronti dei manuali.
Un avvocato senza una causa
Al di là della scrittura deplorevole, della traduzione inglese approssimativa e del ragionamento confuso, il principale punto debole di Quando il mondo dorme è che non riuscirà a convincere nessuno che non sia già d’accordo con Albanese. («È vero che in certe cose non sono per niente costruttiva., scrive in uno dei suoi momenti più lucidi.) Apparentemente, lo scopo principale del libro è quello di ribadire l’accusa di genocidio contro Israele. La parola «genocidio» o «genocidi» viene utilizzata 134 volte in Quando il mondo dorme, affermata come un dato di fatto piuttosto che come oggetto di indagine: «Nel momento in cui questo libro viene tradotto, il genocidio di Gaza fa parte della nostra storia», e così, con un’altra frase goffa, si prosegue.
A gennaio, l’IDF ha accettato la stima precedentemente diffusa dal ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, secondo cui circa 71.000 palestinesi sono stati uccisi durante la guerra di Gaza. «Il conteggio del ministero include solo coloro che sono stati uccisi direttamente dal fuoco militare israeliano, non le persone morte di fame o per malattie aggravate dalla guerra», osserva Haaretz, anche se è ovviamente vero che i dati di Hamas non distinguono tra morti civili e combattenti. Come ha scritto Alex Stein, «il gruppo terroristico si è assicurato la sua più grande vittoria propagandistica nella guerra contro Israele quando ha preso la decisione semplice ma efficace di non rendere pubblica la morte dei propri combattenti».
La guerra di Gaza è stata devastante: morte, distruzione e sfollamenti su una scala mai vista in nessuna fase precedente della lunga guerra tra Israele e Hamas iniziata altempo del disimpegno unilaterale del 2005. La responsabilità di ciò ricade sia su Israele, le cui azioni potrebbero aver costituito crimini di guerra, sia su Hamas, un’organizzazione che ha costantemente dimostrato un totale disprezzo per la vita dei palestinesi. Non che Albanese la metterebbe in questi termini. «Che Hamas regnasse su Gaza con pugno di ferro è fuori di dubbio, e i palestinesi ne sono stati le prime vittime. », concede, prima di riprendersi tutto con la frase successiva: «Ma Hamas ha controllato Gaza per diciassette anni, con il beneplacito di Israele».
In realtà, la figura centrale di Quando il mondo dorme è l’autrice, il dio sole attorno al quale orbitano i palestinesi.
I crimini di guerra sono una cosa; il genocidio è tutt’altra. Spetterà al sistema giudiziario internazionale decidere se la soglia sia stata raggiunta durante la guerra di Gaza, ma al momento, secondo i dati di dominio pubblico, ciò che manca soprattutto è la prova di un «intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». Albanese è certamente convinta di averlo visto: «Oggi in Palestina il genocidio che è stato ordinato all’indomani dell’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre 2023 appare nitidamente come un’azione sistematica con l’intento di distruggere un popolo attraverso una serie di operazioni militari che hanno colpito in maniera indiscriminata civili, causando morte e devastazione ovunque».
Ma come spesso accade in Quando il mondo dorme, Albanese preferisce affermare piuttosto che dimostrare. Se fosse stata in grado, alla maniera di un avvocato, di raccogliere, organizzare e presentare in modo più chiaro e rigoroso le prove che Israele ha commesso un genocidio a Gaza a partire dall’ottobre 2023, sia nell’intento sia nei fatti, allora si potrebbe almeno dire che Quando il mondo dorme abbia uno scopo. Ahimè. Forse il problema è che il pubblico a cui si rivolge il libro di Albanese è costituito da persone che sono già d’accordo con lei. Con una svolta alla Norma Desmond, Albanese a un certo punto fa riferimento a «tutte le persone che dall’inizio del genocidio hanno riconosciuto in me una speranza, una luce, un punto di riferimento».
Dal 7 ottobre, l’accusa di genocidio contro Israele è stata usata e abusata in modi che si sono rivelati profondamente problematici. Soprattutto nella sinistra antisionista, dove Albanese trova un pubblico, è diventata una parola d’ordine e un meccanismo di selezione usato per escludere dalla politica organizzata e dalla terra della moralità chi non vi aderisce. È stata anche brandita per ribadire ulteriormente la tesi della non esistenza di Israele: che uno Stato costruito in parte sulle ceneri di un genocidio si sia negato commettendo a sua volta un genocidio, un’argomentazione che si avvicina pericolosamente all’affermazione che Israele abbia fatto ai palestinesi di Gaza ciò che fu fatto agli ebrei dai nazisti durante la Shoah.
Albanese ha avuto la tendenza a tirare in ballo la Shoah in contesti in cui non c’entra granché. «L’America e l’Europa, una soggiogata dalla lobby ebraica e l’altra dal senso di colpa per la Shoah», ha commentato nel 2014. In Quando il mondo dorme, Albanese riflette: «La scelta infelice delle parole di quel post è oltremodo evidente: se è vero che esiste una fortissima lobby pro-Israele, e che effettivamente è possibile che molti ebrei ne facciano parte, è sbagliato parlare di “lobby ebraica”».
Quando il mondo dorme si legge come l’opera di un’autrice che vede il mondo in termini cospirativi, con Israele come motore primo, fonte di tutti i mali del mondo.
Va bene, ma le sue parole continuano a essere purtroppo mal scelte. In un forum a Doha organizzato da Al Jazeera il 7 febbraio, Albanese ha affermato che «noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che noi, come umanità, abbiamo un nemico comune». Albanese ha poi sostenuto di non riferirsi a Israele, ma piuttosto «al sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile».
La sua difesa, tuttavia, non è in sintonia con il suo pensiero su questo argomento, così come presentato in Quando il mondo dorme, che si legge come l’opera di un’autrice che vede il mondo in termini cospirativi, con Israele come motore principale, fonte di tutti i mali del mondo. Albanese scrive che il «sistema che reprime i palestinesi» è « un’alleanza ben collaudata tra Israele e tutti gli altri Stati le cui élite gli garantiscono l’impunità di cui gode da sempre» ed è «lo stesso al quale apparteniamo noi»: «È il sistema che decide al posto nostro su questioni determinanti della vita di tutti noi, senza necessariamente ascoltarci e rappresentarci; quello che trasforma il lavoro in precariato e i diritti in privilegi, che fa in modo di alienarci gli uni dagli altri, rendendoci tutti più fragili e insicuri; che considera la solidarietà un atto sovversivo e l’empatia una forma di disfunzione mentale e sociale».
Utilizzando il linguaggio ossessivo e tormentato di chi vive permanentemente online, Albanese scrive: «Spesso mi è capitato di riflettere sul fatto che per me la Palestina è stata la pillola rossa di Matrix, quella che ti apre gli occhi sulla realtà nascosta delle cose. Il mio lavoro, tutto lo studio di questi anni sulla questione palestinese, mi ha aiutato a vedere e capire meglio il sistema in cui viviamo», un’altra delle sue formule che sarebbe comica se la questione in esame non fosse così tragica.
Eccone un’altra. In questa scena, Albanese si trova a Betlemme e visita la Basilica della Natività. Dato che non può lasciar perdere nessun meme della sinistra antisionista online, si riferisce a Gesù di Nazareth come a «un palestinese nato duemila anni fa»:
«Ogni volta che vedo la basilica della Natività non posso non pensare alla nascita e alla morte di quel ragazzo e alla sua crocifissione, che oggi mi sembra di rivedere nella distruzione del suo popolo, che ha provato a resistere, ma sta soccombendo. […] i palestinesi risorgeranno, però adesso gli israeliani stanno straziando il corpo di questo popolo oppresso, proprio come hanno fatto i politici romani duemila anni fa con il corpo di quel ragazzo».
Almeno ha avuto il buon senso di scrivere che furono i romani, e non gli ebrei, a uccidere Gesù di Nazareth, evitando così che il lettore potesse farsi un’idea sbagliata. Miracolosamente, inoltre, quando Albanese ha visitato Betlemme e ha avuto davanti agli occhi della mente «quel ragazzo» sulla croce, si è concessa di pensare a qualcuno lassù che non fosse lei stessa.