Da Edgardo Mortara a Franco Cesana. Quel che la storia di due bambini ebrei bolognesi insegna all’Italia di Giorgia Meloni
Cosa intende esattamente la destra di Giorgia Meloni con i termini “Patria” e “Nazione”? Di quale Italia sogna quando oggi insiste così tanto su questi due concetti? Simone Disegni si pone la domanda ripercorrendo due storie di bambini ebrei italiani: quella di Edgardo Mortara, strappato alla sua famiglia dal Vaticano nel 1858, e quella di Franco Cesana, partigiano caduto in battaglia nel 1944 all’età di 13 anni.
«Ho sempre pensato che tanto la Nazione quanto la Patria fossero società naturali, cioè qualcosa che è naturalmente nel cuore degli uomini e dei popoli e prescinde da ogni convenzione. (…) Perché il mio sogno è vivere in un’Italia nella quale, pur nelle differenze, tutti possano definirsi e agire da patrioti, ovvero da persone che antepongono l’interesse della Nazione all’interesse di parte o di partito». A nove mesi dal suo insediamento al governo, il senso profondo della direzione che Giorgia Meloni sembra voler imprimere all’Italia sta ben racchiuso in queste poche frasi, consegnate in un video-messaggio al convegno “amico” Nazione e Patria. Idee ritrovate, tenutosi al Senato lo scorso 30 maggio. Queste due parole e nozioni, in effetti, fanno capolino regolarmente nella narrazione di Meloni, dei suoi ministri più fedeli e della nuova intelligentsia promossa via via negli ultimi mesi in posizioni di rilievo culturale (a partire dalla tv pubblica, la Rai). A costo di sembrare sorprendente ad un orecchio francese o di altra nazione (appunto) europea, l’utilizzo insistito di questi due termini nel linguaggio pubblico di governo appare pressoché un inedito per l’Italia, Paese di memorie e narrazioni divise per eccellenza. Unificatasi tardi rispetto al panorama europeo, l’Italia è e resta terra di marcate identità e memorie regionali, e ben scarso senso di coesione nazionale o più in generale dello Stato. Ma soprattutto, sul piano politico, è il dipanarsi del capitolo più drammatico della sua storia unitaria – quella del Fascismo, della guerra e della Resistenza – ad aver lasciato in eredità, come ha mostrato più di tutti in maniera illuminante lo storico Claudio Pavone, un Paese strutturalmente diviso. Nel quale il passato non è davvero passato, e le scorie di quella «guerra civile» che fu la contrapposizione tra nazifascisti e partigiani, e i loro rispettivi fiancheggiatori, circolano ancora nelle vene del Paese (C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991). Per gli uni, la sinistra nelle sue più varie declinazioni per semplificare, la Resistenza è l’indiscutibile momento fondativo della “nuova” Italia, quella nata con la Repubblica, l’antifascismo il nucleo essenziale e perdurante del suo Dna. Per gli altri, la destra o quanto meno parte di essa, in fondo, e neanche poi tanto, «il Fascismo fece anche cose buone», quello della Resistenza è un mito largamente da sfatare, e l’antifascismo un fastidioso ingombro culturale che rischia di far perdere agli italiani l’orgoglio per la loro patria/nazione. Ecco perché questi due termini – di per sé “neutri”, o meglio carichi di significati ma non a priori ascrivibili a una parte politica – nel linguaggio pubblico italiano suonano «sospetti». A maggior ragione considerato che uno di essi, il primo, era parte della nota triade valoriale su cui insisteva il Fascio per modellare la coesione del Paese: Dio, patria, famiglia.
Cosa intendono dunque esattamente i nuovi governanti, è lecito chiedersi, per patria e nazione? E a che obiettivi è funzionale il rilancio di questi concetti? Se la premier si tiene nei suoi discorsi pubblici – secondo uno schema collaudato – su toni tutto sommato più soft, a far drizzare le orecchie negli ultimi mesi sono state in particolare le esternazioni di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, già capogruppo di Fratelli d’Italia e uomo di assoluta fiducia di Meloni, oltre che suo cognato. «Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada», ha detto Lollobrigida intervenendo a un convegno lo scorso 18 aprile 2023. Accusato da più parti di sdoganare con gli abiti di governo uno dei più velenosi miti culturali del suprematismo bianco, Lollobrigida si è difeso qualche settimana più tardi provando a incollare sulla gaffe una toppa che a molti è parsa più inquietante del buco. «Non esiste una razza italiana. Esiste però una cultura, un’etnia italiana, che va tutelata», ha chiarito il ministro.
È questo, il “moderno” concetto di patria che la destra italiana ha intenzione di riporre al centro dell’orizzonte culturale del Paese, dai programmi educativi ai palinsesti televisivi? E che ricadute avrebbe tutto ciò sulle varie minoranze che in Italia vivono, chi da decenni e chi da secoli?

In attesa di avere risposte a questi dilemmi, forse per un caso o forse no, due frammenti di storia contemporanea ebraica ed italiana sin qui poco noti al grande pubblico sono “riemersi” in questa stessa ultima primavera. Due storie di bambini – entrambi ebrei, entrambi bolognesi, nati a 80 anni esatti di distanza – la cui parabola può insegnare molto. Sulla tenacia dell’antisemitismo, certo, ma anche sul contributo dato dagli ebrei italiani alla costruzione di un Paese libero e giusto, e in definitiva proprio sul concetto di patria. Le due storie, diverse e distinte tra loro, sono quelle di Edgardo Mortara, un bimbo ebreo strappato alla famiglia dal Vaticano nel 1858 per farne un sacerdote, e quella di Franco Cesana, un ragazzino ebreo che si ritiene sia stato il più giovane partigiano d’Italia, morto in battaglia non ancora 13enne nel 1944. Un film e un progetto culturale, rispettivamente, hanno contribuito nelle ultime settimane a ridare luce a queste due vicende – bolognesi, italiane, europee: una luce che può dare indicazioni fruttuose sul passato e sul presente dell’Italia, e della sua comunità ebraica.
Il caso Mortara
Bologna, Stato Pontificio, giugno 1858. Mentre in tutta Europa soffiano forti i venti del liberalismo e dell’autodeterminazione, e in Italia prendono sempre più fiducia le forze che vogliono riunificare la Penisola, spezzando il giogo politico-culturale del Vaticano, il Papato si macchia di un atto criminale. Uno tra i molti di simile fattura nella sua storia, ma che per tempi e modi diventa (all’epoca) un caso internazionale. Con decisione improvvisa e brutale, il piccolo Edgardo, sestogenito di Marianna e Salomone Mortara, viene prelevato con la forza dalla Gendarmeria dello Stato Pontificio e sottratto alla sua famiglia. La ragione addotta è il battesimo che sarebbe stato imposto di nascosto al piccolo anni prima: dalla bambinaia cattolica Anna Morisi, si scoprirà poi. Edgardo, educato insieme ai suoi fratelli e sorelle alla religione ebraica, per le autorità pontificie è cattolico. Deve pertanto crescere nella sua nuova fede: di più, essere letteralmente “rieducato” ai princìpi cristiani. E quale miglior luogo per farlo se non la corte del Papa, Pio IX.

Il piccolo Mortara, strappato alla famiglia all’età di sei anni, verrà infatti cresciuto nella Casa dei Catecumeni, a due passi da San Pietro, e diverrà un protetto del Pontefice, che ne farà quasi un figlio adottivo. Con risultati tanto lusinghieri per i suoi educatori quanto intollerabili per la sua famiglia e comunità d’origine: rinnegata del tutto la sua fede di nascita, Edgardo Mortara diverrà in età adulta un sacerdote, con profondi intenti evangelizzatori anche verso i suoi ex correligionari, prestando per lunghi anni la sua opera in un monastero del Belgio, dove morirà poco prima che l’antisemitismo europeo conosca la sua pagina più drammatica, nel 1940.
A rievocare questa pagina di Storia dimenticata – dagli italiani tutti, ma in buona parte anche dagli stessi ebrei – è un film girato dal regista Marco Bellocchio e presentato all’ultimo Festival di Cannes dal titolo inequivocabile: Rapito. Che ha il merito di dare un volto, una voce ed espressioni potenti ai protagonisti di questa storia drammatica. Nelle intenzioni del regista, come Bellocchio ha avuto modo di sottolineare a più riprese, il film vuole evidenziare soprattutto i danni irreparabili che può provocare sull’uomo – peggio, in questo caso, su un bambino – l’applicazione cieca dei dogmi religiosi. Nella lettura ebraica, come ovvio, la visione del film rievoca però anzitutto le inquietudini per quella “sete di anime” della Chiesa che nella Storia ha fatto molte, troppe vittime tra i bambini ebrei – ben al di là del caso Mortara, e anche in tempi ben più recenti, come non ha mancato di far notare pubblicamente in occasione dell’uscita di Rapito il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni. Un’inquietudine rinfocolata all’inizio di questo secolo dalla beatificazione del Pontefice che guidò il rapimento e il plagio del piccolo Mortara, Pio IX, voluta dal suo successore Giovanni Paolo II.
Eppure dentro questo stesso dramma, se visto dalla giusta angolatura, sta il seme di qualcosa di nuovo, di diverso, in una certa misura della sua stessa soluzione. È questo il senso del messaggio che ha voluto dare con l’uscita dell’opera di Bellocchio Elèna Mortara, insigne studiosa di letteratura americana, pronipote del piccolo Edgardo, da sempre e tra le personalità da sempre più attive a tenere vivo il ricordo di quel sopruso. «In famiglia abbiamo sempre coltivato la memoria di questa vicenda, consapevoli che essa ha avuto un valore ben più ampio e rilevante di quello famigliare», ha ricordato la studiosa nel corso della presentazione del film a Roma. «Quella storia diede un contributo significativo all’emancipazione ebraica nella seconda metà dell’800. Ma non solo: pochi anni dopo, anche sulla scorta di quella vicenda, sarebbe sorto uno Stato nuovo in cui tutti i cittadini potessero essere liberi e uguali». Il riferimento è alla fortissima eco che la mobilitazione della famiglia Mortara e della comunità ebraica bolognese provocò all’epoca non solo in Italia, ma in tutto il mondo, e alle conseguenze politiche che questa ebbe. Il caso, come ricordato nel film, scandalizzò la stampa e l’opinione pubblica americana, mentre in Francia, oltre che gli ebrei – che anche da quel sopruso trassero lezione per costituire l’Alliance Israélite Universelle – lasciò secondo i documenti senza parole lo stesso Napoleone III. Fu anche quel crimine a far perdere ogni residua credibilità e appoggio internazionale a Pio IX e al suo anacronistico, reazionario Stato Pontificio.
Lo capirono, e ne trassero la forza e la fiducia necessaria, gli attivisti dei movimenti del Risorgimento, che meno di un anno dopo il rapimento di Mortara – il 12 giugno 1859 – mossero su Bologna, issando il Tricolore al posto dello stemma papale. E altri undici anni dopo, a completare l’unificazione del Regno d’Italia, finirono il lavoro entrando a Roma e confinando definitivamente lo Stato Pontificio alla ridotta del Vaticano. A guidare l’assalto vincente che aprì la celebre breccia di Porta Pia, fu l’ufficiale ebreo dell’esercito regio Giacomo Segre. «I cattolici avranno molto da riflettere da questo film, certo. Ma anche gli ebrei italiani possono trarne una lezione», ha riflettuto Elèna Mortara. «Possono e devono impossessarsi di più di questa storia. In essa non c’è nulla di cui vergognarsi: è perfettamente logico che un bimbo strappato di casa a 6 anni e indottrinato per i successivi 12 non vi abbia fatto ritorno. C’è invece da avere orgoglio per la battaglia combattuta dalle comunità ebraiche di tutta Europa perché sulla condanna di quello e di tanti altri simili casi si costruissero le fondamenta di uno Stato nuovo, dove tutti potessero godere di uguali diritti ed essere liberi da simili soprusi». Erano queste le idee che portavano sulle loro baionette, col pensiero rivolto anche al piccolo Edgardo, i patrioti del Risorgimento.

Il più giovane partigiano d’Italia
Fast forward di sette decenni. Le fondamenta liberali del Regno d’Italia sono state smontate e fatte a pezzi in un ventennio dal Fascismo, che dopo l’alleanza con i nazisti ha prima voltato le spalle agli ebrei, poi condotto il Paese alla catastrofe della guerra, infine – dopo la deposizione di Mussolini – lo ha consegnato in un ultimo disperato tentativo di sopravvivenza direttamente nelle mani degli occupanti tedeschi. A migliaia giovani di tutte le regioni occupate, ex militari o comuni cittadini, ebrei o cattolici, comunisti, democristiani o azionisti, si radunano e salgono in montagna per organizzare la Resistenza. I diari pubblici e privati di quel periodo sono pieni zeppi delle azioni valorose di quei partigiani, che per la libertà loro, dei loro cari e dei loro discendenti diedero tutto, non di rado la vita, sino a che l’arrivo delle forze Alleate non fu in grado di liberare definitivamente il Paese e porre le basi per la futura Repubblica. Ma chi fu il partigiano più giovane d’Italia? Secondo le convergenti ricostruzioni degli storici, un ragazzino di appena 12 anni: un ebreo bolognese di nome Franco Cesana. A ridare luce e “profondità” alla sua storia, in questa stessa scorsa primavera, è stato un progetto multimediale curato dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (Cdec), che sta raccogliendo, catalogando e rendendo fruibili su una piattaforma dedicata le storie dei Resistenti ebrei di tutta Italia.
Chi era, dunque, Franco Cesana? Uno delle migliaia di bambini italiani nati tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del Novecento che d’improvviso, nell’autunno del 1938, si trovarono espulsi dalla scuola pubblica per il solo fatto di essere ebrei. Un ragazzino con un temperamento particolarmente vivace, pieno di sogni e di ideali, e che avrebbe capito presto, prestissimo, l’importanza di battersi per essi. «Era sionista e religioso. Era piccolino, un bambino, e sarebbe diventato un eroe», scrive nei suoi Ricordi di un ebreo bolognese Giancarlo Sacerdoti, che col piccolo Franco condivise un tratto di quella stagione buia. Cesana, come ricostruisce il Cdec, impara a fare di necessità virtù e a cavarsela da solo – complici le vicende famigliari – molto presto. Morto il padre dopo lunga malattia, la madre in difficoltà economiche cerca di assicurare al piccolo un tetto e un’educazione ebraica mandandolo all’orfanotrofio ebraico di Torino: è il 1939. Tre anni dopo, i bombardamenti alleati su Torino costringono la comunità locale a ricollocare altrove i bambini: Cesana approda all’orfanotrofio ebraico di Roma, dove vivono i suoi zii. Ma la guerra è destinata a sconvolgere ulteriormente la sua traiettoria, come quella di tutti i suoi correligionari. A fine settembre del ’43 è Bologna ad essere presa di mira da un pesante bombardamento alleato, che costringe la popolazione civile – compresa la famiglia Cesana – a rifugiarsi sulle colline circostanti, nelle stesse settimane in cui – dopo l’armistizio con gli Alleati – le truppe tedesche stringono d’assedio Roma e preparano il rastrellamento dei suoi ebrei. Franco si riunisce così alla sua famiglia, entrata in clandestinità. Entro pochi mesi, il 12enne arde dal desiderio di entrare dentro la Storia, seguendo l’esempio del fratello maggiore Lelio (23 anni) e di tanti altri giovani e meno giovani che vede arruolarsi nelle bande partigiane per combattere i nazifascisti. La madre gli vieta di compiere tale passo per tutto il tempo che può. Sino a quando – è il 1° aprile del 1944 – Franco si allontana con la scusa di andare a prendere il latte e si presenta alla squadra di partigiani di Gombola. Pur di unirsi alla Resistenza, dichiara al comandante di avere 16 anni: superate le perplessità, è arruolato come staffetta portaordini. Qualche mese dopo, a settembre, i partigiani contendono ai tedeschi il controllo del territorio attorno a Bologna: Franco è inviato insieme al fratello Lelio e ad altri compagni ad ispezionare l’area di Pescarola. Un’abitante della zona, una delatrice, si scoprirà poi, indica loro la direzione di marcia, indirizzandoli dove sono stazionate le truppe tedesche: nello scontro a fuoco che ne nasce muoiono cinque partigiani. Uno di questi è Franco Cesana. Cinque giorni dopo, il 20 settembre del 1944, avrebbe compiuto 13 anni, l’età del bar mitzvà. Il fratello maggiore sente esalare dalla sua labbra le ultime parole, quelle dello Shemà.
A restituire al meglio il temperamento e lo spirito del partigiano-bambino è la lettera da lui stesso inviata alla madre dopo lunghi mesi di silenzio (e angoscia per lei), nel giugno del ’44. Vale la pena rileggerla integralmente (grassetto da noi aggiunto).
«Carissima mamma, dopo la mia scappata non ho potuto darti mie notizie per motivi che tu immagini. Ti do ora un dettagliato resoconto della mia avventura: partii così all’improvviso senza sapere io stesso che cosa stavo facendo. Camminai finché potevo poi mi fermai a dormire in un fienile in località Osteria Matteazzi. Al mattino, svegliandomi con la fame, ripresi a camminare in direzione di Gombola, sfamandomi con le more. Arrivai a Gombola verso le nove e di lì cercai i partigiani, deciso a entrare a far parte di qualche formazione. Riuscii a trovare patrioti che mi insegnarono la strada per andare al Comando che si trovava a Maranello di Gombola. Arrivai nella detta località stanco morto, ma mi feci coraggio e mi presentai. Dopo un po’ mi si presentò l’occasione di entrare a far parte della formazione Marcello.
Sei contenta? Presentandomi a Marcello, fui assunto e siccome ho studiato, fui dislocato al Comando e attualmente mi trovo stabile relativamente sicuro in una località sopra a Gombola.
Così non ti devi impensierirti per me che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire. Per chiarire un increscioso incidente, ti avverto che non ho detto quella cosa che mi hai fatto giurare. Così, chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, che ormai abbiamo finito. Affettuosamente ti bacia e ti pensa il tuo tesoro. N.B. Salutami pure Lelio e digli di non fare il cattivo. Ti raccomando, Appena ricevi la mia bruciala. Ancora ti saluto e ti abbraccio».

Maturità e tenerezza straordinarie del piccolo Cesana a parte, la lettera ci ricorda come si chiamavano e consideravano tra loro i resistenti dell’epoca, e che cosa apparivano agli occhi di un ragazzino ebreo desideroso di liberare l’Italia e la sua famiglia dal giogo del nazifascismo: patrioti. Un concetto-chiave, naturale per quei combattenti, come ribadito quasi “in risposta” a quella lettera nel ricordo del più giovane resistente-martire d’Italia comparso sul giornale La Voce del Partigiano pochi giorni dopo la sua morte: «Tredici anni egli aveva e seppe raccogliere il grido della Patria, tralasciando gli agi e la tranquillità del focolare domestico, per combattere e per chiudere la sua tenera vita in olocausto glorioso».
Quale patria?
Qual è dunque la patria che Meloni e la sua nuova intellighenzia vorrebbero riportare al centro dell’orizzonte politico-culturale italiano? Se è quella per cui erano pronti a morire i combattenti del Risorgimento, anche per “vendicare” il rapimento e la conversione forzata di Edgardo Mortara, e poi ancora, meno di un secolo dopo, quella dei partigiani antifascisti di ogni età, fede e convinzione politica, compreso il piccolo Cesana, allora sì che l’operazione avrà un senso. Se invece il concetto vuol essere un grimaldello per escludere, per rinfocolare più o meno apertamente nuove discriminazioni e razzismi, c’è un pezzo d’Italia già pronto a mettersi di traverso. È questo il messaggio, a ben vedere, che sembra aver trasmesso a fine maggio, – col suo inconfondibile stile, alto ma fermo – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ricordando uno dei padri culturali dell’Italia unita, lo scrittore Alessandro Manzoni, nei 150 anni dalla sua morte, il capo dello Stato ha scolpito parole che a molti, se non a tutti, sono parse una risposta a Lollobrigida e a tutti i teorizzatori di nuovi razzismi, espliciti o impliciti: «È la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti», ha ricordato Mattarella rileggendo da par suo il Manzoni.
In queste stesse settimane, in piena coerenza, Mattarella si prepara a conferire uno dei più alti riconoscimenti della Repubblica – il titolo di Commendatore – proprio a colei che per decenni ha curato la catalogazione della memoria di ciò che patì, ma anche di ciò che fece, l’ebraismo italiano negli anni del Fascismo e della guerra: la storica Liliana Picciotto, coordinatrice del progetto qui citato Resistenti ebrei d’Italia. E il senso di tale riconoscimento, per Picciotto, è inequivocabile. «Come la nomina di Liliana Segre a senatrice a vita, anche il conferimento di questo titolo, più che un riconoscimento a me, credo sia soprattutto un segnale che certe cose non vanno dimenticate», dice la storica a K. «Un riconoscimento a un lavoro umile, lungo, quotidiano, di compilazione, ma il cui valore storico complessivo, data la sua intelligenza, Mattarella ha compreso e voluto mettere in luce». Quanto al senso di questo nuovo maxi-progetto di catalogazione dei Resistenti ebrei italiani, per l’opinione pubblica ma anche per gli ebrei stessi, Picciotto non ha dubbi. E le sue parole ricalcano in maniera sorprendente, distinte le epoche e le vicende, la lezione-appello di Elèna Mortara sul caso dell’antenato: «Se c’è un obiettivo di fondo in questo lavoro, è quello di mettere in nuova luce il ruolo degli ebrei nella storia contemporanea. Come convitati di pietra, sono visti sempre come vittime. In alcuni libri di storia è come se non ci fossero proprio. È importante dire invece, documenti alla mano, che essi c’erano eccome, e cosa e quanto fecero in funzione della creazione di una nuova democrazia».