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Regno Unito: una comunità ebraica in subbuglio

Nel Regno Unito la comunità ebraica dal 7 ottobre è bersaglio di una crescente ondata di attacchi antisemiti. Il susseguirsi di questi episodi negli ultimi mesi ha alimentato un profondo senso di insicurezza, oltre che di rabbia nei confronti di un governo che non interviene e di una società civile che non sembra cogliere la reale portata del problema. Esther Offenberg ripercorre qui gli eventi tracciandone la ricezione in un dibattito pubblico e politico sempre più polarizzato e documentando l'inquietudine che assilla gli ebrei britannici.

“L’odio non ha posto nella società britannica” o “Siamo solidali con la comunità ebraica” – dichiarazioni come queste sono circolate ancora una volta tra comunicati ufficiali e discorsi politici nell’ultima settimana. Il Jewish News ne ha persino pubblicato una selezione in copertina la scorsa settimana, intitolandola “Bulls#@t Bingo”, riflettendo un sentimento che è diventato tristemente familiare a molti ebrei nel Regno Unito: le parole di solidarietà, per quanto sincere, hanno smesso da tempo di essere sufficienti. Ma il dibattito in corso sembra non riuscire a cogliere la piena portata di ciò a cui sono esposti gli ebrei e verso cosa stia conducendo questa fase storica.

Una serie di attacchi senza precedenti

Gli ultimi otto mesi sono stati senza precedenti nella storia moderna del Regno Unito e della sua comunità ebraica. Lo scorso ottobre, durante Yom Kippur, un aggressore ha investito con la sua auto le persone radunate fuori dalla sinagoga di Heaton Park a Manchester e ha accoltellato a morte un membro della congregazione. Un altro iscritto alla comunità è morto durante l’attacco dopo essere stato colpito accidentalmente dalla polizia.

Poi, a partire dal mese di marzo marzo, si è verificata una serie di attacchi contro la comunità ebraica. La notte del 23 marzo quattro ambulanze appartenenti a Hatzola, il servizio medico volontario ebraico, sono state incendiate nel parcheggio della sinagoga Machzike Hadath a Golders Green. Le immagini delle telecamere a circuito chiuso hanno mostrato tre individui incappucciati che versavano del liquido infiammabile sui veicoli prima di fuggire, provocando l’esplosione delle bombole di ossigeno a bordo. Le esplosioni hanno danneggiato le vetrate istoriate e causato danni anche al tetto della sinagoga, oltre a frantumare le finestre di un vicino condominio. Il giorno seguente, il governo ha fornito quattro ambulanze sostitutive e una raccolta fondi online ha raccolto più di 3,2 milioni di sterline per l’organizzazione benefica.

Aprile ha portato una serie di ulteriori attacchi. Tentativi di incendio doloso hanno preso di mira la Finchley Reform Synagogue, un sito a Hendon che in precedenza ospitava un’organizzazione benefica ebraica, e la Kenton United Synagogue. Il 28 aprile è stato dato alle fiamme uno spazio commemorativo accanto a un centro ebraico a Golders Green dedicato alle vittime degli attacchi del 7 ottobre e ai manifestanti iraniani uccisi dal regime. Il 19 aprile è stato preso di mira un negozio a proprietà ebraica a Watford. La polizia ha trattato quell’incidente come un crimine d’odio isolato piuttosto che come parte di un quadro più ampio. Nel frattempo, diverse persone sono state arrestate per un presunto piano per attaccare la comunità ebraica, che non era però ancora stato messo in atto.

Questa raffica di notizie ha raggiunto il culmine il 29 aprile, quando un uomo ha percorso Golders Green Road tentando di accoltellare passanti ebrei. Due uomini visibilmente ebrei, uno sulla settantina e uno sulla trentina sono stati accoltellati. Sono stati soccorsi sul posto dai volontari di Hatzola e trasportati in ospedale. L’aggressore, un uomo di 45 anni, è stato bloccato dai volontari di Shomrim (un gruppo di sicurezza ebraico) prima di essere colpito con un taser e arrestato dalla polizia. La Metropolitan Police ha dichiarato che si trattava di un attacco terroristico. L’aggressore, Essa Suleiman, nel 2020 era stato segnalato al programma governativo Prevent per la prevenzione precoce del terrorismo, ma il caso era stato archiviato. A seguito dell’accoltellamento a Golders Green, il livello nazionale di minaccia terroristica è stato innalzato da “sostanziale” a “grave”.

I residenti si sono radunati sul luogo dell’attacco esprimendo paura, stanchezza e scetticismo nei confronti delle promesse del governo, alcuni hanno iniziato a chiedersi se il loro futuro sia davvero in Gran Bretagna.

Le reazioni della stampa hanno provocato un’ondata di commenti che hanno attraversato schieramenti politici e registri culturali. I residenti si sono radunati sul luogo dell’attacco esprimendo paura, stanchezza e scetticismo nei confronti delle promesse del governo, e alcuni hanno iniziato a chiedersi se il loro futuro sia davvero in Gran Bretagna, come riportato in un articolo Haaretz. Un editoriale su The Jewish News ha usato un approccio più politico e ha indirizzato la propria rabbia a un campo più ampio, sia contro un’estrema sinistra che tratta l’antisemitismo come una forma minore di razzismo, sia contro un’estrema destra che sfrutta la sofferenza ebraica per i propri fini oltre a decenni di negligenza politica mainstream nei confronti della radicalizzazione, ammonendo al contempo la comunità ebraica a non perdere la prospettiva o soccombere alla paura. Un altro commentatore ha invocato una maggiore visibilità ebraica e ha incoraggiato gli altri a fare lo stesso, come atto di resilienza e orgoglio.

Quando il Primo Ministro ha visitato Golders Green dopo l’attacco, è stato fischiato da manifestanti che reggevano cartelli con la scritta «Keir Starmer, persecutore degli ebrei» (Keir Starmer, Jew harmer)

Una delle risposte più ampie sul piano storico è venuta da Ben Judah su The Independent, il quale ha sostenuto che l’attacco segna la fine definitiva dell’età dell’oro ebraica del dopoguerra nei paesi anglofoni, guidata da forze quali i social media, i cambiamenti demografici, attori statali ostili e la radicalizzazione dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, che sono strutturali e difficilmente reversibili. Basta scorrere la sezione opinioni del Jewish News, del Times of Israel o del Jewish Chronicle per farsi un’idea di ciò che molte voci ebraiche britanniche stanno provando e pensando in questo momento e vedere che le reazioni non sono uniformi, a testimonianza della forza e della diversità di questa comunità. In gran parte della copertura mediatica un tema ricorrente è stato il grado in cui la comunità ebraica è stata costretta a fare affidamento sulle proprie infrastrutture piuttosto che sulla protezione dello Stato.

L’antisemitismo nell’era della violenza esternalizzata

Allargando lo sguardo ai potenziali responsabili di questi atti, la maggior parte degli attacchi è stata rivendicata da un gruppo che si fa chiamare “Harakat Ashab al-Yamin al-Islamia”, che significa “Movimento Islamico dei Compagni della Destra”, operante in nome della “Resistenza Islamica”. Il gruppo ha fatto il suo debutto all’inizio di marzo, quando un ordigno esplosivo è stato fatto detonare vicino a una sinagoga a Liegi, in Belgio. Da allora, il gruppo ha rivendicato la responsabilità di altri attacchi in Belgio, Paesi Bassi, Francia e Regno Unito. Tuttavia soprattutto l’ultima aggressione con accoltellamento a Golders Green sembra più atipico rispetto alla natura degli attacchi, cioè i piccoli incendi dolosi che Ashab al-Yamin ha rivendicato negli ultimi due mesi, per cui è molto probabile che non sia stato compiuto da loro.

Sebbene non sia chiaro quali siano le origini di questo gruppo o chi ci sia realmente dietro, Ashab al-Yamin viene considerato un possibile “proxy fantasma” dello Stato iraniano, che sta rafforzando la tendenza emergente della “guerra ibrida”, già impiegata dalla Russia in tutta Europa negli ultimi anni, il che significa che estremismo statale, religioso e violento, così come reti criminali, vengono impiegati simultaneamente e in modo intercambiabile per diffondere paura, caos e incertezza. Poiché il modello di leadership e di appartenenza a questo gruppo è poco chiaro o addirittura inesistente, è probabile che gli attacchi siano stati compiuti attraverso un “modello di violenza come servizio”, ossia che gli esecutori sono stati contattati tramite social media o piattaforme di messaggistica criptata e invitati a compiere questi attacchi, probabilmente in cambio di un compenso. Ciò significa che intimidazione, pericolo e aggressione vengono esternalizzati a criminali di basso livello, che spesso non sanno nemmeno chi o cosa stanno attaccando e lo fanno semplicemente per un incentivo economico. Questo non li esonera in alcun modo dalla responsabilità per le loro azioni e dalle loro conseguenze, ma vale la pena di rivolgere l’attenzione al quadro più ampio che questo modello decentralizzato di odio sta delineando. Un quadro in cui il mondo occidentale deve riconoscere che la guerra non è più caratterizzata esclusivamente da un conflitto aperto, con bombe che cadono e dispiegamento di eserciti nazionali, ma da un lento e inquietante accumulo del panorama di minacce, campagne di disinformazione e attacchi improvvisi per ora rivolti principalmente alla comunità ebraica, che strumentalizzano l’atmosfera surriscaldata che oltre due anni di dibattiti, manifestazioni, esclusione e ostilità hanno alimentato intorno alla Palestina e a Israele, nonché l’ignoranza e l’odio emersi nel processo.

La comunità ebraica è stata costretta a fare affidamento sulle proprie infrastrutture piuttosto che sulla protezione dello Stato.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) dell’Iran non è ancora stato dichiarato organizzazione terroristica dal governo britannico, sebbene nemmeno l’UE sia stata particolarmente proattiva, avendo inserito l’IRGC nella propria lista di organizzazioni terroristiche solo nel febbraio di quest’anno. Nel Regno Unito la comunità ebraica, altre organizzazioni, esperti e parlamentari di tutto lo spettro politico chiedono già da anni che venga fatto. A seguito della recente serie di attacchi incendiari il primo ministro Keir Starmer ha promesso che questa richiesta sarebbe stata finalmente presentata nelle prossime settimane… Anche se non è garantito che produca un cambiamento significativo, poiché la natura decentralizzata di questi gruppi sfuggenti implica che potrebbero semplicemente riformarsi con un nome diverso o trovare un altro canale. Nel frattempo, tuttavia, che siano efficaci o meno nel lungo termine, queste formalità devono comunque essere espletate per promuovere un messaggio politico più chiaro e rafforzare le strategie di contrasto all’estremismo.

Una comunità coinvolta nella frammentazione politica della Gran Bretagna

Tuttavia, il panorama politico britannico non ispira molta fiducia. Il governo laburista, già in difficoltà su tutti i fronti, ha ripetutamente fatto alla comunità ebraica promesse che non si sono ancora concretizzate, da azioni concrete sull’IRGC a nuove significative strategie di polizia. Quando il primo ministro Starmer ha visitato Golders Green dopo l’accoltellamento, è stato contestato da circa 100 manifestanti che reggevano cartelli con la scritta “Keir Starmer, Jew harmer”. Il governo ha promesso un “ripensamento radicale” del modo in cui combatte l’estremismo, ma molti nella comunità hanno già sentito discorsi simili in passato. Il governo ha pubblicato un documento programmatico completo, il mese scorso, con l’obiettivo di “costruire comunità sicure, coese e resilienti come sforzo dell’intera società”, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Gli unici risultati tangibili delle ultime settimane sono stati la promessa di nuovi finanziamenti alle organizzazioni comunitarie ebraiche ma, contrariamente a quanto alcuni credono, il denaro non può risolvere tutto. Soprattutto quando parte della responsabilità di proteggere la comunità ebraica viene così delegata alla comunità stessa. Organizzazioni come il CST, che non solo proteggono fisicamente ma producono anche ricerche e monitorano continuamente l’antisemitismo, sono state cruciali per la sicurezza della comunità ebraica per decenni. Ma le risposte finanziarie non creano effettivamente una società civile più sana e solidale né a introdurre maggiore complessità nel clima rigido alimentato dalle regolari proteste filopalestinesi e dalle reazioni, anch’esse piuttosto binarie e contrapposte.

Zack Polanski (a destra), intervistato sull’ondata di antisemitismo nel Regno Unito.  

Nel frattempo i Verdi hanno ricevuto ripetute accuse di antisemitismo provenienti dall’interno del partito, negli ultimi mesi, e ora si trovano coinvolti in una controversia dopo che il suo leader, Zack Polanski – egli stesso ebreo – ha suggerito che ci fosse da chiedersi “se si tratti di una percezione di insicurezza o di un’insicurezza reale”, un commento fatto prima che avvenisse l’accoltellamento a Golders Green due settimane fa. Sebbene alcuni attivisti dei Verdi e consiglieri locali abbiano criticato e preso le distanze dal leader del partito per le sue dichiarazioni, la realtà è anche che sono stati accolti nel Partito dei Verdi diversi ex consiglieri laburisti che erano stati respinti come candidati alle elezioni a causa delle accuse di antisemitismo. Per anni gli elettori ebrei di sinistra hanno avuto difficoltà a trovare una casa politica stabile e comprensiva, con il Partito Laburista che ha perso gran parte del favore di cui godeva da decenni presso la comunità ebraica durante gli anni di Corbyn e il radicato clima antisemita che è venuto fuori all’interno del partito. Sebbene la “versione Starmer” del Partito Laburista non abbia più quelle correnti sotterranee nella sua politica interna, non è stata percepita come capace di mostrare una forte leadership nell’attuale fase di governo. Per alcuni i Verdi sono stati per un certo periodo un’alternativa più naturale e, all’inizio del mandato di Polanski, la curiosità e le aspettative per una voce ebraica progressista e orgogliosa al timone della politica britannica sembravano rappresentare una potenziale boccata d’aria fresca. I suoi recenti risultati e quelli del Partito dei Verdi, tuttavia, sono stati gravemente deludenti e hanno allontanato molti elettori ebrei.

Queste risposte finanziarie reattive non creano in realtà una società civile più sana e solidale, né infondono maggiore sfumatura nel clima rigido che emerge dalle regolari proteste filopalestinesi e dalle reazioni, anch’esse piuttosto binarie ma contrapposte 

All’altro estremo dello spettro politico la leader dell’opposizione e del Partito Conservatore, Kemi Badenoch, si è espressa in modo molto schietto sui recenti attacchi, descrivendo questo momento come una “epidemia di violenza contro gli ebrei”, una tra altre dichiarazioni dai toni forti che hanno sicuramente trovato riscontro in parte della comunità ebraica. Sta inoltre cercando di vietare le marce filopalestinesi, sostenendo che offrano una piattaforma all’antisemitismo, sebbene non abbia sostenuto con lo stesso vigore gli sforzi per vietare le marce organizzate dall’attivista di estrema destra Tommy Robinson, che regolarmente esprimono sentimenti anti-musulmani. Sia gli elettori ebrei conservatori di lungo corso sia quelli più recenti sono stati attratti dal partito di estrema destra di Nigel Farage, Reform UK. Farage e Reform UK hanno ricevuto molte accuse di antisemitismo, che sono rimaste in gran parte irrisolte internamente, ma Reform UK si è comunque posizionata in modo aggressivo sulla questione dell’antisemitismo verso l’esterno, con Farage che ha descritto gli attacchi come una “vergogna nazionale” e ha accusato il governo di tollerarne le “cause profonde”, il che rispecchia una tendenza diffusa in Europa: partiti di estrema destra che guadagnano potere strumentalizzando l’ascesa dell’antisemitismo per promuovere la propria agenda discriminatoria.

Kemi Badenoch, leader del Partito Conservatore, si rivolge alla folla al raduno contro l’antisemitismo davanti a Downing Street. Video del discorso.

I risultati delle elezioni comunali che si sono tenute la scorsa settimana, il 7 maggio, hanno ora fatto luce in modo più chiaro su ciò che pensano gli elettori britannici, con Reform UK che ha guadagnato enormemente terreno  in tutto il Regno Unito, conquistando 1.450 seggi nei consigli comunali. Nel frattempo il Partito Laburista ha subito la sua più grande sconfitta degli ultimi decenni, perdendo oltre 1.300 seggi nei consigli comunali. Il borough londinese di Barnet, sede della più grande comunità ebraica del Regno Unito e dove è avvenuta l’accoltellamento a Golders Green, ha chiuso la tornata elettorale con due seggi laburisti e uno conservatore. È degno di nota il fatto che Reform UK, per cui era stato previsto un successo elettorale in questo borough, non sia riuscito a ottenere seggi a Barnet. Tuttavia, è anche piuttosto significativo che il Partito Laburista abbia perso il controllo del consiglio comunale. Sebbene manchino ancora tre anni alle prossime elezioni generali questi risultati illustrano tristemente la grave frammentazione politica che la popolazione britannica ha attraversato proprio nell’ultimo anno e non lasciano intravedere molti motivi di incoraggiamento per una sana risposta trasversale all’ascesa dell’antisemitismo, ma anche all’estremismo di estrema destra in generale e alle forme intrecciate di odio contro le minoranze, i migranti, le donne e altri gruppi, che vengono contrapposti gli uni agli altri nell’arena sociopolitica. Si tratta di una questione più ampia che riguarda la democrazia e il populismo, con alcuni commentatori che parlano addirittura di un potenziale crollo del sistema bipartitico.

Dopo le promesse, la rabbia

Come si è visto in tutto il mondo, anche nel Regno Unito l’antisemitismo è in aumento da tempo, specialmente dal 7 ottobre. Nel 2025, il Community Security Trust (CST) ha registrato 3.700 episodi antisemiti, il secondo totale più alto mai segnalato al CST in un anno, dopo il picco raggiunto nel 2023. Ma questa intensa sequenza di attacchi tentati e riusciti ha fornito nuovi gravi motivi di preoccupazione al senso di insicurezza degli ebrei britannici. Sebbene le proteste filopalestinesi che si sono svolte regolarmente negli ultimi anni non siano necessariamente collegate all’attuale livello di minaccia, esse sono comunque un argomento di discussione ricorrente nel discorso della comunità ebraica e sono state percepite dalla comunità come connesse, con una gamma di danni arrecati agli ebrei che va dagli effetti latenti della normalizzazione dei discorsi d’odio e dei crimini d’odio durante le proteste fino alla violenza vera e propria. Considerando tutte queste esperienze di tensione crescente, gli attacchi e lo spaesamento politico, è comprensibile che nella comunità ebraica britannica prevalga una percezione di insicurezza, incertezza, paura, ma soprattutto rabbia.

Rabbia per il fatto che le richieste di aiuto, sostegno e azione non siano state prese sul serio. Il tasso di perseguimento giudiziario dei crimini d’odio antisemiti di procedimenti penali per crimini d’odio antisemiti in Inghilterra e Galles si attesta attualmente a un mero 3,8%, il che in qualche modo riflette il sovraccarico del sistema giudiziario nel suo complesso ma non ispira comunque fiducia da parte di chi ne è colpito e, semmai, invia un segnale ai potenziali autori di reati che l’antisemitismo può essere maggiormente tollerato e, in ultima analisi, consentito permesso, deludendo al contempo una comunità ebraica che si sente già sotto pressione con le spalle al muro.

Non solo il governo e la società civile si sono volentieri affidati alla comunità ebraica affinché combattesse la propria battaglia in nome di una Gran Bretagna inclusiva, ma non hanno nemmeno preso sul serio le lezioni derivanti dal crescente antisemitismo né la propria responsabilità nel promuovere un panorama sociale capace di opporsi all’odio.

Alla luce di questi attacchi, il commissario della Metropolitan Police, Sir Mark Rowley, ha ribadito il suo impegno e quello della polizia a proteggere la comunità ebraica britannica e ha presentato al governo una proposta urgente per ottenere finanziamenti per l’assunzione di 300 agenti in più, al fine di creare un quadro di sicurezza più sostenibile. Al Community Service Trust è stato promesso un aumento dei finanziamenti. Attualmente in Parlamento è in corso una revisione della legislazione sui discorsi d’odio. E, naturalmente, è in atto un dibattito più ampio e pubblico sulle misure di sicurezza all’interno e intorno alla comunità ebraica, sulla regolamentazione delle piattaforme digitali e di messaggistica, sui livelli di minaccia nazionale e così via. Ma in definitiva, l’antisemitismo è un segnale premonitore e rivelatore dello stato delle democrazie e della salute della società, un’affermazione che viene ripetuta da anni sia dai rappresentanti delle comunità sia dagli esperti di estremismi. Misure reattive e l’isolamento della comunità ebraica dietro ulteriori barriere di sicurezza non risolveranno l’aumento dell’antisemitismo e la crescente polarizzazione del discorso politico e pubblico. La diagnosi di Dave Rich, direttore delle politiche del CST e autore della newsletter Substack Everyday Hate, è brutale: bisogna smetterla con i luoghi comuni, così come con la finzione che questo odio sia in qualche modo inspiegabile o senza precedenti.

La società civile ha da tempo smarrito quella solida spina dorsale che un tempo era rappresentata da ampi movimenti antirazzisti capaci di opporsi a tutte le forme di odio e che si sono frammentati in lotte intestine o solidarietà selettive cosicché la comunità ebraica, specialmente dal 7 ottobre, ha dovuto difendere se stessa. In quel vuoto alcune delle voci che offrono solidarietà sono state quelle che un momento condannano l’antisemitismo e in quello successivo diffondono retorica anti-migranti o islamofoba, una forma di sostegno che molti nella comunità trovano profondamente scomoda, anche se sentono di avere pochi altri luoghi cui rivolgersi. Non solo il governo e la società civile hanno volentieri fatto affidamento sulla comunità ebraica perché combattesse la propria battaglia in nome di una Gran Bretagna inclusiva, ma non hanno nemmeno preso sul serio le lezioni derivanti dal crescente antisemitismo né la propria responsabilità nel promuovere un panorama sociale capace di opporsi all’odio. I singoli alleati sono stati preziosi per gli ebrei britannici sia in pubblico che in privato, ma l’ampia e profonda solidarietà auspicata non si è realmente manifestata se non per qualche sporadica dichiarazione ufficiale o lamentela di natura più politica.

Un manifestante con un cartello che recita: «Gli ebrei britannici meritano di meglio. Dov’è Keir [Starmer]?»

La libertà di espressione è un elemento fondamentale di qualsiasi società democratica, così come lo è per il Regno Unito. Sebbene sia acceso il dibattito sul divieto di certe frasi come “Globalise the Intifada”, che vengono scandite durante le proteste filopalestinesi che continuano a svolgersi regolarmente, e venga strumentalizzato da diversi gruppi per promuovere un’agenda di estrema destra o per minimizzare o addirittura mettere da parte gli orrori del 7 ottobre e il conseguente aumento dell’antisemitismo, non si può ignorare che questi aspetti abbiano anche contribuito a una maggiore polarizzazione, a una mancanza di sfumature e a una brutale ignoranza che hanno fatto sentire molti ebrei più isolati. Allo stesso tempo, la comunità ebraica dovrebbe stare attenta a non cadere nella trappola dei tentativi dell’estrema destra di strumentalizzare questa paura e questo isolamento.

Domenica 11 maggio si è tenuta una manifestazione contro l’antisemitismo davanti a Downing Street organizzata da oltre trenta organizzazioni ebraiche, con migliaia di persone riunite per protestare. Tra gli oratori c’erano rappresentanti del Partito Laburista, dei Conservatori e dei Liberal Democratici, ma anche il viceleader di Reform UK, che è stato accolto con un applauso. Nei giorni precedenti era circolata una lettera aperta che aveva raccolto oltre 2 mila firme per chiedere agli organizzatori di revocare l’invito a Nigel Farage alla manifestazione, e alla fine Farage non ha partecipato. Zack Polanski non è stato invitato affatto.

Resta da vedere quali azioni concrete e quali autentici cambiamenti di atteggiamento emergeranno in questo panorama inquietante. Per ora, è importante non lasciarsi trascinare dalla retorica manipolatoria e divisiva che sta prendendo piede e alimentando incendi metaforici, e restare solidali, con empatia autentica. Sono già state dedicate molte analisi storiche alla lunga tradizione degli ebrei nel Regno Unito, le cui identità britannica ed ebraica hanno potuto svilupparsi ininterrottamente nel corso dell’ultimo secolo, a differenza del resto dell’ebraismo europeo segnato dal baratro lasciato dalla Shoah, motivo per cui il loro senso di appartenenza tende a essere molto più radicato. Ma il punto fondamentale è che la maggioranza della comunità ebraica è orgogliosa di essere composta da ebrei britannici e britannici ebrei e non permetterà ad altri di definire o sottrarre la loro identità.