Da storico a polemista: Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele secondo Omer Bartov
Omer Bartov, che accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza, in Nell'abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele(Laterza, 2026) muove una critica più generale dello Stato ebraico, della sua storia e del suo rapporto con la memoria della Shoah. Jeffrey Herf gli risponde qui di seguito: anche lui storico del nazismo e dell'antisemitismo, non si limita a contestare le conclusioni tratte da Bartov ma mette anche in discussione il suo metodo, l'uso che fa della propria autorità in quanto storico della Shoah e l'insufficienza, a suo avviso, delle prove addotte per sostenere un'accusa così grave. Nella sua lettura dell'ultimo libro di Bartov, Herf esamina ciò che ritiene essere omissioni, generalizzazioni e scorciatoie di uno storico diventato polemista.
Solo poche settimane dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, lo storico Omer Bartov si è unito a diversi altri studiosi della Shoah per avvertire che Israele era sul punto di commettere un genocidio a Gaza. Nei mesi seguenti, in articoli pubblicati su The New York Times, The New York Review of Books e The Guardian, nonché in interviste televisive e radiofoniche, conferenze accademiche e interventi pubblici, è giunto alla conclusione che Israele stava effettivamente commettendo un genocidio a Gaza. Le sue opere principali sono dedicate all’esercito tedesco sul fronte orientale durante la Seconda guerra mondiale e al destino degli ebrei di Buczacz, un paesino della Galizia orientale dal quale proveniva sua madre, Yehudit (nata Szimer). Suo padre, Hanoch Bartov, era tra gli scrittori più famosi di Israele. I romanzi di quest’ultimo, dedicati alla Brigata ebraica durante la Seconda guerra mondiale e alle esperienze fondatrici della “generazione del Palmach”, furono grandi successi editoriali.
Omer Bartov è nato nel kibbutz di Ein HaHoresh ed è cresciuto a Tel Aviv. Negli anni ’80 ha scelto di trasferirsi negli Stati Uniti dove, a partire dal 2000, insegna storia alla Brown University. Le sue ricerche pionieristiche sul ruolo dei soldati comuni, delle popolazioni locali e dei meccanismi sociali della violenza durante la Shoah hanno profondamente rinnovato il modo in cui gli storici analizzano le interazioni tra l’ideologia nazista, le strutture militari e il ruolo dei singoli.
Nel corso degli anni, Bartov ha pubblicato anche diversi saggi sul genocidio. Questi testi, tuttavia, accolti favorevolmente dalla stampa progressista, non si basano sul meticoloso lavoro d’archivio che caratterizza le sue ricerche sull’Europa in guerra. Sebbene non abbia mai pubblicato un libro dedicato alla storia di Israele fondato sulle ricerche d’archivio ritenute indispensabili al mestiere di storico, Bartov è comunque riuscito a farsi riconoscere come un’autorità sulle politiche israeliane e, più in particolare, sulla guerra condotta da Israele a Gaza. Per farlo, ha fatto leva su un trasferimento di prestigio: il riconoscimento ottenuto grazie ai suoi precedenti lavori storici, condotti con grande rigore, viene speso per conferire credibilità alle sue prese di posizione riguardo a Israele e alla guerra a Gaza. Questo trasferimento di prestigio costituisce un fenomeno antico e deplorevole della storia intellettuale moderna, per cui le persone che hanno acquisito autorevolezza in un determinato ambito pretendono che questa conferisca loro «in qualità di storici», ad esempio, e in questo caso di storico della Shoah una comprensione degli eventi contemporanei che sarebbe preclusa agli altri.
L’ultima opera di Bartov, Israel: What Went Wrong, uscita ad aprile negli Stati Uniti, mostra perfettamente questa tendenza. Chiunque, e a maggior ragione un accademico, formuli un’accusa tanto grave quanto quella di genocidio, è tenuto a fornire prove solide e un ragionamento causale rigoroso. Eppure Bartov non correda neppure di una sola nota a piè di pagina le sue affermazioni e non si prende nemmeno la briga di esaminare i fatti o gli argomenti che potrebbero contraddirle. Il lettore è quindi indotto ad accettare le sue conclusioni sulla sola autorità di un autore che sfrutta un prestigio accademico maturato altrove, nonché sulla reputazione del suo editore, Farrar, Straus and Giroux, una delle case editrici più prestigiose degli Stati Uniti (in Francia Israël. Une course vers l’abîme con Éditions du Seuil nel maggio 2026 e in Italia per Laterza, sempre nel 2026). Bartov si dispensa dal noioso lavoro di citare le fonti perché sembra ritenere che ciò che scrive sia così palesemente vero e moralmente impeccabile che coloro che lo contestano o negano l’evidenza dei fatti o hanno perso ogni bussola morale.
Bartov ha fatto leva su un trasferimento di prestigio: il riconoscimento ottenuto grazie ai suoi precedenti lavori storici, condotti con grande rigore, viene speso per conferire credibilità alle sue prese di posizione riguardo a Israele e alla guerra a Gaza.
L’argomento centrale del libro è il seguente: immediatamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre, attacco che Bartov descrive in maniera al tempo stesso sommaria e insufficiente, «Israele ha espresso la volontà di distruggere il popolo palestinese, tutto o in parte, e ha intrapreso questa strada, in conformità ai criteri definiti dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio». Per sostenere questa tesi, Bartov cita, in modo selettivo, le dichiarazioni indignate e dai toni eccessivi di dirigenti ed esponenti israeliani che denunciavano la disumanità degli assassini di Hamas dopo il 7 ottobre. Non è però in grado di produrre una sola dichiarazione ufficiale da parte del primo ministro o di un portavoce del governo che affermi che l’obiettivo di Israele sarebbe quello di «distruggere il popolo palestinese» semplicemente perché non ne esistono. Israele ha dichiarato guerra con l’obiettivo di sconfiggere Hamas, un fatto che Bartov omette.
Uno degli elementi centrali della polemica condotta da Bartov, e una delle ragioni della sua risonanza negli ambienti intellettuali, risiede nella sua affermazione secondo cui Israele strumentalizzerebbe la memoria della Shoah per giustificare oggi politiche ingiuste, se non addirittura malvagie. Secondo Bartov, «poiché la strage di Hamas è stata definita genocida e Hamas stesso è stato descritto dai media israeliani come un’organizzazione nazista, la conclusione si imponeva: la guerra a Gaza doveva essere condotta alla luce delle lezioni della Shoah e, di conseguenza, doveva essere tanto inevitabile quanto spietata per scongiurare una nuova Auschwitz». Bartov scrive come se il carattere genocidario dell’attacco del 7 ottobre non fosse già stato stabilito in modo inoppugnabile e con dettagli strazianti in numerosi reportage e studi, in particolare nel rapporto redatto da un gruppo di parlamentari britannici intitolato 7 October Parliamentary Commission Report. Chiunque abbia letto la Carta di Hamas o le dichiarazioni di questo movimento nel corso degli ultimi anni sa che esistono vere e proprie filiazioni tra l’ideologia nazista e l’ideologia islamista sia in passato, durante la Shoah, sia nella lunga guerra condotta dai movimenti islamisti contro lo Stato di Israele. È storicamente accertato che l’ammirazione per Hitler e le teorie complottiste antisemite ereditate dalla Germania nazista costituiscono un elemento dell’ideologia di Hamas.
In quanto storico dell’esercito tedesco sul fronte orientale durante la Seconda guerra mondiale, Bartov conosce perfettamente l’operato degli Einsatzgruppen, le unità mobili di sterminio. L’accademico israeliano Michael Milshtein, basandosi anche su interviste a membri catturati di Hamas, ha studiato l’ideologia e l’organizzazione delle unità Nukhba create da Hamas e ha evidenziato le loro somiglianze con le unità delle SS. Tuttavia, Bartov non riconosce alcun legame tra i massacri di massa ideologicamente motivati della Germania nazista e l’attacco di Hamas. Si rifiuta anche di fare i conti con il fatto che Hamas rappresentava una minaccia esistenziale per Israele e che lo Stato ebraico combatteva, di conseguenza, per la propria sopravvivenza.
Bartov sostiene che questa strumentalizzazione della memoria della Shoah risalirebbe addirittura alla fondazione dello Stato di Israele. Secondo lui, la guerra d’indipendenza del 1948, in risposta alla guerra civile scatenata dall’Alto Comitato arabo guidato dal collaborazionista nazista Amin al-Husseini e, successivamente, all’invasione di cinque Stati arabi, avrebbe avuto soltanto l’apparenza di «un atto di giustizia suprema». In realtà, scrive, il neonato Stato ebraico «si trovò invischiato, fin dall’inizio, in un atto di palese ingiustizia», ovvero «l’espulsione di 750 mila palestinesi da quello che sarebbe poi diventato lo Stato di Israele e il rifiuto di lasciarli tornare». Poiché quell’atto fu compiuto «da ebrei a loro volta da poco sradicati dall’Europa […], questi due eventi, la Shoah e la Nakba, sono diventati inestricabilmente intrecciati». Tuttavia, aggiunge, «le vittime di entrambe le parti […] hanno continuato a rifiutare la dura realtà di questo intreccio».
Bartov scrive come se gli storici israeliani, studiosi della guerra del 1948, che si tratti di Benny Morris, di Ephraim Karsh o di altri, non avessero dimostrato in modo convincente che non c’è mai stata alcuna “espulsione” di 750.000 palestinesi. C’è stata una guerra, scatenata dai leader palestinesi, aggravata dall’intervento degli Stati arabi e infine persa da entrambi. Durante i combattimenti, migliaia di palestinesi furono effettivamente sfollati, come accade, del resto, in molte guerre, ma l’obiettivo del movimento sionista non era quello di espellere “750 mila” persone. Si trattava di creare uno Stato in conformità alla risoluzione delle Nazioni Unite che prevedeva l’istituzione di due Stati, uno ebraico e uno arabo, su una parte del territorio dell’ex mandato britannico di Palestina. Nella polemica di Bartov, non vi è spazio per alcuna iniziativa autonoma araba o palestinese, né per il ricorso alle armi per respingere la risoluzione dell’ONU, né per il razzismo arabo o palestinese, né per l’antisemitismo. Ne ricava così un nesso tra la Shoah, ovvero l’uccisione di sei milioni di ebrei in Europa, e ciò che gli autori palestinesi hanno definito la “Nakba”, cioè la sconfitta in una guerra dalla quale la stragrande maggioranza degli arabi palestinesi uscì viva, anche se sconfitta. Perdere una guerra è una tragedia, ma la sconfitta palestinese non è in alcun modo paragonabile alla Shoah, e perdere una guerra scatenata dai propri stessi leader non costituisce un’ingiustizia commessa dal vincitore.
La rabbia di Bartov contro Israele raggiunge il culmine quando affronta quello che lui considera l’uso improprio della memoria della Shoah: «alla fine, la catastrofe della Shoah è diventata, per la maggior parte degli israeliani, una gigantesca foglia di fico il cui deplorevole risultato è un impasto di vittimismo e autocommiserazione, presunzione di rettitudine, l’hubris e l’euforia del potere; i due lati dell’equazione si giustificano a vicenda. Le questioni etiche e gli scrupoli morali sono stati accantonati, considerati come marginali o fastidiosi, di fronte al cataclisma supremo costituito dal genocidio degli ebrei». Bartov considera «la maggior parte degli israeliani ripugnanti: non c’è altro modo di dirlo». Sostiene che questo uso improprio della memoria della Shoah equivale a una psicosi nazionale, causa principale dell’immoralità israeliana. Il Bartov storico del fronte orientale scompare, ed entra in scena un altro Bartov, la cui nuova competenza gli permette di proporre un’interpretazione psicoanalitica del modo in cui «la maggior parte degli israeliani» sprofonderebbe in un’immoralità abietta.
Bartov scrive come se Israele non dovesse affrontare alcuna minaccia alla propria esistenza che non sia riconducibile alle sue stesse politiche ingiuste. I lettori della sua polemica non impareranno nulla sulle guerre condotte dagli Stati arabi nazionalisti e laici nel 1967 e nel 1973, né sulla campagna altrettanto lunga delle organizzazioni terroristiche palestinesi raggruppate sotto l’egida dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) di Yasser Arafat, né sull’ostilità di matrice religiosa della Repubblica islamica dell’Iran, di Hezbollah e di Hamas. Non vi è alcuna menzione delle migliaia di israeliani uccisi o feriti in queste guerre e campagne terroristiche, e quindi nulla sui timori più che legittimi che gli israeliani provano per la propria vita, timori che non hanno assolutamente niente a che fare con i ricordi della Shoah. Queste paure non erano, e non sono, il prodotto di una paranoia di fronte a minacce inesistenti o del ricordo della Shoah. Sono la risposta a bombe vere e proiettili veri, nonché a minacce reali provenienti da governi e organizzazioni altrettanto reali.
Bartov considera «la maggior parte degli israeliani ripugnanti: non c’è altro modo di dirlo». Sostiene che questo uso improprio della memoria della Shoah equivale a una psicosi nazionale, causa principale dell’immoralità israeliana.
Bartov, lo storico della Shoah, ha dimenticato e proprie intuizioni, pubblicate nel 2004 su The New Republic. All’epoca riconosceva gli echi del nazismo nella Carta di Hamas e comprendeva che i leader di questa organizzazione, come Hitler prima di loro, facessero sul serio quando dichiararono guerra agli ebrei e allo Stato di Israele nel 1988. I soldati delle Forze di difesa israeliane (Tzahal) non hanno inventato le copie del Mein Kampf e dei Protocolli dei Savi di Sion trovate in diverse case a Gaza né hanno fabbricato le cucine e le camere da letto crivellate di proiettili, rinvenute dopo l’attacco del 7 ottobre. Bartov si astiene dal menzionare questi dettagli.
Afferma che una delle conseguenze di questa preoccupazione erronea e infelice per la memoria della Shoah sia stata «un silenzio persistente sui crimini commessi da Israele». Bartov cita, come esempi di questa grave carenza, lo storico Norman Goda e me, rimandando a un intervento che abbiamo pubblicato su The Washington Post a giugno 2025. Secondo Bartov, tale articolo «riflette una tendenza che rischia di accelerare l’emarginazione del loro campo di studi, fino a riportarlo a ciò che era in origine, nell’immediato dopoguerra, cioè a una ricerca puramente ebraica della memoria e dell’identità, ermeticamente chiusa, per scelta e per ossessione, al resto del mondo».
Le obiezioni di Omer Bartov mancano il bersaglio: eludono la questione centrale del nostro articolo sull’uso proprio e improprio del concetto di genocidio, e ignorano al tempo stesso le nostre argomentazioni e le prove che dimostrano il collegamento diretto tra l’ideologia di Hamas e la sua politica di omicidi di massa, le difficoltà proprie di una guerra antiterrorismo contro Hamas, la necessità di esaminare con cautela le cifre e l’identità dei morti e dei feriti comunicati da Hamas, nonché la differenza tra Israele, che ha cercato di ridurre al minimo le perdite civili pur combattendo Hamas, e Hamas, il cui obiettivo era invece massimizzare le perdite civili. Il nostro sforzo di portare la ricerca accademica nella sfera pubblica non contribuisce alla “marginalizzazione” di questo campo di studi; al contrario, permette di alimentare un dibattito serio e informato.
Il professor Goda e io, che tra l’altro siamo entrambi ebrei, siamo lieti di appartenere a una comunità internazionale di studiosi, ebrei e non ebrei. Guardiamo con gratitudine al lavoro svolto, nei decenni successivi al 1945, dai ricercatori che, ebrei o non ebrei, hanno condotto con coraggio, rigore ed eloquenza le ricerche fondamentali sulla Shoah, ben prima che questa diventasse un campo di studi ampiamente riconosciuto. Definire il loro lavoro una «ricerca puramente ebraica della memoria e dell’identità, ermeticamente chiusa al resto del mondo» è un insulto a quel misto di particolarismo e cosmopolitismo che ha contraddistinto le generazioni di storici sulle cui spalle poggiamo noi, e poggia Bartov. Quali che siano le sue intenzioni, queste affermazioni hanno l’effetto di fare di Bartov il buon ebreo, cittadino del mondo, contrapposto ai cattivi ebrei, Goda e Herf, che si ritirerebbero nel provincialismo e persino in un ghetto intellettuale. Anche questa è la rabbia di un polemista, non di chi pratica il mestiere dello storico.
Bartov dà scarso peso alle intenzioni di Hamas come causa della guerra. Dalla pubblicazione della Carta nel 1988, e in numerose dichiarazioni sia prima che dopo il 7 ottobre, i leader di Hamas hanno proclamato la loro intenzione di distruggere lo Stato di Israele con la guerra. Le loro convinzioni erano pubbliche e anche una fonte di orgoglio, oltre che un elemento della loro identità politica. Pur senza giustificare l’attacco, Bartov scrive: «ciò contro cui allora mettevamo in guardia, avvertendo che era impossibile ignorare l’occupazione e l’oppressione di milioni di palestinesi protrattesi per cinquantasei anni e l’assedio di Gaza durato sedici anni senza pagarne le conseguenze, ci è esploso in faccia il 7 ottobre». Eppure, dal 1988, Hamas ha ribadito più volte che la sua opposizione non riguarda le politiche israeliane in Cisgiordania o a Gaza. La sua opposizione riguarda l’esistenza stessa di Israele, frutto della vittoria di Israele nella guerra del 1948. Bartov parla dell’“assedio” di Gaza come se Hamas non avesse instaurato una piccola dittatura nel 2007 e schiacciato i suoi avversari dell’Autorità palestinese, mentre riceveva, tramite Israele e le Nazioni Unite, centinaia di milioni di dollari in aiuti economici provenienti dal Qatar. L’assedio era così permeabile che Hamas è riuscito a costruire la più imponente rete di tunnel sotterranei della storia militare moderna e a procurarsi armi e materiali da costruzione attraverso i tunnel di contrabbando lungo il confine con l’Egitto.
Per Bartov, un aspetto importante di ciò che è andato storto in Israele sta negli israeliani stessi. Parla della «totale incapacità della società israeliana di provare empatia per le sofferenze della popolazione di Gaza» durante le settimane e i mesi della guerra condotta da Israele contro Hamas. Più avanti aggiunge: «La maggior parte del Paese, a quanto pareva, non voleva nemmeno sapere cosa stesse succedendo laggiù, come dimostrava la copertura televisiva degli eventi». Scrive come se migliaia di israeliani non si fossero riuniti ogni settimana in manifestazioni per criticare la condotta della guerra da parte del governo israeliano, chiedendo al contempo il ritorno degli ostaggi rapiti da Hamas; come se Haaretz, il quotidiano israeliano di riferimento, chiaramente di sinistra, e le sue incessanti critiche al governo Netanyahu non esistessero. Le persone che si riunivano ogni sabato a Tel Aviv e altrove avevano certamente accesso a informazioni non censurate che le inducevano a scendere in piazza.
Il suo linguaggio smodato riguardo alla “dipendenza” di una nazione “dalla violenza e dall’oppressione” potrebbe finire citato da alcuni antisemiti, felici di poter trovare un ennesimo professore nato in Israele disposto a pronunciare simili parole, così come una prestigiosa casa editrice di New York pronta ad associarvi il suo nome.
Bartov respinge coloro che, come il presidente Joe Biden, hanno messo in guardia contro il dilagare dell’antisemitismo a seguito del 7 ottobre. Secondo Bartov, Biden avrebbe avallato «la falsa analogia tra la critica all’indifendibile politica di distruzione indiscriminata di vite e beni nella Striscia di Gaza, una politica deliberata, come si vedrà più avanti, e l’antisemitismo, un sentimento abietto poco presente nelle numerose manifestazioni tenutesi in tutto il mondo». Sarebbe servito uno storico, e non un polemista, per sostenere l’accusa di distruzione “indiscriminata” e “deliberata” di vite e beni nella Striscia di Gaza, con molte pagine, molte note a piè di pagina e un rigoroso ragionamento causale. Un ricercatore scrupoloso avrebbe anche esaminato se gli appelli a favore della distruzione dello Stato di Israele costituissero una forma di antisemitismo.
Non Bartov, che si limita ad affermare semplicemente che le accuse di antisemitismo erano esagerate e che, invece, quelle relative alla distruzione “indiscriminata” da parte di Tzahal rappresentavano una verità così evidente che solo persone moralmente ottuse o politicamente ciniche potevano metterla in discussione. Così facendo, ignora gli sforzi di Israele per distinguere i combattenti dai civili. Omette di menzionare le migliaia di telefonate e di messaggi inviati dall’esercito israeliano ai civili di Gaza, chiedendo loro di evacuare le zone in cui si sarebbero svolte le operazioni militari contro Hamas, anche a costo di rinunciare all’effetto sorpresa, un aspetto cruciale durante una guerra. Sarebbe bastato che Bartov guardasse al governo siriano di Bashar al-Assad per vedere cosa significa condurre una guerra indiscriminata contro i civili, ma non lo fa e oscura così questa differenza.
Bartov ignora anche le analisi di esperti militari e di sicurezza, sia israeliani sia stranieri, che descrivono l’estrema difficoltà di combattere un’organizzazione terroristica che opera da una fortezza sotterranea, utilizza i civili come scudi umani, non costruisce alcun rifugio per proteggerli e conduce una guerra all’interno o al di sotto di ospedali, scuole, moschee e case. Pur facendo leva sui propri studi precedenti dedicati all’esercito tedesco e dell’Asse nell’Europa orientale durante la Seconda guerra mondiale, la sua polemica spicca per l’assenza di un’analisi vera e propria delle realtà di guerra in ambiente urbano. Ignora la strategia di guerra di Hamas, discussa pubblicamente da Hamas stesso, che mette cinicamente in conto la probabilità di vittime civili per vincere una guerra di propaganda contro Israele.
Certo, Bartov dedica sì, ma con parsimonia, alcune pagine alla storia dell’antisemitismo, che però non offrono nulla che non sia già disponibile in numerose altre opere. Respinge l’idea che l’antisemitismo si sia manifestato nelle proteste contro Israele dopo il 7 ottobre. Scrive che la stragrande maggioranza dei manifestanti negli Stati Uniti «non approvava i crimini commessi da Hamas, ma condannava la distruzione di massa di Gaza da parte di Tzahal servendosi di aerei e bombe di fabbricazione americana». In realtà “la stragrande maggioranza” di coloro che allestivano accampamenti nei campus universitari statunitensi e partecipavano alle proteste scandiva: “Free Palestine from the river to the sea” (“Palestina libera dal fiume al mare”. Scandire uno slogan simile in questo contesto esprimeva un sostegno chiaro e inequivocabile agli obiettivi espressi da Hamas: non solo costringere Israele a porre fine alla sua politica in Cisgiordania e alle ostilità contro Hamas, ma anche distruggere con la forza lo Stato ebraico. Se una guerra del genere avesse avuto successo, avrebbe causato la morte di centinaia di migliaia di israeliani, e non di 1.200. Se scandire slogan a favore di una tale guerra non costituisce una forma di antisemitismo, allora il termine è privo di ogni significato.
Bartov scrive come se il piccolo Stato di Israele avesse il potere o l’intenzione di “ficcare” la definizione di una parola “nella testa” degli altri governi.
Bartov si oppone alla definizione di antisemitismo adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Secondo lui questa è “profondamente sbagliata” poiché suggerisce che «l’opposizione al sionismo e persino l’opposizione allo sionismo suprematista di Netanyahu equivale all’antisemitismo». In realtà, l’IHRA non impedisce di criticare la politica israeliana e il principale autore di questa definizione è stato il compianto Yehuda Bauer, illustre storico di orientamento liberal della Shoah, non Benjamin Netanyahu. Inoltre, Bartov evoca con disprezzo gli sforzi di Israele per “ficcare” la definizione dell’IHRA nella testa degli altri governi” e li associa alla tendenza di Israele a stringere legami con governi autoritari di destra in Ungheria, Russia e India, con l’ala MAGA del Partito Repubblicano, con il Rassemblement National in Francia, con Alternative für Deutschland (AfD) in Germania e con il presidente Donald Trump stesso.
Bartov scrive come se il piccolo Stato di Israele avesse il potere o l’intenzione di “conficcare” la definizione di una parola “nella testa” degli altri governi. Non menziona il fatto che, a luglio 2025, ben prima della pubblicazione del suo libro, una quarantina di paesi, tra cui Australia, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Stati Uniti, avevano adottato la definizione dell’IHRA. Essa afferma che gli sforzi volti a negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione attraverso l’esistenza dello Stato di Israele rappresentano effettivamente una forma di antisemitismo. Bartov non informa i suoi lettori che, in tutto il mondo e nelle democrazie liberali, numerosi esponenti politici e alti funzionari ben informati condividono l’opinione di Bauer.
Bartov respinge la definizione dell’IHRA, in parte a causa della sua animosità nei confronti dello Stato ebraico. Sebbene Israele aspirasse a essere un luogo sicuro per gli ebrei, è invece «diventato il luogo più pericoloso per gli ebrei ovunque si trovino, con, al cuore di questa violenza, il desiderio dei palestinesi di tornare a casa e il rifiuto categorico di Israele di condividere la terra». Israele è ormai «il miglior pretesto per l’antisemitismo; una nazione potente e ricca che, dipendente dalla violenza e dall’oppressione, non smette di servirsi degli orrori della Shoah come scusa per giustificare la violenza contro i palestinesi, al punto che i suoi sostenitori di più lunga data, seppur sempre meno numerosi si sentono sempre più a disagio, disgustati e inorriditi dalle azioni dello Stato di Israele».
Ci saranno lettori che vedranno in queste frasi una giustificazione dell’antisemitismo, e forse ebrei che penseranno che, senza Israele, la loro vita non sarebbe adombrata dalla minaccia antisemita. In questi passaggi, Bartov accetta implicitamente come legittimo il desiderio dei palestinesi di «tornare alle proprie case», come se non avessero rifiutato più volte le offerte fatte loro di avere un proprio Stato, e come se non ci fossero state conseguenze per aver scatenato, e poi perso, una guerra di aggressione contro il neonato Stato di Israele nel 1948. Queste sono questioni complesse alle quali numerosi storici hanno dedicato opere importanti. Tuttavia, Bartov, il polemista, vede «al centro della violenza» il «rifiuto categorico» di Israele di condividere la terra. Il suo linguaggio sopra le righe riguardo alla “dipendenza” di una nazione “dalla violenza e dall’oppressione” potrebbe essere facilmente usato da alcuni antisemiti, felici di poter trovare ancora un professore nato in Israele disposto a pronunciare simili parole, così come una prestigiosa casa editrice di New York pronta ad associarvi il suo nome.
Bartov dimostra che si può scrivere della Shoah e del genocidio senza conoscere gli studi sull’antisemitismo. La sua scarsa dimestichezza traspare dai commenti che fa in materia. Scrive, ad esempio, che l’ascesa di partiti come l’AfD in Germania smentisce «l’idea secondo cui l’attuale aumento dell’antisemitismo sarebbe causato dalle popolazioni immigrate, in particolare da quelle provenienti da Paesi arabi e musulmani, nonché dai partiti di sinistra. Le radici dell’antisemitismo sono sempre state a destra, sia nella forma del conservatorismo più radicale sia in quella rivoluzionaria del fascismo. E l’aumento della violenza antiebraica nel mondo, nonostante le dichiarazioni contrarie, deriva principalmente dagli ambienti di estrema destra, razzisti e suprematisti». Qui, Bartov fa leva sull’ignoranza dei suoi lettori. Le “radici dell’antisemitismo” si trovano, ovviamente, a destra, ma non “sempre”, e di certo non in modo esclusivo. Esiste infatti una tradizione di antisemitismo di sinistra, che va da Voltaire e Marx fino a Stalin, e associa, con disprezzo gli ebrei a un capitalismo aborrito. Durante le purghe “anticosmopolite” di Stalin nel corso della guerra fredda, i “sionisti” venivano accusati di far parte di un complotto imperialista americano volto a rovesciare i governi comunisti. Queste accuse hanno portato all’arresto e all’esecuzione di ebrei, cui seguirono poi diversi decenni di propaganda antisionista e antisemita diffusa in tutto il mondo dal blocco sovietico. Bartov tace anche sul breve periodo in cui l’Unione Sovietica e il movimento comunista hanno sostenuto la creazione dello Stato di Israele.
Bartov dimostra che si può scrivere della Shoah e del genocidio senza conoscere gli studi sull’antisemitismo.
Oggi esiste una vasta letteratura accademica che documenta le idee antisemite diffuse tra alcuni rifugiati musulmani in Europa: si tratta di studi fondamentali che Omer Bartov sceglie deliberatamente di ignorare. Così come ignora la produzione scientifica, imponente, dedicata alle forme islamiche e islamiste di antisemitismo emerse in Egitto con la creazione dei Fratelli musulmani negli anni ’30. Scrive come se celebri antisemiti, quali Amin al-Husseini, Sayyid Qutb, l’ayatollah Khomeini, Yusuf al-Qaradawi e l’ayatollah Khamenei, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di Hamas, Hezbollah e della Repubblica islamica dell’Iran, non fossero mai esistiti. Tutti gli storici seri dell’antisemitismo oggi sanno che l’odio antiebraico si manifesta in forme di destra, di sinistra e islamiste; se non lo sanno è perché non seguono più l’evoluzione della loro disciplina. Bartov ignora questo vasto corpus di studi.
Bartov fa anche delle affermazioni errate sul mestiere di storico. Afferma che esiste un consenso accademico che «colloca il crimine di massa nazista all’interno di una serie di genocidi moderni, iniziata con gli Herero e i Nama nell’Africa sud-occidentale colonizzata dai tedeschi nel 1904, ovvero l’attuale Namibia» dimostrando così, a suo dire, che la Shoah non è un evento unico ma va inserita nel “contesto storico più ampio” del colonialismo e della storia anticoloniale. In realtà, tale consenso non esiste. Alcuni sostengono questa tesi da decenni, ma la maggior parte degli storici della Shoah contesta l’ipotesi secondo cui le origini del progetto di sterminio degli ebrei in Europa si troverebbero nel colonialismo. Certo, la politica nazista nell’Europa orientale durante la Seconda guerra mondiale è stata una forma di imperialismo razziale continentale che mirava a sostituire le popolazioni locali con coloni tedeschi. Tuttavia, il consenso pressoché unanime degli storici della Shoah sulla “Soluzione finale della questione ebraica in Europa” è che questa politica derivasse dalla radicalizzazione di un odio antiebraico plurisecolare presente in Germania e in altre parti d’Europa, combinata con la sua secolarizzazione sotto forma delle teorie razziali dell’antisemitismo emerse nel XIX secolo e con l’estremismo politico nato dalla crisi politica ed economica della Germania del primo dopoguerra. Inoltre, gli storici della Shoah si sono concordemente opposti ai tentativi, diffusi sia all’estrema destra sia all’estrema sinistra di occultare le radici della Shoah nella storia tedesca ed europea. Eppure, molti dei lettori di Bartov, probabilmente la maggior parte, così come i giornalisti che, favorevoli alle sue tesi, ne riprendono le affermazioni, non conoscono questi studi.
In un capitolo dal titolo evocativo – “Sul massacro di bambini” – , Bartov scrive:«gli appelli continui alla vendetta promossi dal governo e dai generali di Tzahal hanno contribuito a una straordinaria indifferenza dei cittadini israeliani di fronte al massacro di massa dei civili palestinesi a Gaza protrattosi per mesi, bambini compresi». Non posso pronunciarmi sul contenuto della stampa e dei principali media in lingua ebraica, ma una tale indifferenza non emerge dalle pagine dell’edizione inglese di Haaretz, del Jerusalem Post o del Times of Israel. Ancora una volta, l’autore si basa su prove aneddotiche e insufficienti per sostenere la sua accusa di “straordinaria indifferenza” attribuita a un gruppo così indifferenziato come “i cittadini israeliani”. Uno storico che attribuisce una colpa collettiva agli “americani”, ai “britannici”, ai “tedeschi” o a qualsiasi altro gruppo nazionale di cittadini dovrebbe essere molto cauto nel farlo; Bartov, invece, getta al vento ogni prudenza. Certo, i leader israeliani hanno dichiarato guerra per sconfiggere Hamas e togliergli la capacità di attaccare di nuovo Israele, capacità che i suoi stessi dirigenti avevano proclamato di voler usare. Nonostante le dichiarazioni sopra le righe di diversi membri del governo israeliano, la politica realmente attuata non è stata quella della vendetta. Il termine appropriato è quello di legittima difesa, una politica che uno Stato che abbia a cuore la vita dei propri cittadini dovrebbe adottare.
Nell’estate del 2025, il Begin-Sadat Center for Strategic Studies dell’Università Bar-Ilan ha pubblicato uno studio di 300 pagine intitolato Debunking the Genocide Allegations: A Reexamination of the Israel–Hamas War from October 7, 2023 to June 1, 2025, e redatto da diversi ricercatori dell’Università Ebraica di Gerusalemme, dell’Università di Tel Aviv e dello Shalem College, nonché da un giurista specializzato nel diritto internazionale dei diritti umani. Gli autori hanno contestato l’accusa di genocidio, così come quelle di carestia e uso sproporzionato della forza, e hanno sollevato interrogativi sulla credibilità dei dati e delle statistiche forniti dal Ministero della Salute di Hamas. Uno storico che formula l’accusa di genocidio dovrebbe esaminare uno studio di questo tipo. Sarebbe inoltre tenuto a confrontarsi con le argomentazioni presentate dagli avvocati di Israele dinanzi alla Corte internazionale di giustizia in risposta alle accuse mosse dal Sudafrica. Bartov non fa né l’uno né l’altro.
Il tradimento del mestiere dello storico da parte di Bartov emerge dalla carenza di prove e di ragionamento causale. Bartov ha abbandonato il mestiere di storico per la polemica.
Infatti, quando si tratta di attaccare gli israeliani, Bartov tira fuori l’artiglieria pesante della retorica. Il suo richiamo alla «incapacità dei commentatori israeliani, dei giornalisti e dell’opinione pubblica di immaginare i bambini palestinesi dilaniati dalle bombe americane» ricorda le parole di Hannah Arendt su Adolf Eichmann, secondo cui «il genocidio moderno è, in fin dei conti, il prodotto di una mancanza di immaginazione». Secondo Bartov, l’immaginario israeliano è rimasto «ossessionato dal massacro del 7 ottobre e dal suo rapporto immaginario con la Shoah, al punto che gli orrori inflitti a Gaza sono stati letteralmente censurati dai media e deliberatamente occultati nell’immaginario collettivo. In questo senso, l’indifferenza dinanzi alla morte dei bambini palestinesi è anche il prodotto di un’esasperazione morbosa, di un compiaciuto e pornografico indugiare sulla propria sofferenza». Queste parole sono scritte da qualcuno che non coglie né la gravità del genocidio interrotto del 7 ottobre né la misura in cui la condotta della guerra a Gaza sia diventata oggetto di un intenso dibattito all’interno di Israele.
Bartov pretende di conoscere ciò che lui definisce “l’immaginario israeliano”, una mentalità unitaria e stereotipata che dovrebbe valere per tutti gli israeliani o la maggior parte di essi. Evoca la sovraeccitazione, così come «il compiaciuto e pornografico indugiare sulla propria sofferenza». Solo un polemista che si rifiuti di riconoscere la gravità di ciò che Hamas ha fatto agli israeliani, la crudeltà consumata a distanza ravvicinata, nell’assassinare intere famiglie nelle loro case, spesso bambini e genitori sotto gli occhi gli uni degli altri, un’esplosione di violenza alimentata dal piacere di uccidere e di mostrare orgogliosamente, in video, le proprie atrocità, potrebbe scrivere parole tanto insensibili e spietate. Ma Bartov non è il primo ad accusare gli ebrei di prestare troppa attenzione agli omicidi dei propri correligionari.
Il tradimento del mestiere dello storico da parte di Bartov emerge dall’insufficienza di prove e dal suo ragionamento causale. Bartov ha abbandonato il suo mestiere a favore della polemica. Parla di “intenzioni genocidarie espresse esplicitamente da politici e alti ufficiali dell’esercito” come se fossero un fatto accertato. Nel libro non si trova alcuna discussione dei dettagli delle operazioni militari israeliane, della battaglia per questa o quella città o zona di Gaza, o di come si siano comportate le diverse unità israeliane. Eppure, Bartov sostiene che lo svolgimento delle operazioni di Tzahal a Gaza, che non ha esaminato, lo porta a concludere che «queste intenzioni [genocidarie] sono state comunque messe in pratica». Gli attacchi a infrastrutture civili, ospedali, scuole, reti idriche ed elettriche «sono andati ben oltre quanto fosse necessario […] Tutto ciò non è stato accidentale, ma ha fatto parte di una strategia volta a distruggere Gaza in quanto luogo vivibile per i palestinesi. Anche se non c’è stato un ordine genocidario formale, la logica militare mostra che il genocidio è stato la conseguenza di tali atti». Non si tratta più di “coincidenza”, bensì di una “politica deliberata”.
Bartov non riesce né a dimostrare che un genocidio ha avuto effettivamente luogo, né, anche ammettendo questa ipotesi, a fornire prove o spiegazioni causali che confermino si trattasse di una “politica deliberata”. È una conclusione sbalorditiva da parte di uno storico della Germania nazista. Come ben sanno i lettori che conoscono le opere di Yehuda Bauer, Richard Breitman, Christopher Browning, Lucy Dawidowicz, Raul Hilberg, Saul Friedländer, Ian Kershaw, Peter Longerich e molti altri, il tentativo di stabilire dei nessi causali tra l’ideologia di Hitler e il processo decisionale che portò alla Soluzione Finale ha richiesto migliaia di pagine, decine di migliaia di note a piè di pagina, anni di ricerche negli archivi, un esame minuzioso delle date e della cronologia delle dichiarazioni, delle riunioni e degli ordini rivolti agli Einsatzgruppen, nonché della costruzione e del funzionamento dei campi di sterminio. Eppure, senza aver consultato gli archivi israeliani e senza aver condotto un’attenta analisi delle fonti pubbliche relative al processo decisionale, Bartov sostiene ugualmente con sicurezza l’esistenza di una “politica deliberatamente perseguita”. Non vi è alcun motivo per prendere sul serio questa conclusione. Ancora una volta, Bartov ha abbandonato il mestiere dello storico per la polemica.
Il problema dell’argomentazione di Bartov non è che sia errata perché antisemita: è errata perché è falsa. Eppure, la ripetuta diffusione di simili menzogne contro gli ebrei e adesso anche contro Israele alimenta inevitabilmente l’antisemitismo, intensificando l’odio nei confronti degli ebrei in tutto il mondo e aggravando la crescente ostilità verso Israele.
Il Bartov polemista conclude con l’accusa di colpa collettiva contro gli israeliani. «Come faremo i conti con l’annientamento di Gaza? Israele dovrà mai rispondere davanti alla giustizia dei suoi atti genocidari?». Le conseguenze a lungo termine di questa farsa potrebbero tuttavia liberare Israele dal suo status di unico Stato radicato in un genocidio unico. La «licenza di cui Israele, patria delle vittime, ha goduto e di cui ha abusato potrebbe diminuire. I figli e le figlie della prossima generazione saranno liberi di ripensare la propria vita e il proprio futuro al di là della memoria della Shoah; pagheranno anche per i peccati dei loro genitori e porteranno il fardello del genocidio commesso in loro nome».
Così, dopo aver scritto un libro pieno di accuse infondate, Bartov si erige a giudice e giuria e dichiara colpevoli gli imputati. Israele non sarà più in grado di sopravvivere, diventerà uno «Stato paria, sempre più isolato dai suoi alleati e dagli ebrei della diaspora e alla fine, credo, «l’apartheid israeliano imploderà, come accadde in Sudafrica, sotto la pressione di proteste di massa e delle sanzioni economiche da parte della comunità internazionale»; e forse, da queste rovine, emergerà una sorta di Stato binazionale.
Bartov ha scritto un libro che combina la scarsità di prove e argomentazioni causali convincenti con uno stile di scrittura capace di far presa su giornalisti, attivisti politici e persino accademici desiderosi di leggere uno storico israeliano della Shoah che rafforza con eloquenza le loro opinioni sempre più ostili non solo nei confronti dello Stato di Israele, ma anche verso gli israeliani in quanto popolo. Non si tratta di stabilire se Bartov sia antisemita o no, anche se è chiaro che rifiuta totalmente il sionismo. Si tratta invece di stabilire se in Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele avanzi argomenti vere o false e, supponendo che siano false, se questo libro ricicli e rinnovi abilmente l’accusa più antica e duratura che sta al cuore dell’ideologia antisemita: gli ebrei, dai tempi della Crocifissione, passando per i racconti coranici degli ebrei che uccidono i profeti, fino alle accuse di omicidio rituale e alle teorie moderne di complotto che li rendono responsabili delle guerre, sarebbero un popolo particolarmente incline, per abitudine, tradizione e carattere, a uccidere degli innocenti. Questa calunnia è stata al centro di secoli di persecuzioni antiebraiche e ha raggiunto il culmine con la Shoah, quando i nazisti diffusero l’idea di un ebraismo internazionale deciso a “sterminare” il popolo tedesco».
L’accusa di genocidio rivolta contro lo Stato di Israele va letta nel quadro di una lunga storia di calunnie antisemite. Come le calunnie che l’hanno preceduta, questa trasforma in articoli di fede e in convinzioni difese con fervore affermazioni sorrette da pochissime prove, se non da nessuna. Il problema dell’argomentazione di Bartov non è che sia errata perché antisemita, ma perché è falsa. Eppure, la ripetuta diffusione di simili menzogne contro gli ebrei, e adesso anche contro Israele, alimenta inevitabilmente l’antisemitismo, intensificando l’odio nei confronti degli ebrei in tutto il mondo e approfondendo la crescente ostilità verso Israele (stesse osservazioni di sopra).
L’opera di Bartov, Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele potrebbe contribuire allo sforzo in corso per rendere rispettabile l’odio verso Israele nei circoli accademici, nelle redazioni, nei think tank e all’interno di molti partiti politici. Mi auguro che, in questo caso, la strategia del trasferimento di prestigio fallisca e che i lettori più perspicaci riflettano sulla domanda «In quale abisso sta precipitando Omer Bartov?». Questo libro non soddisfa né gli standard di rigore richiesti agli storici professionisti, né quelli che ci si aspetta da una casa editrice prestigiosa come Farrar, Straus and Giroux. Nondimeno, le prime reazioni indicano che potrebbe rivelarsi una polemica di successo e un successo commerciale. La sua mancanza di pregio scientifico non diminuirà il suo contributo alla campagna mondiale volta a minare la legittimità dello Stato di Israele. Se così fosse, non sarebbe la prima volta che un pessimo libro esercita un’influenza smisurata sull’opinione pubblica e su quella che si esprime sulla stampa e nei libri
Testo originariamente pubblicato su The Israel Journal of Foreign Affairs, 28 giugno 2026.
La traduzione, anche delle citazioni dal testo di Bartov, è di Alice Lumia