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Zeruya Shalev su Israele e la guerra in Iran

"Giochiamo alla roulette russa – contro la nostra volontà"

Scritto nei primi giorni della risposta iraniana, questo testo della scrittrice israeliana Zeruya Shalev – autrice tra l’altro di Una relazione intima, Quel che resta della vita, Dolore e Stupore, in Italia tradotti da Elena Loewenthal e pubblicati da Feltrinelli — esprime la profonda ambivalenza di una parte degli israeliani di fronte alla guerra in corso. In mezzo alle esplosioni e alle sirene, il dubbio si approfondisce: anche se la guerra fosse giustificata, è possibile fidarsi del governo che vi ha trascinato Israele?

Zeruya Shalev

Di nuovo le sirene risuonano mentre vi scrivo; suoni ascendenti e discendenti che urlano dal mio telefono cellulare e dagli altoparlanti, fuori, sempre più forti, accompagnati dalle parole «Allarme rosso! Allarme rosso! Allarme rosso!», corro rapidamente giù per le scale, un piano e mezzo, fino alla terrazza e poi ancora qualche gradino fino al rifugio sotto casa nostra. Nel momento in cui chiudo la porta, si sentono già le esplosioni. Si tratta il più delle volte dei colpi di difesa, in cielo, talvolta anche di razzi che si abbattono o di detriti che cadono dopo l’intercettazione. Nel primo giorno di guerra un edificio di venti piani non lontano da qui è stato colpito, e le pareti del rifugio hanno tremato.

La notte scorsa, purtroppo, anche Hezbollah è entrato in guerra e ora bombarda Haifa e il nord del nostro paese dal vicino Libano. I razzi di Hezbollah mi fanno più paura, per il tempo di allerta breve: dobbiamo essere nel rifugio nel giro di un minuto. Non è così facile quando si viene strappati al sonno nel cuore della notte, quando le gambe barcollano sulle scale e la coscienza è invasa dal colore rosso. Rosso come gli anemoni che stanno appena cominciando a fiorire in questa primavera israeliana così breve. Rosso come il sangue dei corpi feriti e dei morti, ovunque nel paese.

Migliaia hanno perso la loro casa

In un edificio residenziale a Tel Aviv, in una sinagoga a Bet Shemesh, in una strada di Gerusalemme: dodici morti finora in questa guerra, tra loro una madre e sua figlia, un padre e suo figlio, tre fratelli di 13, 15 e 16 anni, e decine di feriti, migliaia che hanno perso la propria casa, quando il governo non ha nemmeno cominciato a occuparsi degli edifici danneggiati durante l’ultimo conflitto con l’Iran, nel giugno scorso.

Se questa guerra aiutasse le iraniane e gli iraniani a liberarsi del loro governo dittatoriale sarebbe un immenso sollievo per il popolo iraniano e per il mondo intero.

Ancora una volta tutti i cittadini di Israele partecipano a una sorta di roulette russa, contro la propria volontà. Non perché si tratterebbe di una guerra ingiustificata: da tanti anni il regime iraniano minaccia di distruggere Israele e di attaccare gli Stati Uniti. Dirige gruppi terroristici sanguinari della jihad islamica, reprime con estrema crudeltà i diritti umani e i diritti delle donne in Iran, assassinando in massa i propri oppositori. Non vi è alcun dubbio che se questo regime possedesse armi atomiche potrebbe minacciare il mondo intero. Allo stesso modo, non vi è alcun dubbio che se questa guerra aiutasse le iraniane e gli iraniani a liberarsi del loro governo dittatoriale, sarebbe un immenso sollievo per il popolo iraniano e per il mondo intero.

È difficile per molti israeliani fidarsi del primo ministro israeliano e della sincerità dei suoi motivi e delle sue intenzioni, e io sono tra questi. Da alcuni anni ormai egli agisce senza freni, mosso da interessi personali e politici, e ha dimostrato innumerevoli volte che le vite umane e il bene dello Stato sono l’ultima cosa che gli interessa.

Il suo interesse principale è piuttosto mantenere il suo governo al potere. Più che mai, più di molti altri dirigenti nel corso della storia, Netanyahu ha disperatamente bisogno di vincere le prossime elezioni. Se le vincerà, potrà portare a termine senza ostacoli il colpo di Stato che ha avviato due anni e mezzo fa, distruggere il sistema giudiziario israeliano, straordinario sotto molti aspetti, e abolire lo Stato di diritto che rappresenta per lui una minaccia.

Una guerra per mascherare i propri fallimenti

Perché è soltanto se vincerà le elezioni che potrà far annullare il processo penale intentato contro di lui, così come le indagini sui suoi rapporti e su quelli dei suoi consiglieri più stretti con il Qatar, indagini nel corso delle quali potrebbe rivelarsi il più grande traditore della storia del popolo ebraico. E potrà naturalmente anche impedire la creazione di una commissione statale d’inchiesta sulla catastrofe del 7 ottobre 2023, che con ogni probabilità lo riterrebbe responsabile e colpevole sotto ogni aspetto. Deve vincere queste elezioni per ragioni personali, altrimenti con ogni probabilità il resto della sua vita lo passerà dietro le sbarre.

È difficile per molti israeliani fidarsi del primo ministro israeliano e della sincerità dei suoi motivi e delle sue intenzioni, e io sono tra questi.

Ma che cosa può fare quando, da due anni ormai, dal 7 ottobre, nessun sondaggio prevede la sua vittoria? Non vi è dubbio che manipolerà i risultati elettorali, se necessario. Ma per il momento ai suoi occhi nulla vale più di una vittoria in Iran, per dissimulare i suoi molteplici fallimenti, per racimolare ancora qualche seggio che gli permetta di restare al potere. Già ora utilizza la guerra per condurre una nuova campagna in vista della grazia presidenziale, con il sostegno di Trump.

Un Israele all’iraniana

Anche il presidente Trump ha i propri interessi in questa guerra, e chissà che cosa Netanyahu gli ha promesso in cambio della sua partecipazione a questo conflitto che, anche se giustificato, è spaventoso come lo è ogni guerra, e di cui nessuno può ancora prevedere l’esito. La storia ci insegna che i tentativi di rovesciare governi dall’esterno sono votati al fallimento e conducono spesso a situazioni ancora peggiori.

Che cinico paradosso stiamo vivendo, mentre razzi e droni passano sopra le nostre teste: mentre Netanyahu manda i piloti dell’aeronautica a combattere per un Iran democratico, egli fa di tutto, con il suo governo di estrema destra, per trasformare passo dopo passo la democrazia israeliana in un Iran. Tutto è già in atto e nulla è frutto del caso: la radicalizzazione religiosa, l’estensione delle competenze dei tribunali rabbinici, la discriminazione nei confronti delle donne, la restrizione del diritto di manifestare, una polizia politica, nomine motivate politicamente.

La scelta tra la propria sopravvivenza e la sopravvivenza dello Stato Netanyahu l’ha fatta da tempo.

La fuga dei cervelli è già ben avviata, esattamente come è accaduto in Iran. Medici, professionisti dell’high-tech, scienziati e ingegneri lasciano il paese in massa. Israele non sopravviverà se non resterà una democrazia, come Amos Oz disse nel suo discorso profetico del 17 febbraio 2015 davanti all’Institute for National Security Studies dell’università di Tel Aviv, dove presagiva quella cupa dittatura di fanatici religiosi che potrebbe instaurarsi da noi.

Più paura di Netanyahu che dei razzi iraniani

Tutto questo Netanyahu lo sa e lo comprende perfettamente, e ciò rende la cosa ancora più insopportabile. In piena consapevolezza decide di formare una coalizione con tutti i nemici di Israele e di nuocere a Israele, di indebolirlo soltanto per preservare il suo governo corrotto.

Se tra qualche mese dovesse vincere le elezioni molti dei piloti che oggi invia in Iran lascerebbero anch’essi il paese, così come molti altri spiriti brillanti cui Israele deve le sue realizzazioni straordinarie; ma la scelta tra la propria sopravvivenza e la sopravvivenza dello Stato Netanyahu l’ha fatta da tempo.

Ed è per questo che anche se ogni volta corro nel rifugio al suono dell’allarme, e anche quando le esplosioni cominciano prima che io sia arrivata, devo ammettere che Netanyahu mi fa molta più paura dei razzi iraniani. Abbiamo i mezzi per difenderci dall’Iran. Li abbiamo ancora. Ma contro un primo ministro psicopatico senza coscienza morale né inibizioni, purtroppo non abbiamo abbastanza strumenti. Ed è per questo che, più nutro speranze per il popolo iraniano, più temo per l’avvenire degli israeliani.

«Wir spielen russisches Roulette – gegen unseren Willen» di Zeruya Shalev © All rights reserved. Frankfurter Allgemeine Zeitung – 06/03/2026.

Foto di Zeruya Shalev

Zeruya Shalev

Zeruya Shalev è una scrittrice israeliana, nata nel 1959 a Kvutzat Kinneret. Ha studiato la Bibbia all’Università ebraica di Gerusalemme e ha lavorato come editor. È stata gravemente ferita in un attentato a Gerusalemme nel 2004, esperienza che ha lasciato una traccia nel suo lavoro. Una relazione intima, Quel che resta della vita, Dolore e Stupore, tra i suoi principali romanzi, in Italia sono tradotti da Elena Loewenthal e pubblicati da Feltrinelli; le sue opere, tradotte in numerose lingue, l’hanno imposta come una delle grandi voci della letteratura israeliana contemporanea.