#63 / Editoriale
Durante la pausa estiva K. sospende la pubblicazione di nuovi articoli. Ogni settimana riproponiamo un testo, scelto dal nostro archivio, che raccoglie tutto quello che abbiamo pubblicato negli ultimi cinque anni: un invito a scoprire ciò che forse era passato inosservato, a rileggere pagine che conservano tutta la loro attualità e a condividere, con chi ancora non conosce K., un patrimonio di contenuti che resta liberamente accessibile a tutti.
Questa settimana proviamo a guardare l’Italia da fuori, con lo sguardo d’oltralpe: l’ebraismo italiano, che non assomiglia a nessun altro, è troppo antico per essere una storia di immigrazione, troppo discreto per alimentare un folklore, per raccontarsi come una tragedia continua. Eppure è attraversato da una domanda: cosa vuole fare il Paese dei suoi ebrei? E come si rapportano gli ebrei italiani col proprio Paese?
Simone Disegni richiama alla memoria le figure di Edgardo Mortara, strappato alla sua famiglia dal Vaticano nel 1858, e di Franco Cesana, partigiano tredicenne caduto per la Resistenza, due bambini italiani, bolognesi, ebrei. La loro storia nell’era di Giorgia Meloni solleva la domanda che attraversa tutto questo dossier: a quale patria, a quale nazione intende fare riferimento l’Italia di oggi, e quale posto vi possono avere coloro per duemila anni hanno continuato a viverci?
Continuiamo con uno sguardo tormentato: difendere il diritto della minoranza ebraica ad avere un rifugio? Per Pasolini è una vera e propria necessità. Ma una volta diventati una maggioranza normale gli ebrei diventano allora impossibili da amare come Pasolini amava gli emarginati. Tristan Koskas si interroga invece sul ruolo paradossale che viene così assegnato agli ebrei, tra identificazione e disagio.
Ada Treves prende il testimone, ritraendo dall’interno quell’ebraismo italiano «inerte», secondo le parole di Primo Levi, minoritario anche all’interno della minoranza, ricco di una presenza bimillenaria che spesso vive dietro facciate anonime.