#62 / Editoriale
Dibbouk, golem, zombie, spettri, lupi mannari e altri mazzikim: la demonologia ebraica è entrata nel cinema, ma cosa ha da raccontarci? Tra memoria della Shoah, riflessione sul male, sul corpo o sull’inconscio, o addirittura la ricerca di una religiosità alternativa David Haziza approfondisce la storia di uno dei contributi più singolari dell’ebraismo all’arte e alle rappresentazioni.
Al Museo Ebraico di Berlino è possibile ascoltare oltre 220 ore di registrazioni audio inedite realizzate da Claude Lanzmann e dalle sue assistenti tra il 1973 e il 1978, durante la fase preparatoria di Shoah. Questo materiale eccezionale, inserito nel registro «Memoria del Mondo» dell’UNESCO nel 2023, rivela un Lanzmann in piena ricerca, che procede a tentoni, raccogliendo testimonianze e racconti ben oltre i confini del suo film. Tamar Lewinsky, curatrice della mostra, ripercorre la genesi di questo progetto, le sfide poste dagli archivi sonori e ciò che queste voci, registrate mezzo secolo fa, possono ancora insegnarci.
Con Oui Nadav Lapid è stato capace di elettrizzare Cannes e la critica francese. Acclamato sia come pamphlet politico che come confessione catartica, il film solleva però una domanda: cosa si applaude, in fondo, in quest’opera che viene presentata come radicale? Dietro l’opera cinematografica, c’è il discorso del regista israeliano, una figura mediatica che assumendo a volte il ruolo di sabra decostruito, a volte quello di profeta di sventura o di poeta veggente affascina la critica francese. Laure Abramovici propone uno sguardo sul percorso del regista israeliano e sull’accoglienza riservata alla sua opera dalla critica francese.