#49 / Editoriale
Difendere Israele da una posizione sionista significa oggi trovarsi intrappolati in una morsa soffocante. A sinistra un antisionismo che si oppone a ciò che per principio rifiuta di comprendere, poiché riconduce l’essenza di Israele all’idea di un Occidente dominatore. A destra è diventata dominante una rumorosa difesa di Israele che non si cura della specificità di questo Stato poiché lo difende solo in quanto sarebbe uno «Stato come tutti gli altri», il che porta a sostenere la politica del governo Netanyahu proprio nel momento in cui quest’ultimo tradisce più apertamente il senso del sionismo.
Assumere una posizione sionista così intesa deve portarci a criticare Israele senza indulgenza quando si allontana dal suo ideale e scivola nella dominazione più brutale. Oggi l’estensione della colonizzazione in Cisgiordania deve essere oggetto del nostro più vivo rifiuto poiché rappresenta proprio il punto in cui la deviazione è più radicale. Questa settimana pubblichiamo un’intervista a Dvir Warshavski, attivista religioso della sinistra israeliana e cofondatore dell’associazione Bnei Avraham, che accompagna gli agricoltori palestinesi sulle loro terre e li difende dalle aggressioni dei coloni. Descrive il deterioramento della situazione dei palestinesi in Cisgiordania, la crescente contiguità tra coloni e soldati e la progressiva erosione delle garanzie istituzionali. Ma testimonia anche che sul campo c’è chi mobilita la propria capacità di comprensione del significato del sionismo nella sua specificità ebraica e lotta per la convivenza con il popolo palestinese.
In questa situazione il testo del filosofo tedesco Christoph Menke ci aiuta a pensare a quale potrebbe essere sia un’altra difesa che un’altra critica di Israele. Ciò che egli sottolinea, partendo dalla sua analisi del carattere antiebraico della «difesa di destra» di Israele è che quest’ultima condivide con l’antisionismo una certa idea dello Stato dalla quale si distingue solo per la natura del giudizio espresso su di esso. In altre parole, sono uniti in una profonda ignoranza della differenza ebraica, nella misura in cui essa si è incarnata nella forma politica dell’Esodo ed è venuta a sovvertire le categorie del dominio statale. Ciò che viene quindi negata, da ambo le parti, è la possibilità che lo Stato ebraico non sia proprio uno Stato come tutti gli altri. Menke, quindi, ci permette di riaprire un dossier caro a K., quello del senso del sionismo in quanto continuazione della politica ebraica dell’esilio e non il suo termine.
Dal 16 aprile al 30 agosto, il mahJ, il Museo d’arte e di storia dell’ebraismo di Parigi, dedica una mostra all’artista transdisciplinare Noa Eshkol, per la prima volta in Francia. In questa occasione, pubblichiamo alcuni estratti che ripercorrono l’opera di questa ballerina, teorica del movimento e artista plastica, e sulla sua storia intrecciata con quella di Israele, dal kibbutz Degania Bet all’indomani della guerra del Kippur.