#48 / Editoriale
Yishai Sarid, uno scrittore e avvocato israeliano noto per i romanzi con cui critica la società e la politica di Israele nell’intervista condotta da Liam Hoare racconta come il paese si stia ripiegando su se stesso mentre il mondo se ne allontana. Sarid è sionista, il che non gli impedisce di definire i coloni un’aberrazione morale e la guerra in Iran un’impresa insensata. Questo, tuttavia, non lo protegge, in Europa, dove gli editori ormai evitano gli scrittori israeliani con formule cortesi: «non è il momento giusto», «aspettiamo di vedere, forse più tardi». Che a venire ridotte al silenzio per paura del termine «Israele» siano proprio le voci che criticano il paese dall’interno dice molto dell’imbarazzo europeo che rifiuta di riconoscere il problema.
Questo rinchiudersi nei rispettivi schieramenti, Sébastien Levi lo misura negli Stati Uniti. Gli ebrei americani sono presi in una morsa tra un’estrema sinistra che li invita a rinnegare Israele per avere il diritto di esistere tranquillamente, un’estrema destra tra cui la nostalgia di Hitler comincia a dichiararsi a viso aperto, e il governo israeliano che li disprezza come liberali ingenui in via di assimilazione. Il loro spazio si riduce. Peter Beinart, figura di primo piano dell’antisionismo ebraico americano, è arrivato persino a invitare le sinagoghe a dissociarsi da Israele per evitare di essere prese di mira consigliando loro, in sostanza, di proteggersi rendendosi meno visibili . Una simile idea ripropone, a suo modo, una logica perversa: proteggere gli ebrei proprio da chi cerca di difenderli, lasciando al contempo prosperare ciò che li minaccia.
Approfittiamo dell’attualità, questa volta su una nota positiva, per riunire nella pagina di apertura del nostro sito, un dossier con i testi che K. ha dedicato all’Ungheria. La sconfitta di Orbán alle ultime elezioni non chiude un’epoca, resta che ciò che egli ha costruito metodicamente per quindici anni: la presa sistematica delle istituzioni, lo svuotamento dello Stato di diritto attraverso la stessa via democratica non scompaiono con lui. Diversi testi lo testimoniano: hanno seguito questo laboratorio europeo dell’illiberalismo la cui lezione è tutt’altro che acquisita. Altri testi ripercorrono traiettorie ungheresi nella storia europea del XX secolo.