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Michael Walzer: dalla guerra giusta alla politica diventata ingiusta

In un articolo pubblicato su ‘Haaretz’ nel gennaio 2026, fondato su oltre tre ore di intervista con il filosofo americano Michael Walzer, autore di ‘Guerre giuste e ingiuste’, l’autore torna sulla sequenza aperta dal 7 ottobre tenendo insieme due proposizioni che molti si sforzano di disgiungere: sì, la guerra condotta da Israele contro Hamas era prima di tutto una guerra di difesa; no, questo non significa affatto che Israele sia rimasto nel giusto mentre il conflitto si protraeva. La testimonianza di Walzer vale anche come un ritorno su se stessi: vi si ritrova, nel momento in cui la guerra con l’Iran continua a infuriare, la coerenza di una posizione esistenziale e politica singolare, quella di un intellettuale ebreo americano, sionista senza essere israeliano, impegnato al fianco di Israele senza mai fare compromessi rispetto ai suoi standard morali e politici.

Smoke and flames billow after Israeli forces struck a high-rise tower in Gaza City, October 7, 2023. Palestinian militants have begun a "war" against Israel which they infiltrated by air, sea and land from the blockaded Gaza Strip, Israeli officials said, a major escalation in the Israeli-Palestinian conflict. Photo by Ali Hamad apaimages

Pubblicato nel gennaio 2026 da Haaretz, il testo che riproponiamo oggi è il sirultato di un’intervista durata oltre tre ore fatta al filosofo americano Michael Walzer durante un suo soggiorno in Israele. Si presenta sia come una panoramica di ciò che si è verificato dal 7 ottobre, fatta da un grande specialista dell’etica della guerra, sia come un ritorno a se stessi di tipo biografico, in cui i principali assi del suo pensiero e le sue scelte esistenziali – il sionismo «dal di fuori», o visto da un’altra prospettiva, il suo diasporismo americano di sinistra, impegnato al fianco di Israele –, si incrociano e si illuminano a vicenda. Per lo sguardo ebraico ed europeo di K., la posizione che egli incarna costituisce un importante punto di riferimento, tanto più che l’evoluzione della situazione lo porta a una diagnosi su Israele che, al di là delle differenze di percezione legate alla distanza dei due ancoraggi diasporici e alle prospettive specifiche che ne derivano, converge con quella che noi stessi siamo stati portati a formulare nel corso dei mesi.

Dieci giorni dopo il 7 ottobre, l’autore di Guerre giuste e ingiuste (1977) aveva rilasciato un’intervista che avevamo allora ripreso – «La giustizia esige la sconfitta di Hamas, non la vendetta contro i palestinesi» – perché ci sembrava descrivere nel modo più preciso i termini della guerra che si stava aprendo in quel momento e i dilemmi che essa poneva. Pur definendo l’attacco di Hamas un «pogrom alla vecchia maniera» e sottolineando quanto fosse giustificato lo scoppio della guerra, l’autore sperava che gli israeliani non cadessero nella crudele trappola che era stata loro tesa, «una nuova guerra nel senso più ampio e nelle sue molteplici accezioni», con le pesanti perdite civili palestinesi che ne sarebbero derivate. Una democrazia come Israele doveva evitare queste perdite il più possibile, anche in un contesto in cui la strategia di Hamas utilizzava incessantemente la popolazione civile come scudi umani. Molto preoccupato dalla decisione di «lanciare un assedio totale di Gaza e forse di partire alla sua conquista», chiedeva allora che questa guerra rimanesse una «guerra limitata»: la sua legittimità dipendeva dal limitarla a un obiettivo determinato, ossia neutralizzare la minacciaper Israele rappresentata da Hamas, il cui carattere omicida e la passione sterminatrice erano visibili a tutti.

Ma non è ciò che si è verificato. E questa constatazione non può non avere conseguenze sulla nuova diagnosi che è necessario fare ora, in una situazione di complessità rinnovata a causa del conflitto apertosi lo scorso 28 febbraio con la guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. Che questa sequenza, per Israele non sia separabile da quella iniziata il 7 ottobre – il che non significa che sia lo stesso per gli Stati Uniti – e che quindi siamo ancora nel proseguimento della svolta storica che essa ha rappresentato, dovrebbe risultare evidente. Ma occorre ancora esplicitare questa evidenza e interpretarla nel suo vero significato.

Dalla legittimità iniziale della guerra condotta a Gaza non è derivato che Israele sia rimasto nel giusto, né su quel territorio, né nella sua politica sempre più repressiva e colonizzatrice in Cisgiordania. A partire da una soglia che Walzer fissa con chiarezza, la guerra giusta è diventata ingiusta nel momento in cui si è delineata una via politica e non più militare per battere Hamas e liberare gli ostaggi, e questa è stata respinta dal governo israeliano.

In Europa, è degno di nota il fatto che ciò non sia affatto scontato. Sulla guerra attuale domina la visione semplicistica di due blocchi avversi, uno dei quali sarebbe mosso solo da mire imperialiste – americano-israeliane, senza distinzioni – mentre l’altro, per quanto condannabile possa essere nella sua politica interna, si sarebbe ritrovato in guerra suo malgrado. La ricostruzione che Walzer fa del 7 ottobre mette le cose in chiaro. Egli ricorda opportunamente ciò che qui abbiamo dimenticato troppo in fretta, ovvero il coinvolgimento dell’Iran nell’intera sequenza, un coinvolgimento la cui portata si estende fino a oggi. L’intervista a Walzer precede di alcune settimane l’inizio di un conflitto che egli ovviamente non poteva prevedere. Tuttavia ciò che afferma permette di comprendere meglio il presente.

Alla fine del 2023 la risposta israeliana a Gaza si giustificava pienamente come una guerra di difesa in un conflitto di cui l’Iran era già parte in causa. La fortuna di Israele è stata che i tre fronti, a Gaza, in Libano e con l’Iran, non si siano aperti simultaneamente con un triplice attacco, cosa che avrebbe minacciato la sua stessa esistenza. In questo senso, la guerra dei dodici giorni del giugno 2025 era altrettanto giustificata quanto lo scoppio di quella a Gaza. E l’unità che prevale in questo momento in Israele nel sostegno all’offensiva ne è l’eco ancora percepibile. Nessuno dimentica che l’Iran ha dato il via libera al 7 ottobre e che la sua azione si è protratta attraverso i suoi molteplici proxy, tra cui ovviamente Hamas, Hezbollah e gli Houthi. In questo modo non ha fatto altro che realizzare la sua volontà di distruzione dell’«entità sionista», asse fondamentale e incrollabile della sua politica estera.

Fare tutto il possibile affinché l’Iran non raggiungesse i suoi scopi era e resta una priorità. Rimane tuttavia aperta una questione, ossia se sia realisticamente perseguibile l’obiettivo militare di eliminare la principale fonte di questa minaccia, che il 7 ottobre ha mostrato esattamente a cosa può portare. In breve, si ripete, su una scala e su un fronte diversi, lo stesso dilemma già verificatosi in precedenza.

È questo dilemma, e le conseguenze disastrose a cui ha portato la sua precedente manifestazione, a pesare sull’interpretazione del conflitto attuale. Infatti, dalla legittimità iniziale della guerra condotta a Gaza non è derivato che Israele sia rimasto nel giusto né su quel territorio, né nella sua politica sempre più repressiva e colonizzatrice in Cisgiordania. A partire da una soglia che Walzer fissa con chiarezza, la guerra giusta è diventata ingiusta nel momento in cui si è delineata una via politica, e non più militare, per sconfiggere Hamas e liberare gli ostaggi – cosa che si era effettivamente verificata grazie all’intercessione di Biden – e che è stata respinta dal governo israeliano.

La colpa di quest’ultimo non lascia quindi alcun dubbio, così come quella della reazione reazionaria e vendicativa di una parte significativa della società israeliana, di cui l’esercito si è purtroppo fatto portavoce. La constatazione del filosofo è implacabile: lo jus in bello, il diritto nella guerra, distinto dal diritto di fare la guerra, è stato trasgredito da Israele in molteplici modi, con atti di estrema gravità.

E allo stesso tempo le violenze in Cisgiordania contro i palestinesi, perpetrate da coloni protetti dall’esercito, hanno assunto le sembianze di quelli che non si può non definire pogrom. Perché se il termine dovesse essere applicato al 7 ottobre a causa del suo modus operandi e della sua finalità, tale applicazione non è meno giustificata per le esplosioni di violenza le cui intenzioni omicide sono perfettamente esplicite. Su questo fronte interno la situazione peggiora di giorno in giorno, con solo alcune sporadiche mobilitazioni dei movimenti per la pace che cercano di frapporsi.

A ciò si aggiungono, proprio in Israele, i ripetuti attacchi legislativi che, come l’attuale progetto di legge sulla pena di morte, mirano solo ad aprire nello Stato di diritto delle “falle” discriminatorie di cui gli estremismi non avranno altro che da approfittare. Ancora una volta ci si vede costretti a fare affidamento sulla Corte Suprema, di cui si conosce tutta l’ostilità che le viene rivolta da parte degli attuali dirigenti, come l’ultimo anello che permette di resistere.

Insomma, il ritratto che Walzer traccia della politica israeliana, senza deviare dal suo sionismo e dalla sua difesa di uno Stato per gli ebrei in un contesto in cui i pericoli permangono – cosa che ci viene ricordata quotidianamente dagli attacchi iraniani, che perforino o meno difesa – è schiacciante. Ed è questo il senso di oppressione che condividiamo oggi, ridotti come siamo a riporre tutte le nostre speranze nelle possibilità di un completo cambio di rotta.

La lucidità di Michael Walzer, estranea tanto al semplicismo che riduce la complessità dei fattori in gioco quanto alla reticenza nel nominare senza ambiguità la realtà, costituisce per noi un sostegno prezioso. Ricordandoci da quale lungo percorso di riflessione politica e di impegno contro le violenze della guerra ma anche a favore di Israele derivano le sue analisi, ci permette di sondare meglio la profondità delle nostre preoccupazioni e l’atteggiamento che dobbiamo assumere in un contesto che, per quanto pieno di contraddizioni, non deve condannarci al silenzio e all’inazione.