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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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Da dove vengono gli ebrei? (e dove vanno?)

Durante la seconda serata organizzata da K. al Théâtre de la Concorde, intitolata "Ebrei d’Europa: Appuntamento in terra sconosciuta", Ruben Honigmann ci ha invitato a una riflessione sull’incoerenza di quei viaggi biblici che non si sa più da dove partano e dove arrivino. Pubblichiamo il testo del suo intervento, ampliato in occasione di Pesach, in cui si chiede se per gli ebrei la scarsa affidabilità del GPS biblico equivalga davvero a una condanna alla peregrinazione.

Una famiglia di ebrei yemeniti che cammina attraverso il deserto verso un campo sionista ad Aden, in viaggio verso Israele, 1949. Wikimedia Commons.

La sera di Pesach è incorniciata da due domande: da dove vengono gli ebrei e dove vanno?

La Haggadah di Pesach si apre interrogandosi sull’origine: veniamo da altrove. I nostri antenati non erano autoctoni, venivano « dall’altra parte del fiume ». Il seder si conclude con uno sguardo alla destinazione: «l’anno prossimo a Gerusalemme». L’anno prossimo diremo lo stesso e lo diciamo perfino se siamo già sul posto, a Gerusalemme. Sion è sempre all’orizzonte.

Da dove viene, a proposito, tutto questo rito? È la domanda che pongono tre dei «quattro figli».

«In vista di questo» si risponde indicando il piatto sul quale sono disposti gli oggetti commemorativi (pane azzimo, erbe amare, osso d’agnello, vino). Origine e finalità dunque si invertono: non commemoriamo l’uscita dall’Egitto, siamo usciti dall’Egitto per commemorare.

Un altro momento di confusione sull’origine avviene a proposito del consumo di pane azzimo (matza). La ragione ufficiale, quella che si insegna ai bambini, è che l’impasto non aveva avuto il tempo di lievitare durante l’uscita precipitosa dall’Egitto, da cui questo pane piatto. Ma, fin dall’inizio, la Haggadah dice che questo pane «di miseria» era quello che mangiavano gli schiavi ebrei in Egitto, dunque ben prima della loro liberazione. Mangiare di quel pane è simultaneamente segno di alienazione e di emancipazione, ci colloca sia prima sia dopo il big-bang della condizione ebraica.

Il seder si conclude con uno sguardo alla destinazione: «l’anno prossimo a Gerusalemme». L’anno prossimo diremo lo stesso e lo diciamo perfino se siamo già sul posto, a Gerusalemme. Sion è sempre all’orizzonte.

Peggio ancora, tutto è messo in atto, durante il Seder, per tenere a distanza l’evento fondatore, il punto di partenza che giustifica questa sera e attorno al quale si articola la quasi totalità della vita ebraica. Ci si aspetterebbe che il Seder consistesse semplicemente nel leggere i capitoli dell’Esodo che raccontano la schiavitù e l’uscita dall’Egitto. Ma nella Haggadah il racconto è costruito in modo molto più tortuoso: è il racconto di un racconto. Una lunga parafrasi del discorso che la Torah mette in bocca al futuro contadino ebreo che, una volta giunto nella terra promessa, dovrà raccontare come è arrivato fin lì, dall’Egitto. La sera del Seder frapponiamo dunque tre racconti tra noi e l’evento, come se di quest’ultimo, per sempre inaccessibile, potessimo percepire solo l’eco di un’eco.

L’origine è dunque opaca e la destinazione resta sfuggente. E questo si verifica da un capo all’altro dell’arco della storia ebraica.

È noto che essa comincia con un viaggio, quello di Abramo, il primo a essere chiamato ebreo.

Non so perché, forse perché gli ebrei vorrebbero farsi passare per più universalisti di quanto non siano, ma si sente spesso dire che ebreo significhi «traghettatore». Ora, non è così: la traduzione di «ebreo» non è traghettatore, ma passante, perfino passeggero, clandestino o no.

Un traghettatore fa passare qualcuno o qualcosa, un passante passa se stesso, è insieme oggetto e soggetto del proprio trasferimento.

Ed ecco perché:

Quello che si racconta in generale è che Abramo ha lasciato il suo paese, in Mesopotamia, e si è recato in Terra d’Israele. Il racconto biblico a una prima lettura  si presta in effetti a questa interpretazione. Ma il testo è traditore e non va letto così. C’è un bug nella storia, un’incrinatura nel racconto.

Al momento della partenza, il testo precisa che Abramo ha 75 anni. Talvolta, nella Torah, il narratore precisa l’età dei protagonisti a questo o a quel crocevia del racconto. È comodo per ricostruire la cronologia generale del testo. Ma ecco, talvolta questo complica le cose. Infatti una volta arrivato nella terra promessa  Dio promette allo sterile Abramo una numerosa discendenza e annuncia l’esilio di questo stesso popolo. Appena insediato, già pronto a ripartire.

In quel momento, Abramo ha 70 anni. 75 anni alla partenza, 70 all’arrivo, è dunque ringiovanito di 5 anni.

Abramo, il viaggio da Ur a Canaan, József Molnár, 1850. Museo delle belle arti di Budapest

Due soluzioni: o si considera che il viaggio gli abbia procurato una cura di giovinezza (in genere è piuttosto il contrario, il viaggio stanca il corpo), oppure bisogna rimettere insieme i pezzi del puzzle biblico in un altro modo.

Per rendere conto di questo disordine, bisognerebbe formulare le cose così: in realtà Abramo non è un’uomo originario della Mesopotamia che si è recato a Canaan, è un cananeo che è partito per la Mesopotamia e che è tornato, a 75 anni, a Canaan.

Il famoso «va’ verso te stesso» non sarebbe dunque un appello alla partenza, ma un appello al ritorno. Le letture sioniste religiose naturalmente vanno pazze per questa opzione secondo la quale tutto è dunque cominciato e si è compiuto sulla stessa terra: quella dell’Israele attuale. L’esilio in Mesopotamia non sarebbe allora che una deviazione, un incidente di percorso.

Ma se ci si avventura per questa strada ci si trova di fronte a un’altra difficoltà. Perché l’appello alla partenza (o al ritorno, a seconda dei casi) è completato dall’espressione «verso la terra che Io ti mostrerò». La terra in questione non è nominata, localizzata. È dunque una terra che egli non conosce, che resta da scoprire. Non può dunque trattarsi della sua terra natale. Altrimenti gli avrebbe semplicemente detto: torna a casa.

Ci si ritrova dunque di fronte a un’impasse esegetica da entrambi i lati. Non appena si crede di afferrare il testo da un lato, esso sfugge dall’altra.

In verità, non bisogna scegliere tra la lettura «diasporista» (Abramo verrebbe dalla Mesopotamia) e la lettura «sionistas» (Abramo verrebbe da Canaan).

L’assenza di radici non trasforma per questo gli ebrei in dei Luftmentch, delle persone senza legami.

Se il testo è vago, incoerente, contraddittorio, è perché la traiettoria di Abramo non è tracciabile, non è geolocalizzabile con precisione. Non è un itinerario, è una tensione. Attenzione, questo non equivale a dire che «è il cammino che conta». Perché per questo bisogna ancora che ci sia un punto di arrivo e di partenza. Ora, nel GPS biblico il tragitto avviene spesso con coordinate esplicitamente e deliberatamente rese indistinte.

Permettetemi una piccola deviazione, è il caso di farla per precisare i contorni dell’idea che qui si delinea. I discendenti dello stesso Abramo lasceranno l’Egitto per tornare in Canaan. Lungo il cammino, Dio ripete lo scherzo della destinazione che sfugge. Anticipando la costruzione di un futuro punto di gravità, il Tempio di Gerusalemme, il testo non nomina mai questo luogo. Dice semplicemente: «Il luogo che Io sceglierò» (sull’esempio di «la terra che Io ti mostrerò»). La parola Gerusalemme non appare neppure una volta nel Pentateuco. Come se l’oggetto del messaggio sfuggisse continuamente al suo destinatario.

Affondiamo il colpo: sapete che la guida degli ebrei e autore della Torah, Mosè, non entra nella Terra promessa. È l’uomo del viaggio e muore in una terra di nessuno, tra l’Egitto e Canaan.

Il testo insiste, siamo negli ultimi versetti della Torah: nessuno conosce il luogo della sua tomba. Ciò che il midrash, il commento rabbinico, rende così: là dove Mosè è sepolto si trovano due villaggi, uno sulla collina, l’altro nella valle. Se ci si reca sulla collina, gli abitanti dicono che la sua sepoltura è nella valle e viceversa. È sempre là dove non siamo.

Ma vi rassicuro: l’assenza di una radice non fa trasforma gli ebrei in dei Luftmentch, persone senza legami. Essere ebreo non è riducibile a questa figura di errante perpetuo nella quale l’antigiudaismo cristiano ha voluto rinchiuderli, o di cosmopolita senza suolo come li dipingono gli antisemiti moderni.

Da dove vengono dunque gli ebrei, e dove vanno? Non si sa, l’origine è vaga e la destinazione imprecisa, ma sono qui, vivi e vegeti, e possiedono davvero una casa, un ancoraggio: il Testo, la loro patria portatile, quella dalla quale non li si potrà mai sloggiare.

Foto di Ruben Honigmann

Ruben Honigmann

Nato nel 1983 a Berlino Est, Ruben Honigmann è cresciuto a Strasburgo. Dopo studi in una yeshivà e un percorso universitario in storia, è entrato in Akadem nel 2008, dove oggi ricopre la funzione di direttore editoriale.