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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#45 / Editoriale

Gli ebrei viaggiano. Con l’avvicinarsi di Pesach, la domanda si pone: da dove vengono, e dove vanno? Talvolta vengono dalla Polonia, si fermano per un momento in Iran e arrivano in Israele. È un solo caso, tra la moltitudine di possibilità che definiscono l’esilio, e i racconti attraverso i quali gli ebrei narrano a se […]

Gli ebrei viaggiano. Con l’avvicinarsi di Pesach, la domanda si pone: da dove vengono, e dove vanno? Talvolta vengono dalla Polonia, si fermano per un momento in Iran e arrivano in Israele. È un solo caso, tra la moltitudine di possibilità che definiscono l’esilio, e i racconti attraverso i quali gli ebrei narrano a se stessi l’esilio raramente hanno coordinate così precise. Durante la seconda serata organizzata a Parigi da K. al Théâtre de la Concorde, intitolata “Ebrei d’Europa: Appuntamento in terra sconosciuta”, Ruben Honigmann ci ha invitato a una riflessione sull’incoerenza di quei viaggi biblici che non si sa più da dove partano e dove arrivino.  Pubblichiamo questa settimana il testo del suo intervento, ampliato in occasione di Pesach, in cui ci si chiede se per gli ebrei la scarsa affidabilità del GPS biblico equivale davvero a una condanna alla peregrinazione.

Viste le uscite del leader de La France Insoumise, che hanno costellato la campagna delle municipali, ci si sarebbe potuto attendere un effetto di negativo. Dopotutto divertendosi a scherzare su un nome ebraico davanti a un pubblico in preda all’ilarità, Mélenchon ci obbliga a riconoscere che, tra le cose che riescono a galvanizzare le truppe insoumise, l’antisemitismo ha un ruolo decisivo. Nell’ultimo mese questa consapevolezza ha raggiunto un livello inedito perfino a sinistra. Non ci si può ingannare sul risultato delle elezioni, non c’è stata alcuna sconfitta per la sinistra, e da questa constatazione si deve trarre una conclusione: se per una parte della sinistra l’antisemitismo è qualificante, per un’altra ha cessato di essere squalificante, diventando tutt’al più oggetto di disagio e imbarazzo. È su questo punto che si concentra Bruno Karsenti in «La Gauche, les Juifs et le Truand», spostando il focus da La France Insoumise alla crisi generalizzata della sinistra. È in un grande vuoto che germoglia la politica del peggio, lasciato dal disfacimento della coscienza storica post-Shoah. Un discorso autenticamente di sinistra fatica a formularsi.

L’Iran e la complessità della sua storia politica ci portano a continuare la nostra esplorazione sui rapporti tra ebrei e iraniani, attraverso un episodio poco conosciuto. Per Les enfants de Téhéran, Mikhal Dekel – che Martine Benoit è andata a intervistare per K. – ha condotto un’indagine sulle tracce di una storia al tempo stesso familiare e universale: quella di suo padre, uno dei numerosi ebrei polacchi che, fuggendo dalla Shoah, trovò rifugio in Iran. Ripercorrendone il precorso dalla Polonia attraverso l’URSS, fino all’operazione di salvataggio che li conduce a Teheran e infine nella Palestina mandataria, Dekel interroga il destino singolare di questi rifugiati dimenticati dalla memoria e dalla storia della Shoah. È anche l’occasione per tornare sulla svolta politica dell’Iran durante la Seconda guerra mondiale (di cui ci siamo occupati già la settimana scorsa con gli estratti del libro di Stéphanie Roza e Amirpasha Tavakkoli) e su quel primo momento delle relazioni israelo-iraniane.