# 41 / Editoriale
L’immagine di una situazione incongrua talvolta può risultare più eloquente di una lunga analisi. È questa la scommessa che propone Cilly Kugelmann con il testo di oggi: al centro, alcune vecchie fotografie che cristallizzano un momento preciso. È il 1962, Purim, e siamo in un centro giovanile ebraico di Francoforte sul Meno. Nulla di anomalo, se non fosse che alcuni giovani ebrei hanno scelto di travestirsi… da ebrei. Che cosa si può leggere in questo curioso rovesciamento?
È raro che la repressione politica dia luogo a massacri di un’ampiezza paragonabile a quelli che hanno avuto luogo in Iran nel corso del mese di gennaio. E tuttavia c’è da temere che proprio questi massacri non riescano a iscriversi nella storia che condividiamo. A un mese di distanza nessun luogo funge da denominazione simbolica e se alcune immagini atroci hanno circolato, quella destinata a imprimersi nella coscienza collettiva continua a mancare. Vi è senza dubbio la cappa di piombo imposta dal regime iraniano, ma non spiega tutto. Resta un’Europa la cui trama democratica comune si sta disfacendo e che sembra impotente ad agire di concerto di fronte all’asse russo-iraniano, come ci ricordano i quattro anni di guerra in Ucraina. E gli Stati Uniti sotto la direzione di Trump e malgrado le sue veementi dichiarazioni d’intenti non sono mai stati così lontani dal corrispondere alle speranze democratiche iraniane. Questa settimana pubblichiamo un’intervista che la cineasta e militante iraniana per i diritti delle donne Mahnaz Mohammadi ha rilasciato alla FAZ in occasione della prima del suo film Roya alla Berlinale. Vi evoca la sua triplice esperienza del carcere e la svolta che la repressione di gennaio ha rappresentato per il popolo iraniano, insistendo sullo scarto tra l’immagine occidentale e la realtà iraniana. Soprattutto, sottolinea la necessità della solidarietà internazionale e il desiderio degli iraniani di essere riconosciuti e sostenuti nella loro lotta di liberazione.
Dall’altro lato della frontiera questa settimana si parla di un paese che conta a malapena più ebrei dell’Iran, mentre fu un tempo uno dei principali centri ebraici dell’Impero ottomano. Dedichiamo un dossier alla storia e all’attualità paradossale della comunità ebraica della città turca di Izmir. François Azar fornisce innanzitutto i riferimenti storici per comprendere la formazione, l’apogeo e l’esilio di questa comunità. Jacob Ceki Hazan testimonia quindi del suo rapporto personale e familiare con il ladino, la cui trasmissione collega tra loro generazioni disperse. Infine, Camille Scali interroga una memoria lacerata: le lotte politiche, ideologiche ed economiche che sottendono i tentativi attuali di rivalorizzazione del patrimonio ebraico di Izmir.