Purim 1962, o quando abbiamo cominciato a travestirci da ebrei
Che cosa si scorge nello specchio di una maschera quando giovani ebrei tedeschi si travestono da hassidim? A partire da fotografie di un Purim del 1962, Cilly Kugelmann si interroga sulle tensioni interne all’identità ebraico-tedesca, tra lo sforzo di riappropriarsi della propria storia e una distanza ironica.
All’inizio del 1962 un’inquietudine diffusa aleggiava sulla Germania. Le notizie dell’aggravarsi della crisi nella Cuba di Fidel Castro avevano già prodotto i loro effetti: acquisti precauzionali, fughe di capitali, crolli in borsa e il timore di una nuova guerra. Il processo Eichmann, conclusosi il 15 dicembre 1961 con una condanna a morte, non aveva ancora suscitato un vero confronto all’interno della società, ma per la prima volta aveva attirato su scala significativa l’attenzione mediatica sui crimini del regime nazionalsocialista. Fritz Bauer, che aveva comunicato ai servizi d’informazione israeliani il luogo di soggiorno di Adolf Eichmann – ritenendo irrealistica qualsiasi incriminazione in Germania –, avviò poco dopo a Francoforte il processo di Auschwitz: una procedura che, nella giovane Repubblica federale, scosse l’ordine fragile di una società che fino ad allora aveva vissuto nell’elusione del proprio passato nazista.
Come questi sviluppi abbiano influito sui membri della comunità ebraica di Francoforte sul Meno non è attestato da alcun documento. Forse, per molti, la situazione rimase astratta. In ogni caso gli adolescenti che nel marzo 1962 arrivarono in costumi variopinti al centro giovanile della comunità ebraica, al 5-7 di Baumweg, per celebrare Purim, verosimilmente percepirono ben poco della tensione politica e delle trasformazioni sociali di quegli anni.

Due anni prima la comunità ebraica aveva istituito questo centro giovanile, che entrò presto in una certa rivalità con la Gioventù sionista. I due gruppi difendevano concezioni diverse della formazione della gioventù ebraica e dell’appartenenza collettiva e la loro coesistenza rifletteva una realtà propria alla comunità: da un lato gli ebrei tedeschi rientrati dall’esilio, dall’emigrazione o dai campi di concentramento; dall’altro i sopravvissuti dell’Europa orientale, le persone che venivano definite “displaced”, che non erano emigrate dopo la fondazione dello Stato d’Israele e l’allentamento delle condizioni d’immigrazione negli Stati Uniti nel 1948 e nel 1952. Mentre la Gioventù sionista era composta soprattutto da figli di origine ebraico-tedesca – quasi tutti nati in Israele o in altri paesi d’emigrazione –, il centro giovanile accoglieva principalmente figli di persone “displaced” nati in Germania. Apparteneva alle realtà contraddittorie dell’immediato dopoguerra ebraico in Germania il fatto che questi ragazzi fossero nati in un paese che i loro genitori non consideravano un luogo di vita duraturo, mentre, al contrario, i figli degli ebrei tedeschi rientravano spesso soltanto durante l’adolescenza insieme ai genitori. Origine e luogo di nascita si incrociavano, e non si lasciavano più assegnare con chiarezza.
Il «tipo» dell’ebreo dell’Europa orientale passava, nel discorso sionista degli anni Cinquanta, per un simbolo della Diaspora: la sua pietà, la sua povertà e la sua debolezza immaginata si opponevano diametralmente all’ideale del nuovo lavoratore agricolo ebraico.
Tre fotografie di questa festa di Purim sono state conservate, testimonianze fortuite di una giovinezza ebraica nei primi anni del dopoguerra. Si trovano, quasi per caso, in un album fotografico privato. Alla luce degli attuali dibattiti sulla rappresentazione, sulle attribuzioni culturali e sulla visibilità dei gruppi marginalizzati, due di queste immagini acquistano una nuova leggibilità: mostrano quattro adolescenti travestiti da hassidim dell’Europa orientale, figura dell’ebraismo che nello spazio pubblico della Germania occidentale di quegli anni non solo era largamente assente, ma che già prima della guerra, proprio per la sua visibilità, era stata guardata con diffidenza o respinta.
In due fotografie vediamo due adolescenti di circa sedici anni – figli e figlie di ebrei tedeschi rientrati da Israele – con travestimenti concepiti a coppie. Nella prima immagine due giovani donne interpretano il ruolo di ebrei ortodossi dell’Europa orientale: l’una, con cappello, basette e caftano, incarna un uomo; l’altra ne interpreta la moglie. Nella seconda immagine due giovani uomini stanno in piedi, anch’essi in abito ebraico orientale, con uno shtreimel, una barba finta e riccioli appena abbozzati sulle tempie. Tengono in mano dei fazzoletti, come nelle fotografie di hassidim che danzano ai matrimoni.
La terza fotografia mostra la sala della festa e alcuni dei giovani che assistono a una rappresentazione artistica o teatrale, non identificabile con precisione. Gli adolescenti si sono confezionati travestimenti secondo il gusto dell’epoca: cappelli messicani, divise da marinai, maschere di carnevale sinistre, parrucche e grandi copricapi di tulle rigido. I costumi di questa fotografia di gruppo rinviano a una grammatica iconografica del dopoguerra, a un repertorio visivo dell’estetica carnevalesca popolare nella Francoforte degli anni Cinquanta.

I travestimenti hassidici, invece, sfuggono a questo schema. Non designano un altrove culturale, ma rinviano a un «proprio» che viene al tempo stesso messo in scena a distanza, come differenza all’interno della comunità, come ricorso a una forma dell’essere ebreo verosimilmente poco stimata da genitori o nonni. Retrospettivamente vi si può riconoscere una messa in scena esitante, ironica, un interrogarsi interiore all’ebraismo dopo la Shoah.
Il costume diventa il medium di un interrogarsi interno all’ebraismo tra prossimità, imbarazzo e il bisogno di riconoscere se stessi nello specchio.
Gli hassidim di Purim che compaiono nelle fotografie sono figli di ebrei che negli anni Trenta avevano trovato rifugio in Palestina per sfuggire al regime nazionalsocialista e che, dopo la revisione della legge federale d’indennizzo del 1956, erano rientrati in Germania per far valere i propri diritti alla riparazione. Molti rimasero, per ragioni diverse. Appartenevano al movimento giovanile sionista fondato dall’Ichud Habonim, un’organizzazione di orientamento socialista radicata nel movimento operaio britannico e palestinese. In quanto madrichim, guide della gioventù, cercavano di risvegliare nei chanichim, i membri più giovani, se non il desiderio del kibbutz almeno l’attrattiva di un futuro in Israele. Che ciò riuscisse solo raramente dipendeva meno da un difetto di eloquenza delle guide che dalla potenza d’attrazione del sidro di mele, della socialdemocrazia e di un sistema di borse di studio ben regolato.
È notevole che il travestimento da «ebreo dell’Est» compaia proprio in questo contesto. Nel discorso sionista degli anni Cinquanta il «tipo» dell’ebreo dell’Europa orientale valeva come simbolo della Diaspora: la sua pietà, la sua povertà e la sua debolezza si opponevano diametralmente all’ideale del nuovo lavoratore agricolo ebraico. È tanto più sorprendente che proprio questa figura abbia fornito il modello per una mascherata. Forse vi era più di un gioco: un’appropriazione simbolica di una parte rimossa della storia ebraico-tedesca, così come era stata idealizzata nella «rinascita ebraica» da pensatori come Martin Buber o Franz Rosenzweig. Nei travestimenti degli adolescenti di Francoforte risuonano entrambe le tendenze: un ritorno romanticizzante alle fonti e, nello stesso movimento, il suo riflesso ironico.
Un secondo orizzonte di riflessione si apre con il grottesco letterario di Dan Ben-Amotz, Maschere a Francoforte (1970). In un monologo il protagonista passa in rassegna tutti i travestimenti carnevaleschi correnti – Tarzan, cosacco, sceicco arabo – finché gli viene una «idea diabolica»: perché non da ebreo? Perché, si chiede, è normale travestirsi da scozzese o da francese, ma non da ebreo, proprio in Germania?

Ciò che in Ben-Amotz è provocazione deliberata appare, nelle fotografie del centro giovanile di Francoforte, come un gesto dall’intenzione incerta. Ma le due scene – l’una di intensità letteraria, l’altra documentaria – ruotano attorno alla stessa questione perturbante: che cosa significa che degli ebrei si travestano da ebrei? Che cosa diventa visibile quando una minoranza indossa la maschera della propria caricatura, e proprio a Purim?
Che cosa diventa visibile, esattamente, quando una minoranza indossa la maschera della propria caricatura?
La satira di Ben-Amotz risuona oggi come l’eco dell’incertezza di una generazione che tentava di muoversi tra affermazione di sé e distanza performativa. Le fotografie non mostrano una satira consapevole, ma proprio un’ambivalenza analoga. In entrambi i casi il costume diventa il medium di un interrogarsi interiore all’ebraismo tra prossimità, imbarazzo e il bisogno di incontrare se stessi nello specchio.
Questa ambivalenza si manifestò ancora una volta nel 2019: sulla copertina di un numero speciale dello Spiegel consacrato agli «ebrei in Germania» compariva un ebreo hassidico dello Scheunenviertel berlinese. Numerose voci ebraiche protestarono. L’immagine, era l’accusa, riproduceva un cliché della vita ebraica che aveva ben poco a che vedere con la realtà degli ebrei di oggi e produceva l’effetto di un’esotizzazione nostalgica, una strategia estetica di messa a distanza. Ciò che lo Spiegel rivelò involontariamente fu la fragilità della visibilità ebraica in Germania: il dilemma di essere riconosciuti solo attraverso stereotipi oppure di non esserlo affatto.
Gli adolescenti del 1962 non avevano in mente la copertina dello Spiegel. E tuttavia ponevano una domanda simile: chi siamo? Chi eravamo? E chi mostriamo quando mettiamo in scena noi stessi?
Nei loro travestimenti non vi è alcuna derisione, ma un rapporto esitante, ludico, quasi tenero con la storia ebraica. La maschera qui non è una protezione, ma uno specchio: uno specchio nel quale si riconoscono l’Altro e se stessi.