# 38 / Editoriale
Torniamo questa settimana sullo sguardo che la Diaspora rivolge a Israele pubblicando il testo che Yaël Pachet ha dedicato a 22 Mapesbury Road (Famiglia, memoria e ricerca di una terra promessa) di Rachel Cockerell. Vi si ritrova illustrata l’attesa degli ebrei d’Europa per una soluzione alla crisi in cui li ha precipitati il XX secolo. Ma 22 Mapesbury Road permette anche di cogliere come la realizzazione sionista così come la conosciamo sia stata solo una delle possibilità. Con il suo collage di documenti storici, Rachel Cockerell ci ricorda la contingenza profonda di questa specifica soluzione, che non era più ovvia del “piano Uganda”, dell’idea di creare un rifugio ebraico in Texas o di arrivare alla rivoluzione attraverso il teatro.
Poi, in via del tutto eccezionale, K. pubblica questa settimana un’intervista non solo polemica, ma in cui la prospettiva propria della rivista fatica a enunciarsi, trovandosi di fatto relegata alle domande e alle note a piè di pagina.
Ciononostante riteniamo si tratti di un contributo importante.
È importante per noi perché si inscrive nella linea di una riflessione critica su Israele che abbiamo avviato già prima del 7 ottobre, al momento dell’elezione dell’attuale governo Netanyahu, per cui le affianchiamo un dossier che abbiamo scelto di intitolare “Crisi e critica d’Israele”.
E lo è anche per il dibattito pubblico poiché viene a colmare un vuoto di analisi ed elementi fattuali. Tratta del tentativo di tracciare un ritratto realistico di Tsahal, quell’esercito che è un pilastro della società, uno specifico della democrazia israeliana.
A tal fine, K. è andata a interrogare il sociologo israeliano Yagil Levy, specialista delle trasformazioni dell’esercito e delle sue relazioni con il resto della società. Levy sottolinea che la conduzione della guerra a Gaza è arrivata a rivelare un’evoluzione dell’organizzazione, della composizione e delle dottrine di Tsahal che riflette le profonde trasformazioni sociali in atto in Israele.
Insistiamo in particolare su un punto che appare decisivo: rispetto ai conflitti militari precedenti si è osservata una diminuzione della tolleranza israeliana nei confronti della morte dei soldati, che ha dato luogo a una modifica delle pratiche d’ingaggio e dell’uso dell’artiglieria particolarmente costosa in vite palestinesi. In altri termini tanto la durata quanto il carattere devastante della guerra a Gaza si spiegano da un lato con l’individualizzazione della società israeliana, sempre più intollerante al sacrificio dei soldati, una tendenza che attraversa tutte le democrazie liberali e dall’altro lato con un’influenza deleteria del segmento sionista religioso animato da un hubris messianico, che dall’interno dell’esercito minaccia l’ethos tradizionale di Tsahal mostrando scarso riguardo per la vita dei palestinesi e al contempo spingendo alla colonizzazione della Cisgiordania, il cui unico orizzonte è il perpetuarsi del conflitto.
Il mancato confronto di questo doppio processo con le dinamiche proprie della società palestinese nuoce all’analisi. Ma è soprattutto l’assenza di una riflessione sulla funzione che lo Stato d’Israele è venuto a occupare in un contesto di antisemitismo globale a spiegare il persistente malinteso tra la sinistra israeliana e la Diaspora, di cui il nostro colloquio con Yagil Levy offre un’ulteriore illustrazione.