I Lamed Vovniks
Tra insegne pubblicitarie dedicate alle festività e panetterie con le vetrine colme di matzot vivono i Lamed Vovniks di Brooklyn. La scrittrice Susan Daitch ci porta nella vita ebraica urbana di Brooklyn dove una saturazione di segni e l'incessante affaccendarsi portano all’incontro con personaggi barocchi e decisamente inattesi.
La sera di Capodanno ho fatto volontariato presso un’organizzazione che serviva cibo kasher a persone in difficoltà. Ero convinta che fosse gestita da un giovane chef israeliano che cucinava cibo biologico a chilometro zero, e che le persone che vi lavoravano parlassero delle cose creative che stavano facendo, tra musica, tecnologia e performance art. Vestita di queste illusioni, ho preso la metropolitana, convinta che la sera di Capodanno, in sole tre fermate e una lunga camminata, la città sarebbe tornata a essere quella che era quando un viaggio sulla linea F costava un dollaro.
Church Avenue è piena di fast food, diner dominicani, agenzie di viaggio pakistane, Keter Better Judaica1. Il bulldozer della gentrificazione non era ancora arrivato così a sud, e forse non ci sarebbe mai arrivato. Girando per la 14ª Strada, ho attraversato alcune vie deserte e inquietanti, tra cui un isolato occupato quasi interamente da una struttura simile a un magazzino: Sukkah World For All Your Sukkah Needs. Ero in una terra stile Ben Katchor2, fatta di usi sconosciuti e cul-de-sac di senso e architettura. Sukkah World appariva minaccioso e forse pieno di fantasmi. Le sukkah che vendevano erano scatole di tela scura, facili da montare e smontare, con grappoli d’uva e melagrane di plastica fissati ai tetti, molto probabilmente optional venduti separatamente.
Le strade si sono fatte più popolate di uomini con cappelli neri e donne con sheitel3. Sono arrivata a destinazione: una vetrina in mattoni gialli, molto diversa dalle immagini sul sito web dell’organizzazione. All’ingresso sono stata fermata da un uomo che sembrava uscito da una locandina del Mercante di Venezia, anche se sono riluttante a descriverlo in questi termini. Sembrava una di quelle bambole di legno vendute in Polonia vicino ai siti commemorativi, intagliate in Cina, con sacchi di denaro in mano e l’aria feroce. Probabilmente lui aveva altrettanto da ridire su di me: secolare, disillusa, che cosa ci facevo lì? Non ha commentato ad alta voce che non ero frum né ortodossa, senza copricapo e con addosso dei jeans neri, ma era irritato. Ero un problema in più per lui e, tuttavia, mi ha lasciato firmare il registro e mi ha indicato il retro, dove avrei dovuto lavarmi le mani, prendere gli ordini in cucina e consegnarli agli avventori, che non mi avrebbero parlato e ai quali non avrei dovuto parlare io. La maggior parte dei clienti erano maschi, chassidim o ultraortodossi, che parlavano in ebraico, russo e yiddish.

Un ucraino loquace mi ha accolto al banco dove il cibo veniva disposto sui vassoi e mi ha spiegato come funzionava il servizio: come in un ristorante, ma senza conto, senza che passasse denaro di mano in mano. Mi ha detto che aveva fatto due anni di università prima di lasciare Cracovia per New York, che era in città da sei anni e che gli sarebbe piaciuto tornare a studiare, ma i costi erano fuori dalla sua portata. Per lui non ci sarebbe stata alcuna celebrazione di Capodanno: doveva alzarsi presto per andare a lavorare il giorno dopo ma era allegro, come se sapesse ciò che non avrebbe potuto sapere, ossia che nel giro di pochi anni la sua città d’origine sarebbe stata bombardata e che, dunque, aveva preso la decisione giusta ad andarsene, anche se questo significava lavorare mentre altri festeggiavano.
Durante il trascorrere della serata proprio come aveva detto l’uomo all’ingresso non ho parlato con nessuno e nessuno ha parlato con me, nemmeno per dire grazie: Pochi contatti visivi, corpi che si spostavano sulle sedie per evitare anche il più fugace, accidentale contatto. Anche se procedevo in maniera meccanica il servizio era destino che non sarebbe stato pacifico.
Una donna seduta vicino alla vetrina urlava che nel suo cibo c’era del treyf4, mentre un uomo a pochi metri di distanza non smetteva di pregare. Le ore passavano e sembrava che il posto avrebbe chiuso prima ancora che uno dei due iniziasse a mangiare. L’ucraino mi ha chiesto se potevo calmare la donna; ha spiegato che era innocua, stava solo sbraitando, avrei dovuto convincerla che non c’erano maiale né crostacei nel suo cibo. Potevo anche parlare con l’uomo con la sindrome di Tourette? Ho spiegato che era immerso nelle preghiere e che in ogni caso non mi avrebbe ascoltata, ma mi sono avvicinata alla donna che urlava frasi sconnesse sulla separazione fra carne e latte.
Per la famiglia di mio padre lo yiddish la lingua dei lamenti e delle proteste, quella che riservava ai momenti in cui nulla era come avrebbe dovuto essere, e tutto sembrava essere irrimediabilmente insufficiente. Ogni giorno era Yom Kippur, ma la colpa restava sempre di qualcun altro. Aspettavano invano che i colpevoli si scusassero con loro. La catapulta diasporica li aveva scagliati non a Midwood o Crown Heights5, ma a Sheffield, in Inghilterra, dove vivevano come immigrati guardinghi e quasi solitari, non desiderosi di essere identificati come tali, ma nemmeno davvero in grado di mascherarsi. Non sapevano nulla di Shylock o di Fagin. Anche se la biblioteca non era (e non è tuttora) lontana da Silver Street, dove vivevano, non so se la frequentassero, e di certo se anche fosse stato non era per leggere quel tipo di libri. C’erano somiglianze tra l’accento dello Yorkshire e quello yiddish: la tendenza alle vocali brevi, l’uso degli articoli e delle occlusive glottidali, e passavano facilmente da una lingua all’altra. La Russia e la Spagna erano ormai lontane. Per la famiglia di mia madre, invece, lo yiddish era la lingua della comicità, dell’ilarità, di scompiglio, dei festeggiamenti e del caos. Ascoltavano Mickie Katz e Jan Peerce6 con le lacrime agli occhi. Cantavano canzoni in yiddish oggi perdute, con accenti melodiosi e cadenze che ormai si sentono di rado. Noi, discendenti di Chelm7 sempre divisi tra rabbia e ilarità, avevamo una lingua che potevo più o meno utilizzare.

Ma la donna che urlava aveva paura di me quanto del cibo che aveva nel piatto. Le ero così estranea che nessuna parola avrebbe potuto placare il suo terrore. Non aveva nessuno con sé, né marito né figli, ma indossava un cappello e uno sheitel che lasciava supporre ci fossero un marito e dei figli da qualche parte, anche se questa sera cenava da sola. Il ristorante non diceva di essere casher, tanto una simile precisazione sembrava inutile in quel quartiere, ma questo dettaglio non ha fatto che alimentare la sua paura di essere avvelenata. Si è ritratta da me come se fossi un alieno venuto da Marte che l’avrebbe mangiata viva.
L’uomo al bancone è sparito in cucina ed è tornato una scatola di cibo da asporto per ciascuno di loro. Ha spiegato che stavano chiudendo, che andava tutto bene, di tornare alle loro famiglie, i cui nomi lui conosceva, e zey geshunt8. Ha ingiunto alla donna di non buttare via la scatola. L’uomo ha continuato a pregare mentre si dirigeva verso la strada poi, bruscamente, come se un incantesimo si fosse spezzato, si è immerso nel caos profano della vita cittadina e si è allontanato lungo il marciapiede.
Quando, dopo le pulizie, mi sono avviata di nuovo verso la metropolitana, mi sono tornate in mente ogni sorta di parole. Avrei potuto formulare i miei ragionamenti in maniera diversa e trovare parole di conforto per cercare di calmarla, ma forse non avrebbe fatto alcuna differenza. Non c’era una combinazione magica di sillabe, nessuno Xanax linguistico che potesse farli star bene nella loro pelle laggiù.
Qualche mese dopo era la vigilia di Pesach, e progettavo di portare mio figlio di tre anni a Borough Park, alla ricerca di una fantastica cucina nascosta che immaginavo di poter intravedere nei negozi di quel quartiere. Avevo insegnato per un semestre a Iowa City, dove non si riusciva nemmeno a trovare della matzah neppure troppo cara, e avevo trascorso parte dell’infanzia in una zona dello stato di New York molto simile. Avevo nostalgia delle gelatine di frutta, delle matzo balls gonfiate con l’acqua gasata e delle haggadot Maxwell House9 piene di macchie. Sospettavo che in altre parti del mondo la gente facesse seder straordinari, charoset10 di arance e pistacchi, riso con semi di melograno, vino che non fosse semplicemente succo d’uva, ma all’epoca potevo solo vagamente intuire che aspetto avessero quei pasti.

Borough Park, un quartiere di piccoli edifici e case unifamiliari e plurifamiliari, spesso in mattoni, era una comunità molto diversa. Camminando per le strade laterali si vedeva il bucato steso sui balconi anteriori delle case, non nascosto sul retro. Le file di vestiti neri, bianchi e blu marine in molte taglie a causa delle famiglie numerose, sembravano rivendicare una identità, come a dire «in questi pochi isolati ci siamo solo noi, o quasi solo noi, quindi perché non stendere il bucato in pubblico?».
Avevo una prozia che viveva sulla 44ª o 45ª strada a Borough Park. Suo marito, un pescivendolo fervente comunista, uno degli uomini della mia famiglia noto perché «rendeva molto servizio alle signore», non era religioso. Quando i miei genitori si erano sposati, come regalo di nozze aveva offerto loro un abbonamento a un giornale comunista. Questo dono era stato registrato dall’FBI quando indagava su mio padre, che aveva bisogno dell’autorizzazione Q per servire nella Nuclear Regulatory Commission11. Questo è più o meno tutto quello che so di Borough Park.
Le strade erano affollate e tutti erano impegnati negli stessi compiti, nella stessa corsa contro l’orologio, tutti i preparativi dovevano tassativamente essere conclusi prima del tramonto. Si invidiava la loro operosità. Le lavanderie offrivano un servizio che liberava le tasche dalle ultime briciole di chametz, i montavivande a livello strada portavano i piatti nel seminterrato per il mikveh delle stoviglie, una purificazione speciale; uomini con maschere antigas montavano banchi per grattugiare il rafano da radici fresche, e i panifici cronometravano i tempi della matzah con precisione assoluta: diciotto minuti, non uno di più. Mio figlio, lui, è nato il diciotto del mesema questa coincidenza non mi sembra lo turbi oltre misura e pare fondamentalmente interessato a una pizza, così siamo entrati nella prima pizzeria che abbiamo incontrato.
Dal momento in cui si varcava la soglia, sembrava di stare in una performance di teatro sperimentale in cui una cinquantina di persone, ammassate su un palcoscenico minuscolo interpretavano placche tettoniche durante un terremoto, schiantandosi le une contro le altre. Sembrava che stessero per servire l’ultima fetta di pizza sulla faccia della terra, su un piatto di carta. Non importava che tenessi per mano un bambino piccolo. Donne con altri bambini mi passavano davanti a spintoni. In questo piccolo mondo tutti davano gomitate a tutti, alimentati da una isteria collettiva sconosciuta che non aveva nulla a che fare con la fame o con il tempo che correva veloce.
C’è un filmato dei comici Elon Gold e Modi Rosenfeld che fanno un numero in una pizzeria di questo tipo. Modi fa battute sulle famiglie con diciassette figli in media e dice a un uomo che indossa la kippah: «niente bambini qui, o perdiamo la licenza». A una donna che gli chiede se hanno prodotti senza glutine risponde: «Il glutine non lavora più qui: è stato licenziato per furto». A volte il suo accento è israeliano, a volte è ebraico di Brooklyne di un’altra epoca, ma le battute funzionano, le apprezziamo, siamo bravi a prenderci in giro. Questo locale, però, sembrava pieno di una follla particolarmente priva di qualsiasi senso dell’umorismo. Alla fine abbiamo ottenuto le nostre fette e ci siamo diretti alla cassa per pagare. Era presidiata da un anziano barbuto, minuscolo e irritato quanto tutti gli altri lì, una versione più piccola del cerbero che mi aveva accolto alla mensa popolare. Aveva le maniche arrotolate e si vedeva un numero tatuato sul braccio. Molto fragile, troppo vecchio per lavorare ancora, batteva senza interuzione sul registratore di cassa. Non riusciva a sentirmi quando gli dicevo cosa avevo ordinato, e io riuscivo a malapena a sentire la sua risposta. Ci urlavamo addosso. Era arrabbiato con noi, estranei e si domandava che cosa ci facevamo lì. Io ero infastidita dalle spinte e dagli urti come se il mondo stesse per finire. Presto l’uomo avrebbe avuto otto giorni senza urla, senza grida, senza dover far cassa per un tipo di cibo sconosciuto durante sua infanzia. Che cosa avrebbe fatto se avesse avuto per un attimo l’anello di re Salomone12? Che cosa avrebbe desiderato?

Mio figlio conosce una storia per bambini sui Lamed Vovniks13, tzaddikim comparabili ai sadhus14 dell’infanzia di suo padre tamil. In che cosa la Lamed a forma di fulmine è diversa da tutte le altre? Alza il braccio sopra una fila di lettere, un piccolo pugno all’estremità del braccio. Vav, la sesta lettera dell’alfabeto, è anche la “e”, responsabile dell’unione di due metà di una frase, come di due compagni recalcitranti, se non estranei l’uno all’altro.
I Lamed Vovniks dovrebbero apparire in luoghi improbabili: musicisti senzatetto che suonano nella metropolitana, autisti di ambulanza dal carattere irascibile, anziani lavoratori delle pizzerie, clown e sempliciotti. A volte possono essere arrabbiati e scagliare insulti, rendendo difficile riconoscerli, ma sotto tutto ciò che credi di sapere dai loro stracci e dai loro modi di parlare imprevedibili si nasconde qualcun altro, la cui storia riesci a malapena a immaginare. I Lamed Vovniks possono essere pensati nei termini del Mondo Bizzarro di Superman15.
Credete di essere parte di una corsa folle per mangiare, pagare, uscire, tornare a casa, mettendo in atto i più ordinari dei compiti umani. Poi improvvisamente appare qualcuno che ha un utilizzo del tempo radicalmente diverso, per cui quella divergenza non ha alcun valore. Lontana dalle apparenze, questa persone è precisamente agli antipodi rispetto ai vostri pregiudizi di partenza. La traiettoria dei loro viaggi li ha condotti in questo luogo così improbabile, e tutti facciamo del nostro meglio, col poco che abbiamo a bordo.
- Keter Better Judaica è un marchio di prodotti religiosi ebraici, specializzato soprattutto in articoli legati alla preghiera e alla vita rituale. ↩︎
- Autore di fumetti e illustratore americano, noto per i suoi fumetti sulla vita ebraica urbana negli Stati Uniti, in particolare la serie Julius Knipl. ↩︎
- Parrucca indossata da alcune donne ebree sposate, principalmente negli ambienti ortodossi, per coprire i capelli in conformità con le leggi della modestia (tzniut). ↩︎
- Treyf (o treif, trief) è un termine yiddish che significa “non kosher”. ↩︎
- Quartieri emblematici di Brooklyn, New York, noti per le loro importanti comunità ebraiche ortodosse e chassidiche. ↩︎
- Mickie Katz: clarinettista e comico ebreo americano famoso per le sue parodie yiddish di canzoni popolari negli anni ’40-’50. Jan Peerce: tenore d’opera ebreo newyorkese che, nello stesso periodo, interpretava sia arie d’opera classica che arie appartenenti alla hazzanut (arte del canto liturgico ebraico). ↩︎
- Chelm è una città della Polonia con un’importante storia ebraica, ma nella cultura yiddish e nel folklore ebraico ashkenazita è soprattutto “il villaggio dei pazzi”. ↩︎
- Che significa letteralmente “Sii in buona salute” e serve per dire “Stai bene”, “Abbi cura di te”, spesso come formula di saluto o di benedizione. ↩︎
- La “Haggada Maxwell House” è una Haggada di Pesach in inglese-ebraico pubblicata per la prima volta nel 1932 come oggetto promozionale dall’omonimo marchio di caffè americano. Offerta gratuitamente con l’acquisto di una confezione di caffè kosher per Pesach, è diventata un must nelle case ebraiche americane, con oltre 50 milioni di copie distribuite. ↩︎
- Pasta dolce a base di frutta e noci servita durante il Seder di Pesach, che simboleggia la malta utilizzata dagli ebrei ridotti in schiavitù in Egitto per fabbricare mattoni. ↩︎
- La Nuclear Regulatory Commission (NRC) è un’agenzia federale americana indipendente incaricata di regolamentare il settore dell’energia nucleare civile. ↩︎
- Secondo la leggenda, l’anello di Salomone è un oggetto magico leggendario che conferiva al re un potere assoluto su demoni, geni, animali e venti. Secondo la tradizione ebraica, e in particolare quella cabalistica, Dio glielo avrebbe donato per aiutarlo a costruire il Tempio di Gerusalemme. ↩︎
- Il Lamed Vovnik (o Lamed-Vavnik) indica, nella mistica ebraica chassidica e cabalistica, uno dei 36 giusti nascosti (tzaddikim nistarim) di ogni generazione. Il loro merito anonimo e umile sostiene l’esistenza del mondo che, senza di loro, sarebbe destinato a scomparire. L’origine del termine si basa interamente sulla gematria (gematria), un sistema mistico ebraico che assegna valori numerici alle lettere ebraiche: lamed (ל) vale 30, vav (ו) vale 6, per un totale di 36. ↩︎
- I Sadhu tamil sono banchieri, commercianti e prestatori tradizionali, noti per la loro integrità e il loro ruolo economico nel Sud-Est asiatico. Il termine, derivato dal sanscrito sadhu, indica quindi individui particolarmente onorevoli o virtuosi. ↩︎
- Superman’s Bizarro World è un universo alternativo cubico chiamato Htrae (Earth [Terra in inglese] al contrario), dove tutto funziona in modo opposto alla logica terrestre secondo il “Codice Bizarro”. ↩︎