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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#34 / Editoriale

Torniamo alla nostra abituale programmazione con un testo che ci porta lontano dall’Europa e dai suoi tormenti, in luoghi ove le memorie di diversi gruppi perseguitati si intrecciano senza logica competitiva. Alex Minkin, antropologo e regista, presenta il suo documentario Saravá Shalom, dedicato all’ebraismo sincretico brasiliano. In Brasile la memoria sefardita della conversione forzata durante l’Inquisizione si incrocia con quella della schiavitù e della colonizzazione, dando origine a pratiche spirituali in cui la tradizione cabalistica, lea religiosità afro-indigena e lo spiritismo kardecista si intrecciano. Il documentario di Minkin rivela un ebraismo in perpetua trasformazione una teshuvah nel paese dell’incanto, in cui il ritorno alle radici passa per vie che il rabbinato ufficiale fatica a riconoscere, ma che non per questo, come osserva uno degli intervistati del film, «sono ebrei in senso meno radicale».

Il secondo testo di questa settimana guarda alla condizione degli ebrei in Europa e, ipotizzando rimanga tanto degradata quanto negli ultimi due anni, tenta di aiutarci a comprenderne le cause più profonde. Gustave Kaplan prende come punto di partenza un recente scritto di Frédéric Lordon — e il lapsus rivelatore che vi individua — per sviluppare una riflessione su quello che chiama il «tabù» dell’Europa post-Shoah, cioè il divieto che gravava su ogni europeo di avere la coscienza in pace.

Ed è proprio su questo tabù che si è costruita l’Europa dopo Auschwitz: un continente che si era imposto un’esigenza senza precedenti nella sua storia – non considerarsi mai esente, non poter più agire in nome di un ideale, anche di emancipazione, senza sospettarne la fallibilità. L’Europa post-Shoah era questa curiosa entità politica in cui nessuno pretendeva di possedere né la giustizia, sempre da cercare, né la verità, sempre da interrogare. E proprio su questo divieto sulla buona coscienza di possedere giustizia e verità che l’antisionismo contemporaneo, nella sua gioia nel vedere crollare il «capitale simbolico» costruito attorno al significante ebraico, cerca di sollevare. La sinistra estrema esultante si avvicina così, paradossalmente, per altre vie, al campo dei reazionari – trafficanti disinvolti di coscienza tranquilla – e a quello dei liberali che si cullano nel sogno di una pace già acquisita.

Tra queste tre figure, Kaplan traccia i contorni di una crisi europea di cui l’antisionismo è solo un sintomo, forse il più rivelatore di ciò che stiamo perdendo. Eppure, è proprio a sinistra, e non altrove, che resta da costruire una politica disposta ad accettare di non avere la coscienza in pace e a farne il motore dell’azione, invece che l’ostacolo da rimuovere.

Infine, pubblichiamo una lunga intervista con Pauline Bebe, realizzata da Ruben Honigmann. Trentacinque anni dopo la sua ordinazione come prima donna rabbino di Francia, un evento che provocò un vero e proprio terremoto nel panorama ebraico francese, Bebe ripercorre la propria storia e il proprio percorso e offre una rilettura inattesa della storia dell’ebraismo francese. In questo percorso, svela anche il cammino di una pioniera: una donna che, a venticinque anni, concentrò suo malgrado tutte le tensioni di un mondo ebraico in piena trasformazione, e che dovette affrontare l’ostilità tanto degli uomini quanto delle donne. «Mi si chiedeva come sono diventata donna rabbino. Quando invece non sono diventata donna rabbino: ero donna, sono diventata rabbino».

Questa distinzione, semplicissima, dice tutto su ciò che resta da compiere compreso – nota Ruben Honigmann – nel dibattito stesso sull’ebraismo non solo francese, dove le parole continuano a essere troppo spesso esclusivamente maschili.