#60 / Editoriale
Della promessa moderna di emancipazione universale si può dire che gli ebrei l’abbiano ascoltata. Ma ascoltare non significa necessariamente aderire: si può farlo con un orecchio distratto, lasciando che l’attenzione scivoli altrove. È proprio da questa frattura tra ciò che si ascolta e ciò che si accoglie che Freud ha saputo trarre una delle sue intuizioni fondamentali. Nata dentro gli ideali della modernità scientifica e individualista, con l’ambizione di interrogare la condizione umana al suo livello più profondo, la psicoanalisi ha tuttavia sviluppato un discorso spesso in attrito con lo spirito del tempo. Da qui una domanda: cosa, in questa posizione eccentrica, richiama l’esperienza minoritaria di un fatto ebraico che continua a esistere anche dopo l’assimilazione? Cosa resta di ebraico nella psicoanalisi? Un anno fa K. pubblicava le bozze della biografia di Freud firmata da Joël Whitebook, dove il carattere ebraico della psicoanalisi veniva ricondotto a un certo spirito di eresia. David Krausz e Déborah Gutmann-Krausz hanno reagito a questa lettura rovesciandone la prospettiva. Per loro non sarebbe l’eresia a definire il rapporto tra Freud e l’ebraismo, ma il mistero di un ebraismo privo di contenuto esplicito e tuttavia irriducibile, capace di lasciare il proprio segno sulla scoperta freudiana. È forse proprio nell’attenzione a ciò che resta, nonostante tutto, che va cercata l’originalità del rapporto della psicoanalisi con la parola, soprattutto quando essa pretende di essere salvifica.
«Le vostre nauseabonde accuse di antisemitismo non attaccano più, non si crede più al vostro vittimismo, presto sarà l’ora di passare alla cassa.» È il genere di frase che oggi si incontra quotidianamente sui social network: non un’eccezione, ma il sintomo di un clima politico diventato asfissiante. Questa liberazione della parola non-antisemita, perché dichiaratamente esclusivamente-antisionista, assume spesso una forma brutale: la soddisfazione di poter dire ciò che si sa essere inaccettabile, purché lo si faccia nel nome di una presunta chiarezza. La stupidità, però, cerca sempre una formula che la renda legittima. E nulla offre a un intellettuale un palcoscenico più comodo di un pubblico già convinto. È così che sono emersi diversi intellettuali organici dell’antisionismo non-antisemita, impegnati soprattutto a tracciare un confine netto, impermeabile, tra critica a Israele e antisemitismo. Tra queste operazioni, la più strutturata è probabilmente quella di Mark Mazower in Antisemitismo. Metamorfosi e controversie, dove le risorse del costruttivismo sociale vengono mobilitate per ricondurre l’antisemitismo contemporaneo a una costruzione politica sionista e affermare la legittimità di principio della critica antisionista. Balázs Berkovits propone una lettura serrata di questo libro, facendo emergere presupposti e contraddizioni: bisogna negare la persistenza dell’antisemitismo per poter essere antisionisti?
Per alcuni antisionisti l’antisemitismo è una costruzione discorsiva che esiste soltanto perché i sionisti continuano a nominarlo. Per altri, invece, è il giudaismo stesso a essere stato cancellato dal sionismo: il compito sarebbe allora quello di farlo riemergere attraverso le parole, anche al prezzo di costruire un Ebreo immaginario. Redevenir juif di Michel Feher tenta così di delineare i contorni di un’identità ebraica diasporica liberata dal vincolo sionista e, con esso, dalla storia concreta. Ma quale contenuto resta al giudaismo quando l’esilio viene trasformato da esperienza storica in essenza? E a chi parla davvero questo pastore che invita le pecore smarrite a ridiventare ebree prendendo le distanze da Israele? Sophie Goldblum interroga la figura astratta dell’Ebreo dal cuore puro che Feher propone al proprio pubblico antisionista: ridiventare ebrei significa forse esibire le proprie credenziali?