#55 / Editoriale
Ci sono paesi che continuano a discutere il proprio passato e ce ne sono altri che, più discretamente, continuano a viverci dentro. La Spagna di Pedro Sánchez, che negli ultimi mesi ha trasformato il confronto con Israele in uno degli assi della propria politica estera, appartiene forse a questa seconda categoria. Dietro le scelte diplomatiche, dietro le parole della politica e persino dietro alle passioni che la questione israeliana suscita nell’opinione pubblica riaffiorano infatti storie più di lungo periodo: l’espulsione degli ebrei, l’Inquisizione, il franchismo, il difficile rapporto con la modernità occidentale, le memorie irrisolte dell’impero e della sua fine. Come mostra Alan Grabinsky, Israele è diventato in Spagna molto più di un oggetto di politica internazionale: è uno schermo sul quale il paese continua a proiettare una parte di sé. Forse uno dei tratti del nostro tempo: sempre più spesso i conflitti reali vengono investiti di significati che li superano e finiscono per oscurarli. Le nazioni diventano simboli, le guerre diventano allegorie, le memorie si trasformano in strumenti identitari. È il movimento che ritroviamo nella Palestina immaginaria analizzata in questo numero e, in forma diversa ma non meno decisiva, nelle battaglie che si combattono attorno alla memoria di Treblinka. La posta in gioco è la stessa: la capacità di distinguere la storia dalle proiezioni che continuiamo a riversarvi sopra.
Esiste una Palestina reale: quella che dovrebbe essere il nome di uno Stato palestinese, se e quando la sua costruzione nazionale riuscirà a superare gli ostacoli, interni ed esterni, che oggi ne impediscono l’emergere. Ed esiste una Palestina immaginaria, quella costruita da una parte dei discorsi antisionisti contemporanei. Le due non coincidono, anzi, spesso la seconda finisce per ostacolare la prima. È di questa Palestina immaginata che si occupa K. questa settimana. Al centro dell’immaginario emancipatore contemporaneo si è installata una Palestina ingigantita, caricata di promesse salvifiche. «La Palestina salverà tutti»: slogan che dice molto dello smarrimento di una parte del pensiero progressista. Da cosa dovrebbe salvarci? E da dove nasce la convinzione che questo nome, trasformato in simbolo assoluto, possa garantire la liberazione? In un testo pubblicato questa settimana Tim Stosberg, ricercatore all’Università di Passau, analizza le proiezioni che una parte della sinistra europea e americana riversa sulla Palestina. Al centro della sua riflessione ci sono le fantasie politiche che alimentano l’idea di una redenzione attraverso l’antisionismo. Nel punto immaginario in cui tutte le lotte dovrebbero convergere, riemergono temi antichi: la nostalgia di una purezza perduta, il desiderio di autenticità, l’opposizione tra una comunità percepita come organica e le società moderne, considerate artificiali e astratte. In questa costruzione simbolica, lo Stato ebraico finisce spesso per incarnare tutto ciò che viene rifiutato. Che cosa accade alla critica della modernità quando perde il legame con i principi moderni che l’hanno generata? Si affida al mito delle origini e comincia ad attendere una svolta redentrice. Quanto alle conseguenze che questa attesa può produrre, la storia insegna che raramente i profeti della salvezza se ne preoccupano.
A Treblinka non si discute soltanto di memoria. Si discute di chi abbia il diritto di raccontarla, di come venga trasmessa e di ciò che rischia di andare perduto quando la storia si trasforma in amministrazione del ricordo. La studiosa Elżbieta Janicka, che da anni denuncia le forme polacche della rimozione e della distorsione della Shoah, ha aperto un confronto pubblico con Havi Dreifuss, nuova presidente del Consiglio internazionale di Treblinka. Dreifuss ne riconosce la gravità, ma richiama alla necessità di un lavoro scientifico e istituzionale paziente e rigoroso. Pubblichiamo questo scambio, introdotto da Jean-Charles Szurek, perché tocca questioni che vanno ben oltre il destino di un singolo luogo della memoria: il rapporto tra storia e commemorazione, la responsabilità delle istituzioni e il posto che le vittime ebraiche continuano a occupare, o a non occupare, nel racconto europeo della Shoah.