#54 / Editoriale
La definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) ha compiuto dieci anni. Reut Yael Paz e Niklas Pretsch ne ripercorrono la genesi e l’evoluzione, che hanno contribuito all’affermazione di una specifica concezione europea della necessità democratica di contrastare l’antisemitismo si è progressivamente imposta anche sulla scena internazionale. Riprendendo i dibattiti che hanno accompagnato l’IHRA, in particolare quelli relativi alla sottile e controversa linea di confine tra antisionismo e antisemitismo, gli autori ne propongono un bilancio sfumato: il successo istituzionale dello strumento è indubbio, ma i suoi impieghi politici e quasi giuridici si sono estesi ben oltre le intenzioni originarie dei promotori. Resta allora la domanda di fondo: che cosa può davvero fare, e che cosa non può fare, una definizione di fronte a un fenomeno tanto mutevole, conflittuale e stratificato nella storia come l’antisemitismo?
«Benvenuti in Israele, qui siamo a casa nostra», ha dichiarato Itamar Ben Gvir il 20 maggio agli attivisti della flottiglia diretta a Gaza, detenuti, con le mani legate e il capo chino. Il ministro della Sicurezza nazionale ha così ridotto la sovranità a dominio sui corpi dei prigionieri. In quel gesto di umiliazione si condensa la deriva di un’emancipazione nazionale ebraica ridotta a pura affermazione di potere. Una logica già visibile nei confronti dei palestinesi come nell’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. La si ritrova anche in episodi che hanno coinvolto comunità cristiane, tra aggressioni a religiosi e atti di vandalismo contro luoghi di culto. Ne emerge un nazionalismo che misura la propria legittimità nella subordinazione di ciò che non rientra in una definizione ristretta di “ebraico”. Ma proprio qui si apre una frattura: ciò che si presenta come identità ebraica rischia di ridursi a esercizio di potere. Per diventare padrone in casa propria, sembra aver espulso gli elementi di una tradizione costruita anche nell’esperienza della diaspora. È in questa chiave che Gabriel Abensour parla di “giudeolatria”, una forma di auto-venerazione speculare al proprio dominio, in cui l’identità coincide interamente con la propria forza.
Un’altra modalità attraverso cui la presenza di Israele si impone nella coscienza europea è quella dei conflitti che suscita e delle fratture politiche che rende visibili. In questo senso, i risultati dell’Eurovision degli ultimi tre anni offrono un osservatorio privilegiato, data la capacità di mobilitare un pubblico vastissimo. Arié Flack propone un’analisi della distanza tra il pubblico europeo e le sue élite culturali. Dal 7 ottobre il dato si ripete con regolarità: il pubblico tende a premiare l’artista israeliano mentre la giuria ufficiale lo penalizza. Cosa rivela, allora, il successo delle canzoni israeliane sulle tensioni e sulle aspirazioni politiche dell’Europa contemporanea?