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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#53 / Editoriale

Dopo il testo di Esther Offenberg, che la settimana scorsa tornava sulla difficile condizione degli ebrei britannici, alle prese con attentati antisemiti e con la percezione di abbandono da parte delle autorità, continuiamo a occuparci del Regno Unito. Il sociologo Keith Kahn-Harris, già autore su K. di «Perché gli ebrei dovrebbero servire a qualcosa?», propone un’analisi dell’attentato del 29 aprile a Golders Green, attribuito ai servizi segreti iraniani, e di ciò che rivela sul modo in cui gli ebrei vivono le proprie paure. Ne emerge un paradosso: mentre gli attacchi colpiscono soprattutto gli ebrei più “visibili”, la minaccia viene percepita in modo più acuto proprio da chi vive una ebraicità relativamente “invisibile”. Si delinea così una specificità della minoranza ebraica nel rapporto tra visibilità e spazio pubblico in cui la sicurezza dell’invisibilità, anche quando è una scelta, può essere letta come segnale di un antisemitismo diffuso.

La storia accelera, anche perché il governo di coalizione guidato da Netanyahu non arriverà probabilmente a fine mandato. Mentre l’opposizione, con il sostegno dei partiti ortodossi, si preparava a votare lo scioglimento della Knesset, l’esecutivo ha anticipato la mossa. Le elezioni saranno dunque verosimilmente anticipate e la campagna, già in avvio nonostante la guerra in Iran, è ormai aperta. K. dedicherà una serie di analisi a questa fase, in cui si gioca una scelta di regime per Israele. Per iniziare, David Chemla offre una panoramica delle forze in campo e delle principali linee di frattura, ricorrendo anche alla sociologia elettorale e alle specificità del sistema politico israeliano. Ne emerge un quadro in trasformazione: dalla crescente sfiducia della base del Likud verso il proprio partito fino al ruolo strategico del voto arabo che potrebbe, come in passato, entrare in una coalizione alternativa nonostante le smentite. La questione decisiva, tuttavia, resta il rapporto con la guerra, reso evidente dalla crisi sulla leva degli haredim. Dopo anni di promesse di “vittoria totale” a Gaza, in Libano e in Iran, sarà proprio la possibilità di un fallimento militare a diventare il fulcro del dibattito dell’opposizione. La direzione politica di Israele dipenderà quindi dal posizionamento dell’elettorato rispetto alla guerra e agli obiettivi dello Stato.

Sulle ripercussioni delle guerre israeliane in Europa e sulle “comunità di destino” che contribuiscono a formare, pubblichiamo alcuni estratti dall’ultimo libro di Danny Trom, Norbert Elias, une politique de la sociologie (Éditions de l’EHESS, 2026). L’autore ritorna sulla posizione di Norbert Elias nel dibattito seguito al processo Eichmann, in contrasto con Hannah Arendt e la Scuola di Francoforte. Elias insiste sul legame genetico tra Israele ed Europa: lo Stato israeliano avrebbe anche assunto la funzione di custode della memoria della persecuzione antisemita, che altrimenti rischierebbe di essere rimossa dalla coscienza europea maggioritaria. Da qui l’idea che il ritorno della questione israeliana nello spazio politico europeo non sia un’anomalia, ma l’esito di una interrelazione storicamente strutturata. Non ha quindi molto senso parlare di “importazione” del conflitto: esso resta ai margini della coscienza politica europea, come un pensiero scomodo che non si riesce a espellere.