#51 / Editoriale
Di fronte alle grandi ingiustizie, quelle che inchiodano un popolo alla croce, il mondo dorme. Tutto? No, Francesca Albanese ha gli occhi ben aperti, e tiene a farlo sapere. La controversa Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati ha dato alle stampe nel maggio 2025 Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina (Rizzoli), tradotto in francese lo scorso autunno e da poco pubblicato anche nel mondo anglosassone (When the world sleeps, Edition Other Press). Liam Hoare, che lo ha letto in quest’ultima versione, ne ha tratto l’impressione di una profonda dissonanza tra l’importanza della funzione ufficiale di Albanese, portavoce della posizione dell’ONU sul conflitto israelo-palestinese, e il personaggio pubblico che effettivamente incarna. Al di là del suo antisionismo di principio, Albanese è al tempo stesso figura mediatica e martire per la causa che ha il compito di rappresentare nell’arena internazionale. Liam Hoare analizza il modo in cui l’ingigantirsi del personaggio e la povertà dello stile riducono il conflitto a una favola morale, in cui Albanese interpreta il ruolo principale e in cui i palestinesi sono semplice controcanto.
L’ebraismo europeo trova la propria coerenza in una storia, una cultura e una memoria comuni. Ma questa unità si esprime davvero nei rapporti tra le diverse comunità che lo compongono? Nel marzo 2026, il Consiglio Europeo delle Comunità Ebraiche (ECJC) ha tenuto il suo summit annuale ad Atene, dove si sono ritrovati circa 250 dirigenti ebrei provenienti da 30 paesi. Élie Petit vi si è recato per K. per capire il modo in cui questa istituzione intendesse mettere in relazione delle comunità ebraiche europee. Nei corridoi della conferenza – tra sessioni dedicate alla leadership, alla governance comunitaria e all’evoluzione demografica dell’ebraismo europeo – ha parlato con Michel Montreuil, consulente presso il JDC (American Jewish Joint Distribution Committee), e con Taly Mair, direttrice dell’ECJC. Un’occasione per chiedere loro una lettura della situazione delle comunità ebraiche in Europa oggi.
In occasione dell’8 maggio scorso il nostro caporedattore, Stéphane Bou, ricordava il modo in cui la vittoria delle potenze alleate sulla Germania nazista era stata vissuta dagli ebrei sopravvissuti alla Shoah. A partire dai ricordi del drammaturgo ebreo polacco Ionas Turkov sulla propria esperienza dell’8 maggio 1945, interrogava l’articolazione tra destino ebraico e destino dell’umanità. Mentre le folle esultavano gli ebrei erano in lutto. Mentre l’umanità si fermava di fronte ai sessanta milioni di morti della guerra, gli ebrei si trovavano davanti all’annientamento quasi totale del proprio popolo in Europa. Come dar voce a questa particolare sofferenza nel mezzo dell’ecatombe universale? Attraverso quale parola era possibile evitare che l’umanità, al tempo stesso in lutto e in festa, dimenticasse?