#50 / Editoriale
La cinquantesima uscita settimanale della newsletter di K., la rivista – edizione italiana di K., la revue – segna una tappa che vuole essere insieme editoriale e intellettuale, la sedimentazione di un lavoro di scelta, traduzione e messa a fuoco di voci che interrogano il presente europeo dall’interno dei suoi punti di rottura. Una serie di interventi che cominciano ad assomigliare a un paesaggio con le sue linee di forza, le sue ricorrenze, le sue frizioni. La scelta di proporre testi in italiano è anche un modo per misurarsi su una tensione simile: quella tra lessico pubblico e complessità storica, tra dibattito immediato e stratificazione del pensiero. In questa occasione proponiamo una selezione di testi di autori italiani che restituiscono, ciascuno a suo modo, questo sguardo. Nel ricordo di Amos Luzzatto, figura centrale del pensiero ebraico italiano contemporaneo, emerge una riflessione che tiene insieme eredità intellettuale e responsabilità civile. La storia ebraica della diaspora si confronta invece con le sue narrazioni pubbliche, tra memoria, rappresentazione e rimozione. La Carta di Modena e il dibattito sull’antisemitismo istituzionale aprono una discussione sulle parole e sulle loro conseguenze politiche, mentre un intervento sul rinnovamento del linguaggio invita a misurare l’usura delle categorie con cui descriviamo il presente. Infine, Europa: ultima chiamata allarga lo sguardo oltre i confini nazionali, interrogando la tenuta stessa dello spazio politico europeo. Non testi che convergono verso una tesi comune, quindi, ma una scelta che tiene insieme differenze e attriti. Una non-convergenza che si apre e prende respiro.
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Voci italiane per K.
Israele, una democrazia illiberale?
Dopo il voto alla Knesset sulla proposta di legge relativa alla pena di morte, ci è sembrato utile offrire anche al di fuori di Israele una lettura di ciò che le figure giuridiche più impegnate nella costruzione e nella difesa dello Stato di diritto israeliano hanno da dire su questa legge, e sulle trasformazioni politiche che ne hanno reso possibile l’approvazione. Abbiamo quindi intervistato Mordechai Kremnitzer, tra i principali artefici del Codice penale generale israeliano, ex giudice militare, oggi professore emerito all’Università Ebraica di Gerusalemme e senior fellow all’Israel Democracy Institute, che già nel febbraio 2023 aveva pubblicato con altri colleghi una ferma condanna della prima versione del disegno di legge. Nell’intervista concessa a Julia Christ, Kremnitzer torna sulle ragioni di quella opposizione a una norma, definita una “macchia negli annali legislativi di Israele”, e spiega perché le modifiche alla legge esistente – la pena di morte non è mai stata formalmente abolita in Israele per alcuni reati – l’abbiano trasformata in uno strumento discriminatorio, in contrasto con le garanzie fondamentali dello Stato di diritto. Ma è anche l’occasione per descrivere una serie di passaggi che hanno condotto a una situazione in cui non si tratta più soltanto di interrogarsi sulla strada intrapresa dallo Stato ebraico ma di chiedersi fino a che punto esso resti ancora riconducibile a una democrazia liberale. Kremnitzer ricostruisce così l’insieme delle leggi che negli ultimi quindici anni hanno profondamente alterato lo Stato di diritto, la persecuzione dei palestinesi in Cisgiordania, e la riduzione della nozione stessa di democrazia, nel dibattito pubblico, a una questione di pura maggioranza. Per chi conosce, anche per esperienza storica, il significato del sionismo in termini di protezione delle minoranze non si tratta soltanto di una delusione ma di una situazione propriamente tragica. Il fatto che Israele affermi oggi il proprio carattere a maggioranza ebraica contro le sue minoranze, rinnegando così parte del proprio DNA non cancella però quell’esperienza. Non annulla la consapevolezza che nessuna democrazia liberale possa garantire un rifugio sicuro agli ebrei… ad eccezione di Israele che, secondo Kremnitzer, si allontana ogni giorno di più da questa promessa.
Per il 90° anniversario della nascita di Georges Perec, gli Archivi di Parigi dedicano allo scrittore una mostra che mette in dialogo la sua opera con le tracce della sua infanzia scomparsa. In questa occasione, la documentarista Ruth Zylberman apre una serie di conversazioni che K. pubblicherà in forma di podcast. In questo primo episodio ha dato la parola alla storica Claire Zalc, co-curatrice di «Georges Perec, archives d’une enfance», che racconta la ricerca alla base del progetto. Un podcast sul punto d’incontro tra letteratura e storia, e su ciò che i documenti consentono ancora di scoprire su un’infanzia devastata.