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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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# 43 / Editoriale

La guerra con l’Iran, dal punto di vista israeliano, si inscrive in un quadro argomentativo che la rende giustificabile, un dato che la sequenza successiva al 7 ottobre non ha fatto che rendere più tangibile. Dal momento in cui la Repubblica islamica afferma di voler distruggere Israele e alle minacce fa seguire atti concreti, la prospettiva della guerra appare inevitabile, in attesa soltanto dell’occasione per realizzarsi. Ed ecco che, per motivi che non è facile definire con precisione, ciò che era latente è diventato un dato di fatto: Israele si è impegnato, al fianco degli Stati Uniti, in una guerra aperta contro l’Iran. Il passaggio deliberato a questa guerra viene a mettere in tensione quella logica che la giustificava. La domanda diventa allora inevitabile: quali sono gli obiettivi di questo conflitto, e quanto sono davvero adeguati ai problemi politici che Israele si trova ad affrontare? È qui che emergono le contraddizioni, e la testimonianza della scrittrice israeliana Zeruya Shalev, scritta mentre risuonano le esplosioni e gli allarmi, testimonia con chiarezza quanto siano avvertite dagli israeliani. Shalev ricorda che la minaccia esistenziale che attualmente incombe su Israele non è soltanto, e forse neppure principalmente quella rappresentata dal regime iraniano. Almeno altrettanto pressante le pare sia la minaccia di una divisione interna della società israeliana e la messa in discussione del suo carattere democratico, una crisi che ha iniziato a profilarsi con il progetto di riforma costituzionale e lo spettro di una guerra civile. Identificando senza ambiguità i benefici politici che il governo Netanyahu spera di trarre dall’attuale guerra, Shalev mette a fuoco la contraddizione nella quale si trova intrappolata una parte dell’opinione pubblica israeliana.

T2 Sul versante americano il quadro politico appare molto diverso, anzitutto perché l’attacco contro l’Iran sembra alla ricerca di qualcosa che potrebbe giustificarlo. Si vedono Trump e la sua amministrazione esitare tra una postura da liberatore del popolo iraniano oppresso, l’affermazione di una logica imperiale priva di complessi e l’invocazione della minaccia che la Repubblica islamica farebbe correre agli Stati Uniti. Con scarso successo, bisogna dirlo, poiché il sostegno popolare alla guerra, già singolarmente basso, diminuisce man mano si chiariscono le possibili conseguenze economiche. Più significativo ancora è il fatto che anche la base trumpiana appaia divisa su questo punto, soprattutto quando il conflitto viene descritto come il sostegno americano a «una guerra voluta da Israele». Il testo di Rob Eshman richiama l’attenzione proprio su questo: sull’assenza di un reale chiarimento, da parte dell’amministrazione Trump, circa i propri obiettivi strategici in Iran e sul vuoto interpretativo che ne deriva, terreno fertile per la proliferazione di teorie complottiste e antisemite. Mentre gli influencer MAGA affermano sempre più apertamente che i problemi politici americani sarebbero «colpa degli ebrei» in un contesto in cui solo poche ore fa una sinagoga a West Bloomfield, nel Michigan, è stata attaccata da un uomo armato mentre in Francia La France Insoumise (LFI) gioca sulla pronuncia dei nomi ebraici e in Belgio un attentato ha preso di mira questo fine settimana la sinagoga di Liegi, non si possono trascurare le ripercussioni che questa guerra avrà sull’aumento dell’antisemitismo.

Al Museo ebraico di Berlino una mostra permette di ascoltare più di 220 ore di registrazioni audio inedite realizzate da Claude Lanzmann e dalle sue assistenti tra il 1973 e il 1978, durante la lunga fase preparatoria di Shoah. Esther Offenberg, membro della redazione di K. e coordinatrice delle sue edizioni internazionali, ha incontrato per K. Tamar Lewinsky, curatrice dell’esposizione. La mostra intende restituire il carattere del lavoro di ricerca condotto su un oggetto storico che non era ancora stato pienamente indagato né compreso. Nell’intervista Lewinsky ripercorre la genesi del progetto, le difficoltà poste da queste straordinarie fonti sonore e ciò che quelle voci, registrate mezzo secolo fa, possono ancora oggi insegnarci.