# 42 / Editoriale
Quando si parla dell’Iran contemporaneo, divenuto il luogo di istituzionalizzazione statale dell’antisemitismo mondiale dopo la rivoluzione islamista del 1979, non si può non pensare alla meghillat Esther – il libro biblico che mette in scena la minaccia esistenziale che incombe sugli ebrei e la loro sopravvivenza. Accade perché l’Iran dei mullah si è impegnato attivamente per elevarsi allo statuto di persecutore per eccellenza facendo dell’eradicazione dello Stato d’Israele un obiettivo politico prioritario e divenendo la capitale del negazionismo. La Repubblica islamica dell’Iran ha esposto a più riprese la logica che governa questa posizione: il «regime sionista» sarebbe stato imposto dall’Occidente nella regione in conseguenza della Shoah; occorre dunque che la Shoah sia una menzogna. A questa condizione la distruzione della realizzazione sionista diventa legittima, perché è fraudolenta nei suoi stessi fondamenti. Israele appare allora come il braccio armato dell’imperialismo occidentale insediato nella regione. Questo ragionamento la Repubblica islamica dell’Iran non l’ha inventato ma solo raccolto in Occidente, dove fin dal dopoguerra si intrecciarono antisionismo e negazionismo. Maurice Bardèche, nel 1948, con il suo Norimberga o la Terra promessa, ha inaugurato una serie destinata a proliferare. Uno degli episodi più vistosi è stato l’attivismo di Faurisson, invitato a esibirsi tanto al concorso di vignette sulla Shoah a Teheran quanto durante gli spettacoli dell’umorista Dieudonné a Parigi.
Ne consegue che la guerra attualmente in corso – che avrebbe aspetti molteplici, ma tra i quali noi vediamo prevalentemente la liberazione del popolo iraniano da una dittatura sanguinaria cone ribadiscono anche le iraniane Atefe Asadi e Mahnaz Mohammadi la cui lettura proponiamo questa settimana – comporta per lo Stato d’Israele e per gli ebrei del mondo una dimensione ulteriore, irriducibile ai mutevoli interessi strategici che oggi si confrontano in Medio Oriente: allentare il nodo scorsoio dell’antisionismo, fabbricato in Occidente ma al quale l’Iran e i suoi alleati hanno dato una base statale, forza militare e potenza terroristica e che ormai trova un’eco favorevole in interi settori dell’opinione pubblica, compresi i nostri campus. L’orologio installato in una piazza di Teheran scandisce pubblicamente il tempo che resterebbe a Israele prima di morire e suona per noi, da decenni, come il conto alla rovescia che va dal decreto di sterminio degli ebrei di Persia alla sua revoca nel libro di Ester. Quell’orologio smantellato da un popolo iraniano finalmente liberato segnerebbe l’ingresso del Medio Oriente in una nuova era. Che invece l’Europa si limiti a essere spettatrice è il segno desolante della sua irrilevanza politica. E che non sa più riconoscere la propria responsabilità né nell’esportazione dell’odio antiebraico né nel combatterlo.
Che cosa dà consistenza all’ebraismo, a questo fatto che, secondo Gershom Scholem, «non può essere definito in base alla sua essenza, poiché non ha essenza»? Nel suo libro L’invention du judaïsme, pubblicato lo scorso novembre da Albin Michel, David Lemler affronta questa domanda interrogando la varietà delle risposte che, nel corso della storia, gli ebrei hanno dato alla questione di che cosa sia il collettivo a cui appartengono e in che cosa consista. Danny Trom torna questa settimana sull’ambiziosa impresa di Lemler per far emergere con maggiore chiarezza la questione ebraica così come si ripresenta oggi. In un momento in cui la coscienza che gli ebrei hanno di sé è tesa tra la realtà concreta di uno Stato e il dubbio sulla durata del proprio popolo, a quali condizioni può essere superata questa crisi della riflessività?
Se la Lituania tra le due guerre fu decisamente una terra di letteratura ebraica — oltre che di arte e cultura yiddish — l’universo letterario litvak, a lungo assimilato a quello più vasto dello Yiddishland, ha impiegato tempo a giungerci nella sua piena singolarità. Grazie alle edizioni Istya & Cie e alla perseveranza di Odile Suganas, nipote di Dovid Umbru, la rivista K. apre una finestra sul mondo perduto della Litvakia, pubblicando una delle novelle di questo giovane autore ebreo lituano scomparso nella Shoah.