# 37 / Editoriale
I Lamed Vovniks aprono la newsletter di questa settimana con un testo di Susan Daitch, che accompagna il lettore nella Brooklyn ebraica. Un eccentrico racconto urbano si dipana tra pubblicità dedicate a Sukkot e vetrine colme di matzot, in un universo che resiste a ogni omologazione. Nel trambusto della vita quotidiana una saturazione di segni e l’incessante affaccendarsi portano all’incontro con personaggi barocchi e decisamente inattesi.
Ci sono al contempo eventi dai quali non possiamo davvero distaccarci e che ci costringono a interrogarci. Per Vilém Flusser – che ha un rapporto di distanza dalla sua appartenenza ebraica ed è contrario al sionismo – la guerra del Kippur incarnava esattamente questo. K. pubblica questa settimana La guerra ebraica, un testo inedito ritrovato nei suoi archivi, in cui Flusser si chiede se lo Stato israeliano, che secondo lui ha rinunciato all’essenza dell’ebraismo, non stia comunque combattendo, in un certo senso, una “guerra ebraica”.
Sullo sfondo emerge una riflessione sull’eccezionalità del fatto ebraico e sull’impossibilità di ridurlo alle categorie politiche consuete. Si intravede un pensiero correlato a una realtà oramai superata, anche se viene oggi talvolta ripresa: la condanna del sionismo come normalizzazione nazionalista di un ebraismo dalla vocazione etica e politica idealizzata. Non sapremmo d’altro canto negare che la questione sollevata da Flusser in tutta la sua radicalità tocca un nodo sensibile del rapporto degli ebrei della Diaspora con Israele, dove il legame tra singolarità del destino e minaccia esistenziale si rinnova incessantemente.
Il testo è accompagnato da una contestualizzazione di Rainer Guldin e da un’analisi di Amos Morris-Reich, che ne interroga l’eco alla luce della guerra a Gaza.