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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#35 / Editoriale

Mentre l’attenzione internazionale si volge verso l’Iran, dove la popolazione si solleva e si scatena la repressione, si ripresenta una retorica ormai familiare. La si era sentita già lo scorso giugno in occasione dei bombardamenti israeliani sui siti nucleari iraniani, quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva affermato, per esempio, che Israele stava facendo «il lavoro sporco per tutti noi». Mentre Trump rivendica di agire soltanto per i propri interessi, il mondo occidentale, in crisi, si aspetta che Israele che agisca, con abnegazione se non addirittura con una certa disposizione al sacrificio? Il testo di Noémie Issan-Benchimol ed Elie Beressi interroga le radici cristiane di questa rappresentazione di Israele come avamposto, se non addirittura come braccio operativo dell’Occidente, facendola risalire alla figura dell’esecutore sacro che compie una violenza «necessaria» e permette agli altri di mantenere le mani pulite. Gli autori invitano gli israeliani e coloro che li sostengono a emanciparsi da questa imposizione, che li induce ad assumere un ruolo pericoloso e impedisce che la loro azione politica e militare venga valutata secondo criteri normativi propri.

A cent’anni dalla nascita di Claude Lanzmann, è uscito Je n’avais que le néant, il film di Guillaume Ribot realizzato a partire dalle 270 ore di girato di Shoah che sono state tagliate al momento del montaggio¹, mentre una mostra al Mémorial de la Shoah mette a disposizione le registrazioni audio, inedite, che vengono dal lavoro di preparazione di Lanzmann. È per Danny Trom l’occasione di tornare sul modo in cui Lanzmann ha cercato di inscrivere il genocidio in un presente inconcepibile e sulla tensione intrinseca a un simile progetto, dato che il tempo passa e le generazioni si succedono. È anche l’occasione per interrogarsi su ciò che resta dell’eredità di Lanzmann, e in particolare di quei Temps modernes che non hanno trovato continuità dopo la sua scomparsa. Che restino dei Temps, è possibile, ma sembrano essersi ampiamente allontanati dalla loro rotta fondatrice.

Lo scorso novembre si è tenuta a Berlino una conferenza organizzata dalla Fondazione Heinrich Böll e da Haaretz, volta a interrogare «il dopo». Che cosa sono in grado di dire i tedeschi su Israele, in particolare sulla questione della colonizzazione in Cisgiordania, e fino a che punto questo tipo di incontro può portarli a chiarire la propria posizione? Analogamente in che misura le tendenze più critiche della sinistra israeliana si trovano frenata dalla acuita responsabilità dei tedeschi nei confronti di Israele? Il reportage di Paul Bernard-Nouraud dà conto di questo sottile equilibrio di tensioni e di influenze reciproche, interrogando gli imbarazzi e le sfumature che hanno punteggiato la conferenza, della quale si sarebbe desiderato chiarisse come la sicurezza di Israele, in quanto «ragion di Stato» tedesca, presupponga l’appianamento dei rapporti con i palestinesi.