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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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#57 / Editorial

Omaggio a Carlo Ginzburg

Omaggio a Carlo Ginzburg
Con Carlo Ginzburg scompare una delle voci più importanti della storiografia contemporanea e una figura centrale della cultura europea.
Sono tanti i cambiamenti che ha introdotto nel suo campo di studi, e si sarebbe tentati di ricordare tutto, di ripercorrere ogni passaggio del suo lavoro. Ma il ricordo viene travolto dall’urgenza del presente, un’urgenza che non ha mai eluso. Un omaggio a Ginzburg ha senso solo se riesce a restituire qualcosa della sua energia intellettuale: il tono appassionato e inquieto con cui interrogava ciò che stiamo diventando, la sua capacità unica di mettere in discussione la realtà, a partire dallo sguardo dello storico.
Nei suoi studi sul Medioevo e sull’età moderna, così come nei suoi interventi sul presente, Ginzburg si è confrontato più volte con la cosiddetta questione ebraica, tanto nei suoi aspetti più oscuri quanto in quelli più fecondi. Dall’antisemitismo omicida che ha segnato anche la sua storia familiare alle rappresentazioni e alle costruzioni culturali nate dalla vicenda di questo «strano popolo», come lo definì una volta Georg Simmel. Su questo versante, – ossia sugli effetti che la storia degli ebrei produce nella più ampia storia delle società – il suo interesse è stato costante e avuto. Nei suoi scritti ci sono analisi preziose dell’antisemitismo e dei suoi meccanismi, delle sue deformazioni e delle sue continue metamorfosi. Diverso è il discorso sul sionismo e su Israele: qui, da tempo, la condanna aveva preso il sopravvento su ogni possibile fascinazione. Il suo antifascismo, radicale e istintivo, forte quanto la sua opposizione all’antisemitismo, ha orientato con tale forza il suo sguardo sulla realtà israeliana da trasformare l’indignazione per l’estrema destra al potere in una collera talvolta incapace di misura, e il verdetto rischiava di precedere il giudizio. Questo nodo era emerso già prima del 7 ottobre, nell’intervista concessa ad Avishag Zafrani per K., e la decisione di pubblicarla integralmente ha rappresentato, per lui come per noi, una scelta precisa: non rinunciare allo sforzo di comprendere le condizioni spesso caotiche e contraddittorie della persistenza ebraica in una storia attraversata anche da crisi interne profondissime.
Per rendere omaggio al grande storico che è stato ripubblichiamo questa settimana quell’intervista. Risuona ancora la sua voce, con quella forza che a tratti aveva qualcosa del rombo di un tuono.

Dopo Jean-Frédéric Schaub, Judith Lyon-Cahen prosegue la serie di testi dedicati a Marc Bloch, nel quadro della sua “panteonizzazione”. Questa settimana l’attenzione si concentra sul celebre «Io sono ebreo» del testimone de L’Étrange défaite, da rileggere nel suo contesto: il crollo della Repubblica e dell’uguaglianza davanti alla legge. La descrizione della disfatta francese del 1939 sembra attraversata, in modo quasi impercettibile, dal ritorno in Bloch al proprio ebraismo nel momento dell’antisemitismo di Vichy e della richiesta di certificazioni genealogiche che separavano gli ebrei di nascita dagli altri francesi. Come se, nel venir meno della promessa di emancipazione, riemergesse per l’ebreo francese una memoria affettiva indicibile.

L’8 aprile è morto Rav Eliahu Abitbol, fondatore della Yeshiva degli studenti di Strasburgo e figura atipica del panorama ebraico francese. In sua memoria pubblichiamo un testo del 1998 di Peter Honigmann, costruito a partire da una serie di interviste con il maestro e alcuni suoi allievi dedicate alla genesi, alle trasformazioni e alle aporie dell’anarco-ortodossia sviluppata nel microcosmo creato da Abitbol. L’entusiasmo per un ritorno ai testi fuori dalle istituzioni comunitarie delinea un momento di indeterminazione favorevole alla tensione insurrezionale. Quello di una generazione di giovani ebrei disorientati, delusi dall’ebraismo piccolo-borghese dei genitori, alla ricerca di una riappropriazione viva della propria appartenenza collettiva dopo la cancellazione delle origini.