#56 / Editoriale
Anche in Italia i benpensanti di professione, ieri come oggi, si occupano di tracciare linee rosse e di vigilare affinché chi le attraversa venga punito. Il caso più recente è quello di Erri De Luca: l’invito a tenere il discorso inaugurale del Festival Salerno Letteratura è stato annullato dopo la sua partecipazione al festival degli scrittori di Gerusalemme dove ha dichiarato di non considerare applicabile la parola «genocidio» a quanto accade a Gaza. “Colpevole” di non aver sposato subito la narrativa dominante sul conflitto ha ribadito di considerarsi sionista – termine, che nella sua accezione minimale e storicamente fondata si riferisce a nient’altro che il riconoscimento del diritto degli ebrei a uno Stato. Non si tratta di un caso isolato: ristoranti, festival culturali e università hanno visto ospiti, operatori o artisti israeliani vedersi cancellare l’invito o la performance all’ultimo momento, senza spiegazioni convincenti, in una rete di ostracismi silenziosi che va a penalizzare la libertà di pensiero critico. Non meno rivelatore il caso di Keshet Italia: l’organizzazione LGBTQ+ ebraica è stata esclusa dal Roma Pride 2026 dopo aver rifiutato di sottoscrivere integralmente il suo manifesto politico, in particolare la parte in cui l’operazione militare israeliana a Gaza viene definita genocidio, condizione posta come vincolante per la partecipazione con un carro alla parata, nonostante la chiara presa di posizione dell’associazione contro il governo israeliano. L’anno precedente i suoi membri erano stati insultati con slogan come «assassini» e «terroristi» mentre portavano bandiere arcobaleno con la Stella di Davide, e il Roma Pride aveva scelto il silenzio. Un “cordone sanitario” che passa anche dentro i movimenti, alla faccia dell’inclusività. Sullo sfondo, il rapporto annuale del CDEC segnala 963 episodi di antisemitismo nel 2025, in Italia, un dato che è quattro volte quello del 2022. Il termometro culturale e quello dell’odio di strada segnano la stessa temperatura. Per i moralisti è soprattutto una questione di “salute pubblica”: il rischio di “contagio” è ormai associato al nome di Israele e le raccomandazioni delle alte autorità della salubrità morale si fanno ogni giorno più intransigenti e difficili da seguire. Numerosi i casi recenti anche in Francia: Joann Sfar, uno dei fumettisti francesi più conosciuti – il suo Gatto del rabbino è molto noto anche in Italia –: è stato boicottato a Marsiglia con lo slogan «sionisti fuori dalla nostra città». Barbara Butch, DJ e attivista lesbica, è stata bersaglio di una campagna di boicottaggio per aver firmato un editoriale contro l’antisemitismo. La partecipazione di Shie Mannor, ricercatore di fama internazionale nel campo dell’intelligenza artificiale, è stata cancellata dalla Summer School dell’École Polytechnique di Parigi perché è risultato colpevole di aver fatto il servizio militare obbligatorio in Israele, venticinque anni prima. Il regista israeliano Nadav Lapid vive in Francia da anni, proprio per protestare contro la politica del governo israeliano, e il suo ultimo film, Yes, è una riflessione tagliente sulla complicità, su come un artista può accettare di fare compromettersi e cedere a un sistema che rende questa cosa “normale”. Eppure la sua partecipazione alla giuria del Festival di Marsiglia ha suscitato una tale opposizione da parte di altri cineasti – alcuni dei quali hanno minacciato di ritirare i propri film – da costringerlo al ritiro. Se neppure esiliarsi con le proprie mani per segnare il divorzio da Israele e dedicare la propria filmografia alla critica del governo israeliano basta per essere considerati frequentabili, è ora di dubitare che qualsiasi gesto sia sufficiente. Per alcuni, l’identità è già una colpa.
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Marc Bloch, contro il bluff
Per una di quelle coincidenze che non sono mai del tutto casuali, abbiamo ricevuto un testo del filosofo Gérard Bensussan poco prima che venisse a sua volta escluso da una conferenza, per timore dell’attuale «contesto teso». Una riflessione breve e tagliente sul livello di degradazione della situazione politica e intellettuale cui stiamo assistendo: qualcosa che comincia quando si diffonde l’idea, ancora vaga ma già operante, che gli ebrei e gli israeliani siano, in fondo, press’a poco la stessa cosa.
Mentre certi ebrei vengono tolti dal cartellone, altri trovano posto, a debita distanza di tempo, nel tempio della memoria ufficiale: in occasione dell’ingresso di Marc Bloch al Panthéon il prossimo 23 giugno, K. gli dedica questo mese una serie di testi. Ad aprirla, Jean-Frédéric Schaub, che rilegge La strana disfatta restituendone l’attualità e la forza critica. Vi ritrova in particolare un pensiero sulla meccanica del disastro, in cui il cedimento delle élite occupa una funzione decisiva. Per chi testimoniava insieme come storico e come cittadino, il distacco intellettuale era tanto insostenibile quanto l’arruolamento ideologico. Mentre ci apprestiamo a onorare la memoria di Bloch, teniamo viva l’esigenza di quell’impegno razionalista nella vita democratica che fu il suo.
In un testo pubblicato lo scorso autunno Laure Abramovici definiva Nadav Lapid un “sabra decostruito”. Il suo ultimo film, intitolato Yes, Sì, è stato acclamato a Cannes e da una parte consistente della critica francese e letto come pamphlet politico e insieme confessione catartica, solleva una domanda più scomoda: che cosa si sta davvero applaudendo quando si parla di un’opera definita radicale? Dietro l’oggetto cinematografico c’è il ruolo del regista israeliano, ormai figura mediatica a pieno titolo, che è di volta in volta “sabra decostruito”, di profeta di sventura o poeta visionario, affascinando la critica francese. In occasione del film un ragionamento sul suo percorso e sul modo in cui la sua opera è stata recepita dalla critica in Francia, paese in cui ha scelto di vivere.