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K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
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Il nostro destino neogiudaico

La distinzione tra ebrei e israeliani si fa via via più labile, e quella tra antisionismo e antisemitismo risulta sempre più problematica sul piano concreto. Questa confusione è politicamente pericolosa: gli ebrei rischiano di essere percepiti come stranieri nei paesi di cui sono cittadini, e considerati responsabili delle azioni di Israele. Partendo da questa constatazione, Gérard Bensussan ripropone una domanda non nuova: come pensare un'esistenza ebraica divisa tra appartenenza nazionale, vita diasporica e legame con Israele? Gli ebrei sono piombati nel «neogiudaismo»?

Immagine frammentata, Vasile Dobrian, 1972, WikiArt.

Due fenomeni concomitanti, nuovi e sorprendenti, sembrano caratterizzare la situazione attuale degli ebrei in Francia, in Europa, in Occidente, fenomeni troppo poco osservati o troppo massicci per essere davvero percepiti. Una doppia dissolvenza, relativa, senza dubbio, e riconducibile a una molteplicità di fattori che non prendo qui in esame, si sta producendo sotto i nostri occhi. La si può deplorare perché comporta rischi considerevoli. La si può accettare con rassegnazione. Alcuni se ne rallegreranno in segreto, chissà! In ogni caso, si impone una constatazione sullo «stato degli ebrei» oggi.

La differenza tra ebrei e israeliani, per quanto si imponga in modo incontestabile, sembra farsi labile agli occhi di un’opinione pubblica poco attenta al rigore argomentativo o alle verità generali ma sensibile a modo suo alle scosse del tempo, che coglie con perspicacia. L’impressione parziale ma tenace di molte persone è che in fondo gli ebrei non siano che israeliani in esilio e gli israeliani siano ebrei territorializzati. Come suggerisce già il termine, questa impressione è diffusa, massiccia, un po’ vaga e volatile. Eppure insiste, si estende, ignorando le distinzioni che la smentiscono, ignorando i fatti, la storia, l’emancipazione, la politica, il sionismo…

L’impressione parziale ma tenace di molte persone è che in fondo gli ebrei non siano che israeliani in esilio e gli israeliani siano ebrei territorializzati.

L’offuscamento di questa differenza è parallelo, nelle sue sinuosità, alla crescente indifferenziazione tra antisionismo e antisemitismo nelle loro pratiche concrete, ormai indiscernibili, e nei loro discorsi convergenti. La necessità di mantenerli distinti deve certamente essere ribadita, ma lo si afferma sempre più in linea di principio e non nella pratica effettiva; questa distinzione è diventata astratta. A volte il suo richiamo, un po’ forzato, sotto l’apparente integrità politica o morale non è più atro che una contorsione interessata, ideologicamente gonfiata. Ebrei e israeliani, antisemiti e antisionisti, tutti nello stesso sacco? Si contesterà l’amalgama per la sua grossolanità, si produrranno mille eccezioni, tutte fondate. Ma l’ampiezza del tratto non impedisce di vedere ciò che si disegna, anzi: come per il dito e la luna del celebre proverbio.

La duplice constatazione che faccio, non posso che proporla come una intuizione, senza la possibilità di dimostrarne l’esistenza in maniera rigorosa. E senza ignorare i pericoli politici che l’accompagnano: se gli ebrei sono più o meno israeliani è perché sono da tempo immemorabile stranieri nei paesi in cui risiedono, e si darà così ragione agli antisemiti; se sono corresponsabili delle azioni dei diversi governi israeliani, è giusto prendersela con loro per sostenere meglio la causa palestinese, e si darà così ragione agli antisionisti. In tutti i casi l’affermazione dell’uguaglianza civica degli ebrei e dei loro concittadini, la loro presa di distanza da Israele, le battaglie politiche condotte nei paesi di cui hanno la nazionalità potrebbero risultarne indebolite, e la loro situazione messa a repentaglio. Ma non è forse proprio questo ciò che, già adesso, prevale? Non dovremmo forse vedere fin da ora, nella doppia constatazione di un relativo svanire che sto facendo, la rivelazione di una cruda verità che turba e sconvolge le convenzioni e la correttezza di un rapporto che si suppone pacifico tra «comunità»? Bisogna prendere atto, a malincuore, che l’attacco agli spazi comunitari ebraici, sinagoghe, centri, luoghi di culto, o la brutalizzazione di chi indossa la kippah e altri segni esteriori, o ancora la vandalizzazione dei simboli commemorativi della Shoah, fungono da forma di protesta legittima per molti di coloro che intendono così esprimere la propria indignazione per le sofferenze inflitte ai palestinesi.

Se gli ebrei sono più o meno israeliani, è proprio perché da tempo immemorabile sono stranieri nei paesi in cui vivono, e questo darà ragione agli antisemiti; se invece sono corresponsabili delle azioni dei vari governi israeliani, è giusto prendersela con loro per sostenere meglio la causa palestinese, e questo darà ragione agli antisionisti.

Un significativo gioco incrociato testimonia del doppio movimento che indico. La sinistra antisionista, globalmente, nel suo combattimento contro Israele, ritrova «a propria insaputa» i luoghi comuni più consunti dell’antisemitismo di tradizione. La destra antisemita, soprattutto trumpista e MAGA, una volta smaltita la sbornia del suo entusiasmo evangelico-politico per lo Stato d’Israele, adotta spontaneamente le parole d’ordine dell’antisionismo militante.

Lo sfumamento che sto cercando di descrivere si staglia però su uno sfondo che non svanisce, tutt’altro – e che forse costituisce l’invariante transstorico più solido dell’esistenza ebraica. La diarchia centro/dispersione, Stato/esilio, Israele/paesi «ospitanti», terra promessa/terra d’accoglienza costituisce da sempre la trama più fitta delle vite ebraiche, sia a livello affettivo che concreto. La sua estensione elastica potrebbe forse arrivare fino alla tradizionale opposizione Gerusalemme/Atene, nella sua rifrazione interna, ebraica. Questo doppio fuoco, questa polarità in tensione o in ellisse tra la terra e l’esilio, tra il centro e il mondo, tra il punto e la linea, diceva Hegel, forma una figura dell’abitare il tempo mondano che né il sionismo intransigente, nazionalista, né il diasporismo esaltato o esclusivista riusciranno ad abolire in modo duraturo.

Durante la controversia del 1897 a Vienna, nel testo della sua risposta al Gran Rabbino Güdemann – ostile a qualsiasi progetto di costituzione di uno Stato ebraico «armato di cannoni e baionette», in Palestina o altrove – Theodor Herzl avanzava un’osservazione sorprendente. Gli ebrei, spiegava, hanno tutti una patria, Vaterland, di cui sono cittadini, se glielo si permette, e in cui vivono più o meno in pace e in una sicurezza variabile. Il sionismo, secondo questo testo di Herzl, non intende togliere loro questa Vaterland né attribuirne loro un’altra – ma dare loro in più una madrepatria, Mutterland, il paese degli antenati, della loro storia, del loro romanzo nazionale. Quel sionismo aggiunge; non toglie né sostituisce, perché le esistenze ebraiche si dispiegano in quella «Binnenpolarität» di cui parlava Rosenzweig, in quella dinamica inalienabile e interiorizzata del paese «ebraico» e del paese dei «destini esteriori» del popolo d’Israele.

Questo doppio fuoco, questa polarità in tensione o in ellisse tra la patria e l’esilio, tra il centro e il mondo, tra il punto e la linea – come diceva Hegel – costituisce una figura dell’abitare il tempo mondano che né il sionismo puro e duro, nazionalista, né il diasporismo esaltato o esclusivista riusciranno ad abolire in modo duraturo.

Quasi duemila anni fa, Filone – originario di Alessandria, di lingua greca, autore di un commento alle Scritture e primo sostenitore del sogno ostinato di una riconciliazione tra ragione e rivelazione – distingueva tra Gerusalemme, la mikropolis degli ebrei, l’antica città degli antenati, e la makropolis, Alessandria, dove essi vivevano la loro cosmopolitica propria, la loro macropolitica universale e razionale. Tra questi due nomi di metropoli,  nessuno dei due riducibile all’altro né decidibile, tra il vasto mondo e la piccola città, il destino e la missione ebraici cercano di compiersi, non senza ostacoli imprevisti né aggiustamenti di percorso inevitabili. Come Filone, molti «giudei» potevano essere cittadini, o sudditi, dell’Impero romano, come gli abitanti della Gallia Cisalpina o dell’Illiria, e mantenersi in un legame indissolubile con il Tempio, con il Re, con la Città santa – con la madrepatria, senza rinunciare alla loro vocazione all’erranza planetaria o al grandioso esilio, sempre in bilico tra i due.

Nel confronto odierno tra le grandi geoteologie imperiali e rivali, gli ebrei non sono forse diventati, o tornati ad essere, dei neo-giudei alle prese con una cittadinanza nazionale, che a volte viene loro contestata, e una fedeltà a una madrepatria che non risparmia loro alcuna prova?

Foto di Gérard Bensussan

Gérard Bensussan

Gérard Bensussan est philosophe, professeur émérite à l'Université de Strasbourg et chercheur associé aux Archives Husserl de Paris. Il a enseigné dans le monde entier et a publié une vingtaine d'ouvrages dont beaucoup sont traduits en plusieurs langues. Les plus récents sont: Miroirs dans la nuit. Lumières de Hegel (Cerf, 2022), La Transaction. Penser autrement la démocratie (PUF, 2023), Des sadiques au cœur pur. Sur l’antisionisme contemporain (Hermann, 2025) et Vieillir (Kimé, 2025).