Vai al contenuto
K. gli ebrei, l'Europa, il XXI secolo
Creare un account

#52 / Editoriale

Mentre l’ebraismo europeo è segnato profondamente dalla Shoah nel Regno Unito gli ebrei hanno potuto essere insieme pienamente ebrei e pienamente britannici. Questa relativa sicurezza oggi sembra incrinarsi. Esther Offenberg torna questa settimana sull’ondata di attacchi antisemiti che ha colpito il Regno Unito negli ultimi mesi: una sinagoga presa di mira, le ambulanze della comunità incendiate, un muro commemorativo attaccato, passanti ebrei accoltellati… Non colpisce soltanto la violenza, le parole che pretendono di risponderle stanno perdendo peso: «Solidarietà», «tolleranza», «convivenza», sono un lessico ufficiale che sembra girare a vuoto, come se l’antisemitismo potesse essere riconosciuto solo a condizione di non costringere la società a interrogarsi. A sinistra troppo spesso la lingua si dissolve in una gerarchia dei razzismi, nella quale gli ebrei non occupano mai il posto giusto. A destra viene captata da coloro che si proclamano difensori degli ebrei soprattutto per legittimare la propria ostilità verso altre minoranze. Stretta tra rimozione e strumentalizzazione, la comunità ebraica britannica si ritrova così costretta a scegliere tra chi non vuole vedere ciò che le sta accadendo e chi vuole servirsi di lei.

Per misurare ciò che rischia di andare in pezzi forse bisogna tornare a ciò che era stato reso possibile. È questa la posta in gioco del testo che Josh Glancy dedica a Daniel Deronda, l’ultimo romanzo di George Eliot, pubblicato nel 1876, che le circostanze di queste settimane invitano a rileggere. Nell’Inghilterra vittoriana Eliot aveva tentato qualcosa di straordinario: rappresentare gli ebrei non come figure allegoriche, sopravvivenze grottesche o semplici controfigure morali, bensì come esseri umani a pieno titolo, portatori di una storia, di una lingua, di una memoria, di un’aspirazione nazionale. Il suo filosemitismo non nasceva da un sentimentalismo indistinto. Si fondava invece su uno sforzo di intelligenza, di studio e di empatia, cioè sull’accettazione di una singolarità ebraica.

Il romanzo di George Eliot poneva soprattutto una domanda: gli ebrei possono vivere in una società che li accetti non soltanto come individui assimilabili, ma come popolo portatore di una propria storia, irriducibile alle categorie maggioritarie? È precisamente su questo punto che intervengono le anticipazioni del libro di Julien Chanet – L’Incendie Universel. Le thème de l’antisionisme à gauche, Éditions Crise et Critique, appena pubblicato – spostando ancora una volta la questione. Se l’universalismo può costituire una promessa di emancipazione, può anche trasformarsi in una macchina che rimprovera agli ebrei la loro stessa persistenza. Chanet mostra come una parte dell’antisionismo contemporaneo ricicli, in forme secolarizzate, un antico motivo dell’antigiudaismo cristiano: gli ebrei avrebbero dovuto comprendere il senso della Storia, rinunciare al proprio particolarismo, accettare di essere soltanto i testimoni di un mondo ormai superato. E invece, ritrovando un’esistenza politica e tornando nella Storia sotto forma di sovranità, avrebbero commesso una colpa contro l’universale.