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La legge che si è divorata da sé

Il diritto internazionale, tra universalità proclamata e impotenza reale

Epic Fury e Roaring Lion, le operazioni lanciate dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, sono state interpretate da alcuni come un punto di svolta per l’efficacia del diritto internazionale. Simone Rodan-Benzaquen ricorda qui che si tratta solo dell’ultimo capitolo di una lunga serie, e che mostrano il fallimento del sistema giuridico internazionale, intrappolato in una tensione strutturale tra la sua pretesa universalistica e l’impossibilità di essere applicato in modo vincolante a coloro che ne violano quotidianamente i principi fondamentali.

Sala delle riunioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

Il 9 gennaio 2026, su un marciapiede di Karaj, in Iran, un ragazzo di diciassette anni viene colpito da un’arma da fuoco nella parte bassa della schiena. Viene trasportato in ospedale. Lì secondo suo padre, rifugiato in Germania – dove, come lui, migliaia di iraniani sono fuggiti dalla Repubblica islamica per rifarsi una vita in paesi che hanno fatto del rispetto del diritto internazionale, o almeno dell’idea che se ne fanno, una religione –, Sam Afshari viene ucciso con un colpo di pistola alla testa dalle forze di sicurezza iraniane mentre è sdraiato sul tavolo operatorio. Il suo crimine: essere uscito in strada.

Il governo iraniano non ha negato i fatti. Ha confermato che le sue forze quella settimana avevano ucciso manifestanti. Ciò che ha contestato è il numero: ufficialmente 3.117, mentre gli investigatori internazionali parlano di 30/40 mila morti. Amnesty International ha definito quella del gennaio 2026 come la repressione più sanguinosa documentata da decenni. Human Rights Watch ha descritto corpi che arrivavano su camion frigoriferi all’obitorio di Kahrizak ammucchiati nei sacchi, alcuni con proiettili alla testa, esecuzioni di feriti. Donne restituite alle famiglie con organi asportati per cancellare le prove di stupro. Il regime ha definito i morti «rivoltosi», «terroristi». Ha qualificato le manifestazioni come un complotto israelo-americano.

La comunità internazionale ha fatto ciò che sa fare meglio: usare un linguaggio indignato, esprimere la propria «viva preoccupazione».

Le reazioni a questa campagna militare non mostrano un ordine giuridico internazionale improvvisamente messo alla prova; rivelano un ordine che da tempo ormai non vincola più realmente coloro che pretende di contenere.

Sei settimane dopo, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione Epic Fury e Roaring Lion contro la Repubblica islamica. Emmanuel Macron ha parlato di una guerra «dalle conseguenze gravi per la pace e la sicurezza internazionali». Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha condannato l’uso della forza. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez – che ha vietato agli aerei statunitensi l’accesso alle basi spagnole e imposto il ritiro dei velivoli cisterna da Rota e Morón – ha dichiarato che gli attacchi rappresentavano una «escalation» e una «violazione del diritto internazionale». Queste reazioni, se messe a confronto con quanto è stato effettivamente detto e fatto durante la repressione sanguinosa di gennaio – cioè nulla –, dovrebbero indurci a interrogare la struttura stessa di un sistema che reagisce più rapidamente al ricorso all’intervento militare che al massacro metodico di popolazioni indifese. Le reazioni a questa campagna militare non mostrano un ordine giuridico internazionale improvvisamente messo alla prova; rivelano un ordine che da tempo ormai non vincola più realmente coloro che pretende di contenere.

Il vizio originario dell’ordine del dopoguerra

Per comprendere dove siamo, bisogna ricordare dove avremmo dovuto essere.

L’ordine giuridico internazionale costruito dopo il 1945 si fondava su un patto morale semplice: le cataclismatiche guerre del XX secolo avevano dimostrato che una potenza statale senza freni era la principale minaccia per la civiltà umana, e che solo un quadro normativo superiore agli interessi immediati degli Stati poteva impedire il ritorno del disastro. La Carta delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra, lo Statuto di Roma, la Convenzione sul genocidio, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: tutto ciò proveniva da una medesima ambizione, immensa e sincera.

Questa ambizione era giusta. Ma ciò che oggi vacilla non è soltanto il diritto delle relazioni tra Stati; è anche il diritto che dovrebbe proteggere gli individui dal proprio governo. Queste due dimensioni sono distinte. Eppure hanno finito per convergere in uno stesso fallimento: l’incapacità di contenere coloro che violano più sistematicamente le norme che invocano.

Ci si siede nel Consiglio dei diritti dell’uomo mentre si giustiziano prigionieri politici. Si brandisce la Carta delle Nazioni Unite e il suo divieto di ingerenza negli affari interni come scudo contro qualsiasi esame dei propri massacri.

L’architettura portava in sé, fin dall’origine, un vizio destinato a comprometterne l’efficacia. L’attuazione delle norme era stata affidata al Consiglio di sicurezza, i cui cinque membri permanenti disponevano di un veto assoluto. Era il prezzo della partecipazione americana e sovietica. Era anche l’ammissione, sin dalla nascita del sistema, che la proclamata universalità del diritto sarebbe rimasta subordinata al consenso delle potenze in grado di bloccarne l’applicazione.

Durante i primi quattro decenni dell’ordine del dopoguerra, questa contraddizione fu occultata dalla brutale semplicità della guerra fredda. Dopo il 1989, quando la fine del confronto bipolare sembrò aprire la via all’universalizzazione del modello liberale, apparve messa a nudo. Gli anni Novanta furono insieme l’apogeo retorico dell’ordine internazionale e l’inizio del suo svuotamento pratico. La Bosnia ne rivelò l’impotenza. Il Ruanda ne rivelò l’indifferenza. Il Kosovo rivelò qualcos’altro ancora: che un’azione giudicata moralmente necessaria poteva risultare giuridicamente sospetta nel momento in cui non passava attraverso un Consiglio di sicurezza paralizzato. Man mano che l’architettura si perfezionava, garantiva meno la giustizia che l’impossibilità di agire.

Il diritto internazionale autoritario

Tom Ginsburg, professore di diritto all’Università di Chicago, ha dato un nome a questo fenomeno nel Journal of Democracy: il diritto internazionale autoritario – l’appropriazione sistematica dei meccanismi giuridici da parte di regimi illiberali, non per vincolare se stessi ma per delegittimare i propri avversari e neutralizzare le conseguenze dei propri crimini.

Ci si siede nel Consiglio dei diritti dell’uomo mentre si giustiziano prigionieri politici. Si brandisce la Carta delle Nazioni Unite e il suo divieto di ingerenza negli affari interni come scudo contro qualsiasi esame dei propri massacri. Si oppone il veto a ogni risoluzione coercitiva. Si invoca la procedura non per sottomettersi allo spirito del diritto, ma per deviarne gli effetti. Si firmano convenzioni che non verranno mai applicate, poi si trasforma quella firma in capitale simbolico. Il diritto non è più un limite; diventa uno strumento.

La legge concepita per proteggere i deboli dai forti si era lasciata trasformare in un meccanismo di cui beneficiavano innanzitutto coloro che erano più inclini a violarla.

La Russia ha portato quest’arte alla perfezione. Per vent’anni, Mosca ha utilizzato il proprio veto per bloccare qualsiasi discussione sulle propria aggressione – in Georgia, in Siria, in Ucraina – invocando al contempo il diritto internazionale. Quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala dell’Ucraina, ha continuato a parlare il linguaggio della legalità, della stabilità, della sicurezza collettiva. Poi ha mantenuto il proprio posto nel Consiglio di sicurezza come se nulla fosse. La struttura parlava per lei.

La Repubblica islamica dell’Iran ha sviluppato una variante della stessa strategia. Per quarant’anni, il regime dei mullah ha rivendicato le protezioni della sovranità e del diritto internazionale, violandole sistematicamente. Ha finanziato, addestrato e armato milizie in tutta la regione; destabilizzato Stati per procura; represso i propri cittadini con una violenza industriale; e ha ricoperto tutto con il vocabolario della resistenza, dell’anticolonialismo, della legalità offesa. Anche qui, la norma invocata non vincola chi la invoca. Copre ciò che dovrebbe proibire.

Così, ancora una volta, la legge concepita per proteggere i deboli dai forti si era lasciata trasformare in un meccanismo di cui beneficiavano innanzitutto coloro che erano più inclini a violarla.

Un’asimmetria diventata sistema

Ciò che alcuni occidentali non riescono a cogliere — o si rifiutano di ammettere — è che questa asimmetria non deriva da un semplice incidente di funzionamento. È stata sfruttata, approfondita, talvolta persino ricercata da regimi che hanno perfettamente compreso il vantaggio che potevano trarre da un diritto privo di reale reciprocità. Gli Stati illiberali non conoscono alcun controllo giuridico interno sul loro comportamento: nessuna stampa libera, nessun giudice indipendente, nessuna opposizione capace di tradurre una norma internazionale in costo politico interno. Le democrazie, invece, hanno interiorizzato questi vincoli. Tribunali indipendenti, ONG attive, media aggressivi, parlamentari dell’opposizione possono invocare le norme internazionali per frenare o delegittimare l’azione dello Stato. Il risultato è un’asimmetria diventata strutturale: il diritto internazionale pesa realmente su chi ha già dei contropoteri, e quasi per nulla su chi non ne ha alcuno.

Il diritto e le libertà che proteggono le società aperte diventano allora, per mancanza di lucidità strategica, prede offerte a coloro che non riconoscono alcuna reciprocità.

Le democrazie, del resto, non sono state estranee a questa erosione. I loro governi hanno intrattenuto relazioni commerciali con i regimi che condannavano; le loro imprese si sono accomodate del mantenimento al potere di despoti quando i loro interessi vi trovavano vantaggio. La stabilità così ottenuta serviva da giustificazione al pragmatismo, piuttosto che da misura del suo fallimento morale.

A ciò si aggiunge una seconda vulnerabilità: gli Stati illiberali non si limitano a sfuggire ai vincoli ma lavorano anche per destabilizzare le società che, invece, continuano a sottomettervisi. Finanziamenti, proxy, influencer, reti religiose o militanti, campagne di influenza — tutto ciò che rende fragili le democrazie dall’interno accentua ulteriormente l’asimmetria. Il diritto e le libertà che proteggono le società aperte diventano allora, per mancanza di lucidità strategica, prede offerte a coloro che non riconoscono alcuna reciprocità.

Nove ex capi militari britannici di alto livello lo hanno dichiarato in una lettera aperta, lo scorso novembre. La guerra giuridica è diventata una minaccia diretta per la sicurezza nazionale. Ogni soldato britannico dispiegato deve ormai studiare in anticipo non solo il campo di battaglia, ma anche il campo giuridico-mediatico che i suoi avversari sanno strumentalizzare.

Nel frattempo, la Repubblica islamica abbatteva adolescenti ricoverati con un colpo alla testa.

C’è qui un parallelo storico. Scomodo, ma sufficientemente preciso da meritare di essere esaminto.

Quanto alle democrazie che avrebbero potuto far applicare i principi che proclamavano, avevano interiorizzato così profondamente le norme di moderazione da non riuscire più a risolversi ad agire, anche quando agire era diventato necessario.

Negli anni Trenta, il mondo disponeva anch’esso di un ordine giuridico internazionale – la Società delle Nazioni, il Patto Briand-Kellogg, gli accordi di disarmo tra le due guerre – costruito con un idealismo sincero dopo la Prima guerra mondiale. I suoi architetti pensavano che l’opinione mondiale, la riprovazione morale e alcuni meccanismi istituzionali sarebbero bastati a dissuadere le potenze revisioniste. Si sbagliavano.

Avevano concepito un sistema che funzionava quando tutte le parti agivano in buona fede, e in modo catastrofico quando non lo facevano. La Società delle Nazioni poteva rimproverare, condannare, indagare. Non poteva né costringere il Giappone in Manciuria, né fermare l’Italia in Etiopia, né impedire a Hitler di rimilitarizzare la Renania. Quanto alle democrazie che avrebbero potuto far applicare i principi che proclamavano, avevano interiorizzato così profondamente le norme di ritenuta da non riuscire più a risolversi ad agire, anche quando agire era diventato necessario.

Il risultato non fu la preservazione della pace, ma la Seconda guerra mondiale.

Il paragone è imperfetto – i paralleli storici lo sono sempre. Ma la logica strutturale è inquietante. Trent’anni consacrati a costruire un’architettura giuridica elaborata, vincolante per le democrazie, decorativa per le autocrazie. Trent’anni a guardare la Russia invadere due nazioni sovrane. A guardare la Repubblica islamica massacrare i propri cittadini – nel 2009, nel 2019, nel 2022, e ora nel massacro del gennaio 2026, una delle peggiori atrocità del XXI secolo, quali che siano le cifre riconosciute. A guardare la Cina costruire un sistema concentrazionario per minoranze etniche su una scala inedita dagli anni Quaranta. E l’essenziale dell’energia morale, diplomatica e mediatica del sistema si è spesso diretto altrove.

La “cattura” delle istituzioni

L’esempio più eloquente di questa “cattura” istituzionale fu forse la nomina, nell’aprile 2021, della Repubblica islamica dell’Iran alla Commissione sulla condizione della donna delle Nazioni Unite – organo interamente dedicato alla promozione dell’uguaglianza di genere. Un regime che impone il velo con la violenza, imprigiona le attiviste femministe ed esegue manifestanti sedeva nella principale istanza mondiale dedicata ai diritti delle donne. Ci è volutq la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022 e la repressione sanguinosa del movimento «Donna, Vita, Libertà» perché l’ECOSOC (Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite) votasse infine, il 14 dicembre 2022, l’espulsione dell’Iran – con 29 voti contro 8 – diventando così il primo Stato nella storia delle Nazioni Unite a essere escluso da questa commissione.

Il Consiglio dei diritti dell’uomo – che annovera tra i suoi membri Venezuela, Cina, Qatar e Cuba – ha adottato più risoluzioni di condanna contro Israele che contro tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Israele è l’unica democrazia oggetto di un procedimento per genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia. Il solo paese sottoposto a una commissione d’inchiesta permanente delle Nazioni Unite. Questo trattamento non è il prodotto di una vigilanza imparziale. Risulta da una coalizione politica antica – blocco arabo, movimento dei non allineati, una parte significativa del Sud globale – che ha fatto della delegittimazione di Israele una costante della diplomazia multilaterale contemporanea.

Ed è precisamente qui che l’asimmetria raggiunge il suo punto più rivelatore. Perché ciò che distingue Israele dall’Iran, dalla Russia o dalla Cina non è l’assenza di controversie sulla sua condotta – è l’esistenza di un dibattito interno, libero, spesso feroce, su tale condotta. La Corte suprema israeliana ha annullato decisioni militari. Generali in carica hanno contestato pubblicamente la politica del governo. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in strada per mesi nel 2023 per difendere l’indipendenza giudiziaria. Questa è la definizione stessa di democrazia: non uno Stato che non commette errori, ma uno Stato in cui gli errori possono essere nominati, contestati, corretti. Nessuna di queste condizioni esiste a Teheran, a Mosca o a Pechino.

Parallelamente, alcune organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch hanno applicato a Israele i termini “apartheid” e “genocidio” in un modo che intrattiene un rapporto sempre più labile con le definizioni giuridiche forgiate per designare le violazioni più estreme. Quando queste categorie diventano così elastiche cessano di nominare con precisione l’estremo. Lo banalizzano.

Uno degli indicatori più chiari del conflitto attuale è la relazione militare tra Iran e Russia e ciò che essa rivela sull’uso del diritto internazionale come arma geopolitica.

Il danno è profondo e, in un certo senso, più insidioso di ciò che fanno direttamente le autocrazie, perché si riveste del linguaggio del diritto e della virtù. Snaturando le categorie giuridiche più gravi, i custodi del vocabolario giuridico indeboliscono l’intero sistema. Quando Israele arriva a contestare la legittimità delle istanze che dovrebbero incarnare l’ordine internazionale, Mosca e Pechino non hanno nemmeno più bisogno di argomentare. Basta loro nominare la cosa.

Uno degli indicatori più chiari del conflitto attuale è la relazione militare tra Iran e Russia e ciò che essa rivela sull’uso del diritto internazionale come arma geopolitica. L’Iran ha fornito alla Russia il drone Shahed-136, ordigno vagante utilizzato per colpire edifici residenziali ucraini, ospedali, silos di grano, infrastrutture elettriche. Per qualsiasi applicazione ragionevole del diritto internazionale umanitario, questi attacchi costituiscono crimini di guerra. Colpire infrastrutture civili in inverno per provocare una crisi umanitaria non è una zona grigia. È un caso da manuale.

La Russia ha coperto la Repubblica islamica come essa aveva coperto sé stessa – ciascuna proteggendo l’altra contro i meccanismi concepiti per chiamarle a rispondere, pur invocandoli contro i propri avversari alla prima occasione. Mosca ha qualificato Epic Fury come un atto di aggressione premeditato e non provocato. È il paese che ha invaso l’Ucraina. Pechino ha chiamato all’immediata cessazione delle operazioni militari a nome di un governo che amministra il più vasto sistema di campi per minoranze etniche del mondo contemporaneo. L’autorità morale che questi regimi illiberali rivendicano è nulla. L’architettura fornisce loro tuttavia una piattaforma formale per esercitarla, e un veto per imporla.

Epic Fury: rottura apparente, frattura antica

È vero, le critiche a Epic Fury – e ce ne sono di serie, con argomenti degni di esame – hanno ragione nel dire che l’operazione rappresenta uno scarto rispetto al quadro giuridico del dopoguerra così come è formalmente inteso. Gli Stati Uniti non hanno ottenuto l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza. È vero.

Ma due realtà devono essere affermate chiaramente. La prima: un diritto internazionale funzionale non lascerebbe uno Stato solo di fronte a un regime che si è dato i mezzi per distruggerlo – tramite i suoi proxy, i suoi missili, il suo programma nucleare – senza che questa minaccia esistenziale sia essa stessa qualificata e trattata dalle istituzioni incaricate di mantenere la pace. La seconda: la guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro la Repubblica islamica non è una guerra di aggressione lanciata contro uno Stato in pace. L’Iran è, di fatto, in stato di guerra contro Israele da decenni: tramite Hezbollah, Hamas, gli Houthi, i suoi appelli ripetuti alla distruzione dello Stato ebraico. L’operazione Epic Fury non si inscrive nel vuoto. Risponde a una belligeranza che il quadro esistente non è stato capace di nominare, e ancor meno di contenere.

L’operazione Epic Fury non si inscrive nel vuoto. Risponde a una belligeranza che il quadro esistente non è stato capace di nominare, e ancor meno di contenere.

Un esame serio impone d’altronde un’altra domanda: a cosa sarebbe assomigliata l’alternativa? Adire il Consiglio, attendere il veto russo e cinese, poi fingere di aver fatto tutto il possibile? L’intervento della NATO in Kosovo nel 1999, quello in Afghanistan nel 2001, l’invocazione ripetuta della responsabilità di proteggere nel corso degli ultimi due decenni – tutto ciò ha costituito, nei fatti, una serie di precedenti che mettono già in discussione la portata del divieto di ricorso alla forza così come formulato dall’articolo 2§4 della Carta. La prassi degli Stati, quando è ripetuta e accompagnata dalla convinzione che risponda a una necessità normativa, può far evolvere il diritto stesso. Epic Fury non è forse il momento in cui il diritto è stato spezzato. È forse il momento in cui la sua trasformazione è diventata impossibile da ignorare.

Ciò che è realmente spezzato non è forse l’idea stessa di un ordine fondato su regole, ma la finzione che esso sia mai esistito nella forma imparziale ed effettiva in cui continuiamo a celebrarlo. Le regole, così come applicate negli ultimi trent’anni, non lo sono state in modo eguale. Il massacro di decine di migliaia di civili iraniani non ha spezzato quest’ordine. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non lo ha spezzato. Epic Fury ha semplicemente reso visibile la frattura a coloro che rifiutavano ancora di guardarla.

Per anni, una parte significativa dell’élite europea ha funzionato su un postulato tacito: quest’ordine serve innanzitutto a vincolare la potenza americana – ed è questa la sua virtù principale. I vincoli che esso impone nominalmente alla Russia, all’Iran o alla Cina sono rimasti essenzialmente teorici; quelli che impone all’Occidente sono invece reali, “giustiziabili” e politicamente sfruttabili. Questo assetto ha offerto un conforto considerevole a governi desiderosi di mantenere relazioni commerciali con regimi autoritari pur conservando una distanza morale dalla potenza americana. È stato “confortevole” così a lungoche il suo crollo appare oggi come una violazione piuttosto che come una correzione.

La prova più sorprendente che questa verità comincia a penetrare alcuni ambienti europei è venuta da Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco – il cui paese per ragioni storiche evidenti ha fatto del diritto internazionale il fondamento della propria identità politica del dopoguerra – ha detto ciò che l’architettura rendeva quasi indicibile. Gli appelli dell’Europa, le condanne, le sanzioni estese non hanno prodotto quasi nulla nei confronti di Teheran. Le qualificazioni giuridiche internazionali, ha riconosciuto in sostanza, avranno un effetto relativamente limitato sull’Iran.

La Süddeutsche Zeitung ha qualificato le sue parole come un «lungo addio al diritto internazionale». Un analista lo ha accusato di intrattenere un rapporto strumentale con il diritto. Ma ciò che i suoi critici tacciono è che la strumentalizzazione è all’opera da decenni da parte di coloro che si continua a fingere di giudicare. Merz non abbandona un principio; ammette, con una franchezza insolita, che quel principio è già stato svuotato della sua forza da coloro che avrebbe dovuto vincolare e che continuare a fingere ha ormai un costo.

I vincoli che il diritto internazionale impone nominalmente alla Russia, all’Iran o alla Cina sono rimasti, per l’essenziale, teorici; quelli che impone all’Occidente sono invece reali, “giustiziabili” e politicamente sfruttabili.

In Francia, Gabriel Attal è stato ancora più diretto. Interrogato sulla legalità dell’operazione, ha detto ciò che pochi responsabili politici europei osano formulare: «Il diritto internazionale non può essere un totem di immunità per coloro che non lo rispettano e che lo violano mattina, mezzogiorno e sera». Il regime iraniano, ha ricordato, non ha rispettato il diritto internazionale quando ha assassinato manifestanti e studenti, impedito alle donne di vivere liberamente, chiamato alla distruzione di uno Stato, cercato di destabilizzare un’intera regione perseguendo l’arma nucleare.

Emmanuel Macron stesso, nel suo discorso del 3 marzo scorso, ha riconosciuto questa tensione in una frase che condensa il dilemma: le operazioni sono state condotte «al di fuori del diritto internazionale», cosa che la Francia non può approvare, ma «la Storia non piange mai i carnefici del proprio popolo».

Torniamo allora ai sacchi mortuari nei camion frigoriferi di Kahrizak: ciascuno contenente una persona uscita in strada per dire di essere stufa. Stanca delle menzogne, della povertà, della polizia del hijab, delle elezioni truccate. Torniamo al medico che ha dichiarato a Sky News che la sua rete di colleghi stimava tra 20.000 e 30.000 morti. Alle famiglie costrette a dire che i loro figli erano morti come martiri del regime. Ai corpi sepolti in fosse comuni.

Amnesty International stessa ha stabilito chiaramente che l’impunità concessa ai crimini del regime durante le repressioni precedenti aveva reso direttamente possibili i massacri di gennaio. L’inazione della comunità internazionale dopo il 2019 e dopo il 2022 non è stata semplicemente un fallimento passivo. È stata un fattore causale. I morti di gennaio sono anche, in senso rigoroso, una conseguenza del quadro stesso di cui tanti oggi piangono la violazione.

Il diritto internazionale non si applica da solo. Quando gli Stati che detengono un veto al Consiglio di sicurezza sono essi stessi i principali violatori delle norme che quell’organo era stato concepito per far rispettare, esso non può farle rispettare. Ciò che può fare – e ciò che ha fatto sistematicamente negli ultimi trent’anni – è servire da “lavanderia di legittimità” per le autocrazie, offrendo una patina di legalità a regimi la cui condotta reale irride ciascuno dei principi che queste istituzioni pretendono rappresentare.

Un diritto che può ancora essere riformato

Resta tuttavia una parte di speranza. Sarebbe disonesto ometterla.

Ogni riforma istituzionale seria è stata preceduta da una crisi che ha reso incontestabile l’insufficienza degli assetti esistenti. La Società delle Nazioni fallì perché non poteva far applicare i propri principi contro Stati determinati a ignorarli. Le Nazioni Unite furono costruite sulle rovine di quel fallimento, integrando la lezione – pur in modo imperfetto, ma sincero – che l’applicazione presupponeva l’adesione delle grandi potenze. Il veto è un cattivo compromesso. Ma fu concepito da uomini che avevano appena visto morire cinquanta milioni di persone e che tentavano comunque di costruire qualcosa capace di impedirne una ripetizione.

Ciò che il momento attuale apre non è una certezza, ma una possibilità reale: quella di esaminare onestamente lo scarto tra il valore del diritto e le istituzioni incaricate di servirlo.

Un esame onesto dovrebbe iniziare con un’ammissione. Il Consiglio di sicurezza, il sistema delle Nazioni Unite e un diritto internazionale diventato a tal punto strumentalizzabile non sono più all’altezza della loro missione. Un organo in cui Russia e Cina dispongono di un veto permanente non può pretendere di essere il custode credibile della pace internazionale mentre la Russia conduce una guerra di aggressione. Un’istituzione il cui Consiglio dei diritti dell’uomo comprende alcuni dei peggiori violatori dei diritti umani al mondo, concentrando al contempo la propria furia su un solo paese del Medio Oriente, ha già intaccato l’autorità morale che rivendica. La legittimità del diritto internazionale dipende da un’applicazione coerente; e questa coerenza presuppone una volontà politica capace di imporsi a coloro che oggi possono opporle il proprio veto.

I morti di gennaio sono anche, in un senso rigoroso, una conseguenza del quadro stesso di cui tanti oggi piangono la violazione.

Esiste una possibile alleanza democratica – paesi che integrano realmente gli obblighi giuridici internazionali nel diritto interno, dotati di sistemi giudiziari indipendenti, di una stampa libera, di una società civile capace di chiamare i governi a rispondere – che potrebbe costituire il nucleo di un ordine riformato. Questo ordine sarebbe più ristretto dell’attuale sistema. Sarebbe anche più onesto quanto alla sua natura: non un sistema universale che pretende di rappresentare tutta l’umanità, ma una coalizione di Stati che hanno effettivamente scelto lo Stato di diritto come principio organizzatore. Applicherebbe a se stesso le proprie norme, Israele incluso, Stati Uniti inclusi, membri europei inclusi. Ma avrebbe anche l’onestà di dire che gli Stati che massacrano i propri cittadini a migliaia hanno rinunciato al diritto di invocare queste norme come scudo contro la responsabilità.

Non è una visione utopica. È, al contrario, una visione più modesta di quella che pretendevamo già di incarnare. Ma nel momento presente modestia e onestà costituirebbero già un progresso considerevole.

L’architettura attuale incoraggia attivamente la malafede rendendola priva di costo. Un governo europeo può invocare l’ordine fondato su regole per condannare attacchi americani e allo stesso tempo tacere sui massacri iraniani perché il sistema esistente gli fornisce il vocabolario della condanna senza esigere coerenza. Un’alleanza più onesta non eliminerebbe la tentazione del doppio standard. Nessuna istituzione umana lo farà. Ma potrebbe almeno eliminarne l’alibi strutturale.

Il padre di Sam Afshari è in Germania. Ha testimoniato a distanza perché la distanza è ciò che la sicurezza esige quando si è perso un figlio nella Repubblica islamica e si vuole ancora dirlo al mondo senza sparire a propria volta. È uno delle centinaia di migliaia di iraniani che si sono rifatti una vita in città europee – Berlino, Parigi, Stoccolma, Londra – nel cuore di società che hanno passato settimane a discutere della conformità al diritto internazionale dell’operazione militare che ha infine affrontato il regime che ha ucciso suo figlio.

Il diritto non è un patto suicida. Non è concepito per garantire che regimi illiberali, sufficientemente protetti dall’architettura da violarlo senza conseguenze, conservino un vantaggio permanente su coloro che, invece, continuano a sottomettervisi. Se è diventato questo – e i fatti ormai lo indicano chiaramente – allora non ha bisogno di essere difeso con devozione. Ha bisogno di essere riformato.

I familiari delle vittime di Kahrizak meritano un ordine internazionale che prenda sul serio il loro lutto. I manifestanti di Teheran, Karaj e Kermanshah meritano istituzioni capaci di mantenere la parola data.

La legge che si è divorata da sé ha lasciato un vuoto. L’unica questione, ormai, è sapere che cosa avremo il coraggio di costruire al suo posto.